La Grande Paura della Grande Invasione non sembra essere una moneta elettorale considerata remunerativa dagli imprenditori politici dell'intolleranza etnica. Tant'è vero che, incredibilmente, il tema dell'immigrazione - proprio nel momento in cui maggiore era il flusso degli sbarchi - ha avuto spazio modestissimo nella campagna elettorale in corso. Ciò mentre le ricerche sugli orientamenti degli italiani - ed è la prima volta che accade da trent'anni - dicono che il tema della sicurezza è finito agli ultimi posti nella classifica delle preoccupazioni individuali e degli allarmi sociali.
La prima conseguenza potrebbe essere che una gestione tutta drammatizzata ed emotiva, e discriminatoria, della questione dell'immigrazione non sarà, poi, così facile per il possibile governo delle destre che si dovesse insediare dopo il 25 settembre. Ma ci sono degli effetti collaterali comunque preoccupanti. Si assiste, a esempio, a un processo di assuefazione che si va manifestando nei confronti delle stragi in mare; e, come era prevedibile, le stesse immagini forti, le foto- simbolo, i messaggi più tragici rischiano, anch'essi, di rientrare in una retorica della morte e in una drammaturgia del dolore che non sono in grado di interrompere la routine dell'indifferenza. Pensiamo ai bambini: la loro esposizione inerme allo sguardo degli spettatori ha sempre prodotto uno shock. Superficiale, occasionale, temporaneo, ma comunque capace di suscitare un sussulto emotivo, un interesse, una sensibilità.
Ora, pare, non più. Ha scritto Repubblica: "Hanno aspettato invano per giorni che qualcuno prestasse loro soccorso. Alla fine si sono arresi alla sete, agli stenti. Due ragazzini, fanno sapere le ong, sarebbero morti su un gommone partito dieci giorni fa dal Libano con a bordo sessanta persone" (5 settembre 2022). Due giorni fa, l'organizzazione Alarm Phone ha trasmesso queste informazioni: "Le circa 60 persone sono ancora alla deriva nella zona SAR maltese. In zona è presente una nave mercantile. Malta però rifiuta di autorizzare il salvataggio. Secondo le persone a bordo, due bambini sono morti. Non possiamo confermare queste informazioni, ma siamo molto preoccupati. Per quanto tempo durerà questa sofferenza?". Domanda ineludibile. Succede spesso che vengano trovati relitti di imbarcazioni, corpi di dispersi e tracce di vita che scompare dopo i numerosissimi naufragi. E quel che resta degli ultimi momenti di chi annega in quelle acque, come l'abbraccio tra un bambino e sua madre, i cui corpi sono stati ritrovati qualche giorno fa. Si tratta di una donna e di suo figlio vittime del naufragio di una imbarcazione affondata il 24 aprile scorso, a largo del Libano, che aveva a bordo più di 85 persone. Tra queste, circa 40, per la maggior parte donne e bambini, non sono riuscite a mettersi in salvo. A raccontare queste immagini strazianti è Tom Zreika, uno dei soccorritori che ha partecipato alle operazioni di recupero dei corpi: "C'era una donna lì in fondo, era incastrata a metà fuori da un oblò, teneva in braccio suo figlio... è una scena che ci ha spezzato il cuore".
La missione, anche se coordinata dalla Marina libanese, è stata organizzata dalla ong australiana AusRelief, che grazie a una raccolta di fondi tra i familiari delle vittime, ha potuto iniziare le ricerche in fondo al mare. Iniziare e non finire, perché le autorità libanesi ne hanno deciso l'interruzione parlando di non meglio precisati "rischi di sicurezza". Le persone a bordo di quella barca provenivano principalmente da Libano, Siria e Palestina. Ma i contesti dai quali fugge chi prova ad attraversare il Mediterraneo sono parte di un lungo elenco: Afghanistan, Etiopia, Nigeria, Camerun, Yemen, Chad, Iraq, Mali, Tigray, Sierra Leone, Pakistan, Sud Sudan, Libia e Tunisia. E proprio da questi ultimi due paesi sono partite numerose persone che hanno raggiunto le coste italiane alla fine di agosto. Circa un migliaio di migranti a bordo di più di cinquanta imbarcazioni sono arrivati sulle isole di Lampedusa e Pantelleria, ma anche in alcuni porti della Puglia, della Calabria e della Sardegna. Come detto, tanti, ma non si tratta in alcun modo di una invasione (ben maggiori furono gli sbarchi nel 2015). Solo che, ancora una volta, non li vediamo. E non vediamo quei bambini abbracciati alle proprie madri, vivi o morti che siano.