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La necessità che si impone alla legge e la fragilità del diritto d’asilo

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Nel diritto penale lo stato di necessità ricorre quando una persona compie un fatto illecito per salvare sé o altri da un pericolo attuale e grave altrimenti non evitabile
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C’è un principio che trova origine nel lontano diritto canonico medievale e che, attraversando l’intera storia e filosofia del diritto, arriva fino alla nostra contemporaneità: necessitas non habet legem, la necessità non conosce legge. Un concetto che dall’idea di sospensione della legge in caso di pericolo imminente raggiunge una dimensione morale capace di collegare la necessità al bene supremo e al diritto naturale, diventando una norma universale quando in determinate condizioni sono giustificate certe condotte non legali se dettate dall’esigenza di sopravvivere o di proteggere i diritti fondamentali.

Il 5 dicembre scorso il tribunale di Napoli ha assolto quattro persone migranti accusate di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare secondo l’abusato art. 12 del Testo unico sull’immigrazione. Tre cittadini del Sudan di 21, 23 e 27 anni e un cittadino del Ciad di 20 anni. Il 17 e il 18 luglio dello scorso anno la Ocean Viking, la nave della ong SOS Méditerranée, soccorre alcune…

C’è un principio che trova origine nel lontano diritto canonico medievale e che, attraversando l’intera storia e filosofia del diritto, arriva fino alla nostra contemporaneità: necessitas non habet legem, la necessità non conosce legge. Un concetto che dall’idea di sospensione della legge in caso di pericolo imminente raggiunge una dimensione morale capace di collegare la necessità al bene supremo e al diritto naturale, diventando una norma universale quando in determinate condizioni sono giustificate certe condotte non legali se dettate dall’esigenza di sopravvivere o di proteggere i diritti fondamentali.

Il 5 dicembre scorso il tribunale di Napoli ha assolto quattro persone migranti accusate di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare secondo l’abusato art. 12 del Testo unico sull’immigrazione. Tre cittadini del Sudan di 21, 23 e 27 anni e un cittadino del Ciad di 20 anni. Il 17 e il 18 luglio dello scorso anno la Ocean Viking, la nave della ong SOS Méditerranée, soccorre alcune decine di persone che il 20 luglio vengono fatte sbarcare a Napoli. Quattro di loro vengono individuati dalle autorità come i responsabili di quel viaggio irregolare. Dopo diciassette mesi di custodia cautelare in carcere il tribunale dichiara che il fatto non costituisce reato, riconoscendo così che, prima di essere soccorsi, quei quattro uomini tenevano in mano il timone dell’imbarcazione con cui cercavano di raggiungere l’Italia per motivi di necessità.

Il loro è stato un viaggio da protocollo consuetudinario: fuga da un paese in guerra, sottomissione a torture in Libia, attraversamento del Mediterraneo centrale, arrivo sulla costa italiana, arresto e ingresso in carcere. La persona che a bordo distribuisce acqua, guida l’imbarcazione, fornisce indicazioni per la rotta, consegna un vestito contro il freddo, mette mano al motore fermo oppure svuota l’acqua entrata nello scafo è, con alte probabilità, il cosiddetto capitano. In altre parole uno scafista.

Eppure la tesi degli inquirenti è stata contestata dalla difesa delle avvocate Martina Stefanile e Tatiana Montella e smontata da un’assoluzione che evidenzia come lo stato di necessità sia una questione politica e giuridica che si colloca nel complesso rapporto tra diritto penale, diritti umani e gestione delle migrazioni. Nel diritto penale lo stato di necessità ricorre quando una persona compie un fatto illecito per salvare sé o altri da un pericolo attuale e grave altrimenti non evitabile. Applicato ai contesti migratori, questo principio riconosce che chi fugge da guerre, persecuzioni, naufragi o condizioni di estrema vulnerabilità può agire sotto una costrizione materiale e morale tale da escludere la responsabilità penale.

Negli ultimi anni, diversi tribunali italiani non hanno saputo distinguere tra un comportamento derivante dall’appartenenza alle reti criminali di trafficanti e un’azione che comprende comportamenti non legali destinati a evitare situazioni di grave pericolo; e non sono stati in grado di riconoscere che la condotta non nasce per forza da un intento di profitto, ma dalla necessità di sopravvivere. Criminalizzare queste azioni rischia di trasformare la vittima in colpevole e di compromettere un diritto fondamentale come quello d’asilo.

In un contesto tanto drammatico, come quello in cui si colloca la proposta di modifica delle politiche migratorie e del sistema d’asilo approvata l’8 dicembre dal Consiglio dell’Unione europea, la pronuncia del tribunale di Napoli e il relativo riconoscimento dello stato di necessità ai migranti rappresentano un argine giuridico e morale che ricorda come la legge non possa prescindere dalle condizioni concrete delle persone e dalla tutela della dignità umana.

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