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Agenti infiltrati e sospetto reciproco

Agenti infiltrati e sospetto reciproco
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La fiducia, in un luogo come il carcere, è un oggetto fragilissimo. Il penitenziario è il luogo della coabitazione forzata, della condivisione di spazi angusti e non scelti, dell’esposizione del proprio dolore quando lo si vorrebbe privato. In un luogo come questo nascono rapporti umani, si sviluppano situazioni di solidarietà, ma emerge anche la necessità e l’urgenza dei propri spazi, della propria solitudine, della nostalgia degli affetti rimasti fuori.

Fidarsi di un’altra persona, in uno spazio come il carcere, è fondamentale e, allo stesso tempo, non facile. Per questo l’introduzione, nel Decreto sicurezza del governo - il quarto dal 2022 - delle “operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari” risponde a un’idea che la sicurezza la mette in discussione, iniettando un senso pervasivo di diffidenza e sospetto reciproci.

L’idea che una persona con cui si condivide la cella, o addirittura il personale educativo o sanitario, sia là per raccogliere informazioni o acquisire prove, che sia insomma qualcuno di diverso da chi sostiene di essere, non può che provocare, nella popolazione detenuta, una sensazione di distacco da quell’ambiente, un’impossibilità di fiducia verso quel luogo. Qualcosa che, inevitabilmente, contrasta con la finalità rieducativa della pena.

Se la persona reclusa vede ogni altra come potenziale infiltrato, falso amico, sleale compagno ciò non potrà che avere ripercussioni gravissime sulla tensione interna, già molto alta negli istituti penitenziari, e finirà per inquinare ogni relazione. “Nessuno si fiderà più di nessuno” come ha dichiarato ad HuffPost Gennarino De Fazio, segretario del sindacato di polizia penitenziaria Uilpa. E, ha sottolineato Alessio Scandurra di Antigone, con questo provvedimento, “è come se il governo stesse insinuando che la Polizia penitenziaria non sa fare il suo lavoro”.

Un lavoro che non si limita al controllo dei corpi reclusi e alla gestione della sicurezza interna, ma che si estende anche al percorso di reinserimento sociale della persona detenuta. L’associazione Yairaiha, che si occupa da anni di detenzione, ha ricostruito come la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani ha affrontato negli anni casi potenzialmente analoghi sul piano della non punibilità, prevista per gli agenti infiltrati che commettano reati durante le attività sotto copertura.

E ha sollevato sul tema un’ulteriore riflessione: “Lo scudo penale tutela l’agente sotto il profilo della responsabilità personale, ma non incide sulla validità delle prove raccolte. Se l’attività investigativa supera i limiti fissati dalla giurisprudenza europea, il rischio è quello di compromettere l’equità del processo e l’utilizzabilità stessa delle prove”. La norma si inserisce in un decreto già su innumerevoli aspetti critico sul piano costituzionale, in particolare sul contestato provvedimento dell’incentivo agli avvocati sui rimpatri, poi in qualche modo reso inoffensivo, e non può che confermare la scelta di questo Governo di produrre legislazione solo in funzione repressiva, ignorando le strategie di prevenzione e quelle di riparazione.

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