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Andre, Tommy, ora Francesca
i grandi vecchi che non mollano

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Mi chiedo spesso come dev'essere sentirsi vecchi a 33 o 34 anni, quando t'accorgi che il coach pensa di te "non ce la fa più", che il meglio l'hai già dato e forse anche vissuto, che d'ora in poi dovrai raccontare quello che fu invece di ragionare di quello che è o sarà. Me lo chiedo quando parlo con qualcuno che non è uno sportivo professionista e, superati i trenta, sta cercando certezze lavorative, non ha la possibilità di mettere su famiglia e s'è rassegnato a una stabile precarietà. Perché per gli atleti la vecchiaia arriva quando gli altri cominciano, se sono fortunati, a mantenersi da sé.

Chi come me si sta preparando psicologicamente alla maturità "matura" ha simpatia per i grandi sportivi che rinviano sine die il pensionamento. Mi piaceva Andre Agassi quand'era alle prime armi ma l'ho letteralmente adorato quando, a 35 anni, nel 2005, un anno esatto prima del ritiro, lottava come un leone per portare Roger Federer al quarto set nella finale degli UsOpen. (Segnatevelo: Federer ad agosto fa 32 anni).  Poi, leggendo la sua autobiografia, mi sono reso conto che il male dentro, la spondilolistesi, era ben peggio di qualsiasi avversario in braghe con una racchetta in mano.

Sto seguendo con simpatia e attenzione la resurrezione di Tommy Haas, che il mese scorso ha raggiunto la semifinale del Masters 1000 di Miami quattro giorni prima del trentacinquesimo compleanno. Precipitato oltre la trecentesima posizione della classifica mondiale, ora nel pieno della stagione sulla terra rossa, sulla quale si trova bene (nel 2002, il suo anno migliore, fu finalista a Roma, sconfitto in tre set proprio da Agassi), è numero 15. Da tedesco naturalizzato americano ha una volontà di ferro e una motivazione unica per allenarsi quasi avesse dieci anni di meno e per trovare ogni giorno la concentrazione senza la quale non vai avanti nei tornei: "Voglio competere ad alto livello fino a quando mia figlia capirà cosa sta facendo suo papà". Valentina Haas ha due anni e mezzo, quindi lui non si fermerà almeno fino alla fine del 2014.

Da ieri anche noi italiani abbiamo una stella che, da cadente, torna a puntare allo zenit. E' Francesca Schiavone, vincitrice del Roland Garros 2010, finalista sullo stesso campo l'anno successivo, trascinatrice dell'Italtennis tre volte campione in Fed Cup. Numero 4 WTA solo due anni fa, la milanese era via via scivolata indietro, più per difficoltà psicologiche che fisiche. Ieri a Marrakech s'è presa  -  con una partita senza sbavature: 6-1 6-3 - il sesto torneo in carriera, battendo la spagnola Lourdes Dominguez Lino.

Ho visto la partita con qualche difficoltà (ero in treno con una connessione web ballerina) ma abbastanza a lungo per annotare alcuni fatti, tra loro collegati. Primo: Francesca usa di nuovo con efficacia e continuità il diritto sugli angoli, per poi chiudere senza fretta con il passante lungolinea di rovescio. Secondo: ritrovati colpi e strategia vincente, è di nuovo felice di giocare e dunque lo fa in piena tranquillità. Terzo: grazie alla sicurezza nei propri mezzi, non va in ansia quando sta sotto (1-3 nel secondo set), ma torna a produrre trame che funzionano.  

Francesca sale dunque su su al gradino 37 del ranking WTA, con un balzo in avanti di 11 posizioni. Dovesse passare qualche turno a Oeiras in Portogallo, dove esordirà domani contro la stessa Dominguez Lino, potrebbe presentarsi agli Internazionali con una classifica a ridosso delle prime 30.

Sono andato a cercare le precedenti cinque vittorie in tornei WTA di Schiavone. Il primo a 27 anni, nel 2007, a Bad Gastein su Meusburger (6 - 1 6 - 4). Due anni dopo la Kremlin Cup a Mosca (Govorcova 6 - 3 6 - 0). Nel 2010 prevalse a Barcellona su Roberta Vinci (6 - 1 6 - 1) poco prima della consacrazione allo slam parigino contro Sam Stosur (6 - 4 7 - 6). Infine, il maggio scorso a Strasburgo sconfisse la francese Cornet per 6-4 6-4. Undici, invece, le finali perse dal 2000 in poi. Un buon bottino. Francesca ora sa di avere nelle gambe, nelle braccia e nel cervello l'equilibro degli atleti che non devono più dimostrare niente: quanto le serve per non accontentarsi del trofeo marocchino. Non sarebbe da lei. Giulio Rapetti in arte Mogol lo scrisse 45 anni fa: (una che molla) non è Francesca.

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