Pochi di quanti entrano nel recinto di Flushing Meadows, nel Queens, magari con in tasca i biglietti per il campo principale, sanno che l'edizione 2013 è un po' speciale. La ragione sta nel calendario: 70 anni fa nasceva a Richmond, in Virginia, Arthur Ashe, uno degli atleti che hanno profondamente segnato la storia del tennis; 45 anni fa Ashe vinse gli UsOpen, che allora si giocavano sull'erba del West Side Club di Forest Hills, poco lontano dagli impianti di adesso, mandando in frantumi il mito di una disciplina per soli bianchi; 20 anni fa Ashe moriva, cinquantenne, ucciso dal virus HIV contenuto nel sangue usato per fargli una trasfusione. Se avete la passione dei numeri, vi siete già resi conto che la sequenza 70-45-20 ha un ritmo preciso, definito dai 25 anni che Ashe aveva quando alzò - e fu l'unica volta - la coppa degli UsOpen. Come esclamò Polonio: "Though this be madness, yet there is method in't".
Agli inconsapevoli e ruminanti spettatori sugli spalti dell'Arthur Ashe Stadium andrebbero posti alcuni quesiti base sulla vita di quest'uomo eccezionale, che ha lasciato un'eredità di esempi e di concrete iniziative sociali: in caso di risposte mancate o sbagliate, a casa! Tra i testi da studiare prima della prova dovrebbe esserci "Levels of the Game" di John McPhee (tradotto e inserito nel volume "Tennis", edito in Italia da Adelphi) dove si racconta con precisione millimetrica e in tempo reale la semifinale degli UsOpen del 1968 tra Ashe e il connazionale Clark Graebner. E già che ci siamo, gli farei leggere anche il discorso dell'"I have a dream", pronunciato da Martin Luther King proprio cinquant'anni fa, il 28 agosto 1963, quando Ashe aveva vent'anni.
A tutto questo pensavo ieri mentre attendevo che la pioggia la smettesse di scrosciare sui campi dello Slam newyorkese. Pensavo anche a cosa avrebbe potuto dire oggi Ashe seguendo il torneo di quattro ragazze di colore eccezionali, cioè Serena e Venus (uscita di scena ieri) più la convincente Sloane Stephens e la grande sorpresa Victoria Duval, classe 1995, capace di eliminare al primo turno la testa di serie numero 11 Sam Stosur. O come avrebbe salutato il miglior tennista nero dell'ultimo decennio, il coriaceo James Blake, classe 1979, che ha annunciato che questo è il suo ultimo Slam (ieri ha perso al quinto set con un altro veterano pari età, il croato Ivo Karlovic).
In serata ha smesso di piovere e l'adrenalina ha svegliato gli atleti provati dalla lunga sosta forzata. Con un'eccezione: Fabio Fognini. Il numero 1 d'Italia e 18 al mondo - spaesato, fermo sulle gambe, incapace di ragionare e di reagire - ha toccato il punto più basso della sua stagione a un mese dalla strepitosa doppietta vittoriosa Amburgo-Stoccarda e dalla finale di Umago. Tanto che nemmeno lui, nelle interviste del dopopartita, ha saputo spiegare come abbia potuto perdere 6-1 6-2 6-2 da Rajeev Ram, americano di genitori di Bangalore, 29 anni, ATP 128, che non aveva mai superato il primo turno a Flushing Meadows. Per fortuna, il calvario del ligure e del suo coach Josip Perlas è durato poco, un'ora e 27 minuti. Meno del match al primo turno perso a Wimbledon con l'austriaco Jurgen Melzer.
Ho invece rivisto, finalmente, un buon Andreas Seppi, che ha lottato e sofferto con l'esperto belga Xavier Malisse, 33 anni, nel 2002 numero 19 al mondo. Match in due fasi, con lo stop per la pioggia quando l'azzurro era in vantaggio nel primo set per 4-2. Alla ripresa, dopo cinque ore, Malisse è sembrato decisamente più in palla mentre Andreas ha avuto difficoltà al servizio, con una bassa percentuale di punti sulla seconda. La chiave del match vinto dal sudtirolese (6-3 3-6 7-5 7-5) è stata imporre lunghi scambi facendo muovere il più possibile il belga, fino a sfiancarlo. In questa tattica, Seppi ha avuto l'arma migliore nel rovescio incrociato. Ad aiutarlo - su un campo, il 7, dove in passato aveva avuto solo cocenti delusioni - anche il tifo dei molti italiani. Al secondo turno Andreas tenterà di "vendicare" Fognini affrontando un indiano-indiano, Somdev Devvarmann. Ci riuscisse, potrebbe poi trovare un'altra volta il russo-uzbeko Istomin, con cui perse al quinto set l'anno scorso a Wimbledon per poi sconfiggerlo a Melbourne e di nuovo agli Championships quest'anno, sempre al quinto.
Degli undici italiani al via degli UsOpen passano al secondo turno in sei, come avevo banalmente previsto. Con la solita prevalenza massiccia del sesso forte: cinque donne, tutte già in campo oggi, e un solo uomo. Si riparte con il botto: la partita d'apertura all'Arthur Ashe Stadium (alle 17 italiane) vede di fronte Sara Errani e Flavia Pennetta. Alla stessa ora Roberta Vinci affronta la ceca Lucie Safarova, che ha battuto tre volte su quattro incontri. Karin Knapp ha il match sulla carta più duro con la russa Elena Vesnina, testa di serie 22. Camila Giorgi se la gioca con la numero 1 taiwanese Su-Wei Hsieh, WTA 40. Tenuto conto del derby italiano, comunque doloroso, arrivassero in tre al terzo turno sarebbe un'eccellente performance.
Mail [email protected]
Twitter @claudiogiua
Agli inconsapevoli e ruminanti spettatori sugli spalti dell'Arthur Ashe Stadium andrebbero posti alcuni quesiti base sulla vita di quest'uomo eccezionale, che ha lasciato un'eredità di esempi e di concrete iniziative sociali: in caso di risposte mancate o sbagliate, a casa! Tra i testi da studiare prima della prova dovrebbe esserci "Levels of the Game" di John McPhee (tradotto e inserito nel volume "Tennis", edito in Italia da Adelphi) dove si racconta con precisione millimetrica e in tempo reale la semifinale degli UsOpen del 1968 tra Ashe e il connazionale Clark Graebner. E già che ci siamo, gli farei leggere anche il discorso dell'"I have a dream", pronunciato da Martin Luther King proprio cinquant'anni fa, il 28 agosto 1963, quando Ashe aveva vent'anni.
A tutto questo pensavo ieri mentre attendevo che la pioggia la smettesse di scrosciare sui campi dello Slam newyorkese. Pensavo anche a cosa avrebbe potuto dire oggi Ashe seguendo il torneo di quattro ragazze di colore eccezionali, cioè Serena e Venus (uscita di scena ieri) più la convincente Sloane Stephens e la grande sorpresa Victoria Duval, classe 1995, capace di eliminare al primo turno la testa di serie numero 11 Sam Stosur. O come avrebbe salutato il miglior tennista nero dell'ultimo decennio, il coriaceo James Blake, classe 1979, che ha annunciato che questo è il suo ultimo Slam (ieri ha perso al quinto set con un altro veterano pari età, il croato Ivo Karlovic).
In serata ha smesso di piovere e l'adrenalina ha svegliato gli atleti provati dalla lunga sosta forzata. Con un'eccezione: Fabio Fognini. Il numero 1 d'Italia e 18 al mondo - spaesato, fermo sulle gambe, incapace di ragionare e di reagire - ha toccato il punto più basso della sua stagione a un mese dalla strepitosa doppietta vittoriosa Amburgo-Stoccarda e dalla finale di Umago. Tanto che nemmeno lui, nelle interviste del dopopartita, ha saputo spiegare come abbia potuto perdere 6-1 6-2 6-2 da Rajeev Ram, americano di genitori di Bangalore, 29 anni, ATP 128, che non aveva mai superato il primo turno a Flushing Meadows. Per fortuna, il calvario del ligure e del suo coach Josip Perlas è durato poco, un'ora e 27 minuti. Meno del match al primo turno perso a Wimbledon con l'austriaco Jurgen Melzer.
Ho invece rivisto, finalmente, un buon Andreas Seppi, che ha lottato e sofferto con l'esperto belga Xavier Malisse, 33 anni, nel 2002 numero 19 al mondo. Match in due fasi, con lo stop per la pioggia quando l'azzurro era in vantaggio nel primo set per 4-2. Alla ripresa, dopo cinque ore, Malisse è sembrato decisamente più in palla mentre Andreas ha avuto difficoltà al servizio, con una bassa percentuale di punti sulla seconda. La chiave del match vinto dal sudtirolese (6-3 3-6 7-5 7-5) è stata imporre lunghi scambi facendo muovere il più possibile il belga, fino a sfiancarlo. In questa tattica, Seppi ha avuto l'arma migliore nel rovescio incrociato. Ad aiutarlo - su un campo, il 7, dove in passato aveva avuto solo cocenti delusioni - anche il tifo dei molti italiani. Al secondo turno Andreas tenterà di "vendicare" Fognini affrontando un indiano-indiano, Somdev Devvarmann. Ci riuscisse, potrebbe poi trovare un'altra volta il russo-uzbeko Istomin, con cui perse al quinto set l'anno scorso a Wimbledon per poi sconfiggerlo a Melbourne e di nuovo agli Championships quest'anno, sempre al quinto.
Degli undici italiani al via degli UsOpen passano al secondo turno in sei, come avevo banalmente previsto. Con la solita prevalenza massiccia del sesso forte: cinque donne, tutte già in campo oggi, e un solo uomo. Si riparte con il botto: la partita d'apertura all'Arthur Ashe Stadium (alle 17 italiane) vede di fronte Sara Errani e Flavia Pennetta. Alla stessa ora Roberta Vinci affronta la ceca Lucie Safarova, che ha battuto tre volte su quattro incontri. Karin Knapp ha il match sulla carta più duro con la russa Elena Vesnina, testa di serie 22. Camila Giorgi se la gioca con la numero 1 taiwanese Su-Wei Hsieh, WTA 40. Tenuto conto del derby italiano, comunque doloroso, arrivassero in tre al terzo turno sarebbe un'eccellente performance.
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