La rinascita di Gianluigi Quinzi, che si compie tra le qualificazioni tutte italiane dello scorso week-end e il torneo in Fiera al fianco dei sette più forti giovani del circuito ATP, è visivamente rappresentata dalle cuffie e dal microfono hi-tech con i quali, tra il quarto e il quinto set, il ragazzo di Macerata comunica dal campo con Fabio Gorietti. È il cosiddetto player coaching, finora rigorosamente vietato. Nel padiglione 1 di Rho va in scena la replica, con esito opposto, della finale junior di Wimbledon 2013. Allora fu Gianluigi a sconfiggere Hyeon Chung dopo un confronto ad armi pari di 25 game (7-5 7-6) e un'ora e 45 minuti. Stavolta al coreano servono 30 game (1-4 4-1 4-2 3-4 4-3) e due ore e 6 minuti per domare l'avversario, numero 306 ATP. Al di là dei ranking nemmeno confrontabili, le armi dei due ragazzi appaiono però di efficacia pari, proprio come quattro anni fa.
Rimarco punteggi e durate dei due match come contributo al dibattito che in queste ore mi vede coinvolto con alcuni amici virtuali uniti dalla critica al mio appoggio alla formula delle Next Gen Finals. Consenso che ribadisco: mi diverte che il set vada a chi per primo somma quattro game (shorter set) con tie break sul 3 pari, perché così acquistano maggior valore sia i vincenti, sia gli errori; sono più spettacolari i match al meglio dei cinque set in quanto più incerti; ha senso che la palla di servizio, una volta toccata la rete, sia valida se tocca terra nel rettangolo di destinazione (no-let). Ho qualche dubbio sul punto secco sul 40 pari (no-ad scoring) ma non sulla sostituzione dei giudici di linea con la tecnologia hawk-eye live. Un giovane lettore di Monday's Net, David Carrozzo, mi apostrofa via Facebook: "Mi trovo in disaccordo su praticamente tutto ciò che lei scrive. Mi pare assurdo che una persona che conta anni (se non decenni) di tennis guardato possa divertirsi con queste pseudo-partite e addirittura preferire le nuove regole. Ho 17 anni, seguo il tennis da 6 e mi sono già stufato di seguire le Next Gen Finals (continuo solo perché gioca quello che sarà il mio futuro idolo, Shapovalov): a mio parere, si è persa l'essenza del tennis". Partite come quella di oggi tra Chung e Quinzi dimostrano, caro David, l'esatto contrario: la nuova formula esalta l'essenza di una disciplina che ha bisogno di adeguarsi a materiali, preparazioni fisiche e mentali, esigenze di business in continua mutazione.
Vorrei spendere qualche riga sul ruolo di Fabio Gorietti, che a Foligno guida la Training Tennis School. Il coach umbro ha gia fatto qualche miracolo: ha aiutato Thomas Fabbiano ad approdare tra i Top 100 (oggi è 73), sta provando a dare nuovi motivazioni di crescita a Stefano Travaglia (136), ha contribuito al buon finale di carriera di Luca Vanni, che pure da un po' non s'allena più con lui (ora è 144 ma è stato 100). Lavorare in una squadra di professionisti era quanto Quinzi cercava da tempo. Gente più forte di lui, possibilmente, così da non avere costantemente i riflettori puntati addosso. Perché, oltre a superare i problemi fisici che lo hanno assillato (l'ultimo al gomito, poco più di un mese fa), le difficoltà di Gianluigi sono state di natura psicologica, a causa della pressione mediatica dopo la vittoria di Wimbledon. Cambiando più volte team, ha dato l'impressione di non reggere il confronto tra le aspettative e i risultati. Adesso, con Gorietti al fianco, sembra in grado di riprendere il cammino da dove l'aveva lasciato quattro anni fa. Aggiustate alcune incertezze tecniche, potrà diventare un protagonista del tennis italiano: la serietà e la maturità sfoggiate durante i tornei di quest'ultima settimana lo testimoniano. Nella finale delle qualificazioni ha superato Filippo Baldi in rimonta, poi contro Andrey Rublev, Denis Shapovalov e Chung ha sempre lottato fino all'ultima palla, perdendo due volte ai tie break del quinto set e una volta al tie break del quarto. Per lui, la carriera ri-comincia adesso.
Il clou dell'ultima giornata dei round robin è il match tra Denis Shapovalov, invocato da frotte di ragazzini e ragazzine, e Andrey Rublev, etereo e glaciale. All'inizio sono botte da orbi e rari scambi prolungati. Poi il gioco diventa sempre più variato e divertente. Il russo-israeliano-canadese cede solo al quinto set al russo-russo per 4-1 3-4 4-3 0-4 4-3. Classi 1997 e 1999, saranno entrambi sicuri protagonisti anche delle Next Gen Finals 2018: intanto il più "vecchio", Rublev, va a far compagnia a Chung tra i quattro semifinalisti.
Rimarco punteggi e durate dei due match come contributo al dibattito che in queste ore mi vede coinvolto con alcuni amici virtuali uniti dalla critica al mio appoggio alla formula delle Next Gen Finals. Consenso che ribadisco: mi diverte che il set vada a chi per primo somma quattro game (shorter set) con tie break sul 3 pari, perché così acquistano maggior valore sia i vincenti, sia gli errori; sono più spettacolari i match al meglio dei cinque set in quanto più incerti; ha senso che la palla di servizio, una volta toccata la rete, sia valida se tocca terra nel rettangolo di destinazione (no-let). Ho qualche dubbio sul punto secco sul 40 pari (no-ad scoring) ma non sulla sostituzione dei giudici di linea con la tecnologia hawk-eye live. Un giovane lettore di Monday's Net, David Carrozzo, mi apostrofa via Facebook: "Mi trovo in disaccordo su praticamente tutto ciò che lei scrive. Mi pare assurdo che una persona che conta anni (se non decenni) di tennis guardato possa divertirsi con queste pseudo-partite e addirittura preferire le nuove regole. Ho 17 anni, seguo il tennis da 6 e mi sono già stufato di seguire le Next Gen Finals (continuo solo perché gioca quello che sarà il mio futuro idolo, Shapovalov): a mio parere, si è persa l'essenza del tennis". Partite come quella di oggi tra Chung e Quinzi dimostrano, caro David, l'esatto contrario: la nuova formula esalta l'essenza di una disciplina che ha bisogno di adeguarsi a materiali, preparazioni fisiche e mentali, esigenze di business in continua mutazione.
Vorrei spendere qualche riga sul ruolo di Fabio Gorietti, che a Foligno guida la Training Tennis School. Il coach umbro ha gia fatto qualche miracolo: ha aiutato Thomas Fabbiano ad approdare tra i Top 100 (oggi è 73), sta provando a dare nuovi motivazioni di crescita a Stefano Travaglia (136), ha contribuito al buon finale di carriera di Luca Vanni, che pure da un po' non s'allena più con lui (ora è 144 ma è stato 100). Lavorare in una squadra di professionisti era quanto Quinzi cercava da tempo. Gente più forte di lui, possibilmente, così da non avere costantemente i riflettori puntati addosso. Perché, oltre a superare i problemi fisici che lo hanno assillato (l'ultimo al gomito, poco più di un mese fa), le difficoltà di Gianluigi sono state di natura psicologica, a causa della pressione mediatica dopo la vittoria di Wimbledon. Cambiando più volte team, ha dato l'impressione di non reggere il confronto tra le aspettative e i risultati. Adesso, con Gorietti al fianco, sembra in grado di riprendere il cammino da dove l'aveva lasciato quattro anni fa. Aggiustate alcune incertezze tecniche, potrà diventare un protagonista del tennis italiano: la serietà e la maturità sfoggiate durante i tornei di quest'ultima settimana lo testimoniano. Nella finale delle qualificazioni ha superato Filippo Baldi in rimonta, poi contro Andrey Rublev, Denis Shapovalov e Chung ha sempre lottato fino all'ultima palla, perdendo due volte ai tie break del quinto set e una volta al tie break del quarto. Per lui, la carriera ri-comincia adesso.
Il clou dell'ultima giornata dei round robin è il match tra Denis Shapovalov, invocato da frotte di ragazzini e ragazzine, e Andrey Rublev, etereo e glaciale. All'inizio sono botte da orbi e rari scambi prolungati. Poi il gioco diventa sempre più variato e divertente. Il russo-israeliano-canadese cede solo al quinto set al russo-russo per 4-1 3-4 4-3 0-4 4-3. Classi 1997 e 1999, saranno entrambi sicuri protagonisti anche delle Next Gen Finals 2018: intanto il più "vecchio", Rublev, va a far compagnia a Chung tra i quattro semifinalisti.