La wild card è finita nel portafogli di Gianluigi Quinzi, la promessa "bruciata", il ragazzo per cui dissero, come di Springsteen, "ho visto il futuro del tennis italiano e il suo nome è Gianluigi Quinzi", lo junior troppo bello che ha volato troppo vicino al sole e che un bel giorno si è accorto che le sue ali si stavano sciogliendo. Adesso Quinzi, che diventerà l'ottavo elemento delle Atp Next Finals che inizieranno martedì 7 a Milano e lì resteranno per cinque anni (e per questo guadagnerà 50 mila dollari anche se non dovesse vincere nemmeno una partita del suo girone dove incontrerà Rublev, Shapovalov e Chung, Rublev sarà il primo che affronterà martedì al debutto), ha la possibilità di dimostrare che anche nel tennis può esserci vita dopo la malinconia. Quinzi (n. 294 del ranking mondiale) ha battuto Filippo Baldi (n. 459) in cinque set (3-4, 3-4, 4-2, 4-2, 4-2) nella finale del torneo Next Gen Italia.
Era sotto di due. Baldi giocava meglio, più aggressivo, più concentrato nei punti importanti di questo tennis costruito intorno all'accorciamento dei set e al "killer point". Baldi ha commesso un grave errore all'inizio del terzo set: si è dimenticato che i set erano più corti e come fosse una partita di tennis "normale" si è rilassato. Il risultato è stato che Quinzi gli ha strappato il servizio al primo gioco e da lì è cominciata un'altra partita. La prima l'aveva vinta Baldi 2-0. La seconda l'ha vinta Quinzi 3-2. Quinzi è un personaggio. Giovanissimo, già si comportava come un "ometto", era sicuro di sé, aveva intorno persone che lavoravano per questo, con coraggio e con dedizione, il padre, la madre, i tecnici. Ma evidentemente non tutti gli aspetti positivi erano un buon segnale. Forse si stava andando troppo di corsa. Vinse Wimbledon Boys nel 2013, un torneo cui partecipavano i giovani più forti della sua generazione (e lo avrebbero dimostrato). E' stato n. 1 del mondo U18. Una carriera folgorante e in un certo senso emozionante.
Troppo di corsa? Dietro quel suo rovescio bimane di mancino si poteva immaginare un futuro da campione. Quinzi entrava di diritto in una "next gen" piena di predestinati, lui e gli altri delle classi '96 e '97. Cresceva e con lui si facevano le ossa i compagni di scuola, Kyrgios, Kokkinakis, Zverev, Chung (col quale vinse in finale a Wimbledon), Edmund, Coric. Di questi sette purtroppo l'unico a fermarsi è stato il ragazzo marchigiano, quello che vinceva il torneo dei ragazzi di Wimbledon come avevano fatto Borg, Cash, Edberg, Federer. Ma poi? Poi una serie di dubbi, di insicurezze. Poi anche la paura della pressione, quella specie di scimmia che ti salta addosso e non ti fa più camminare dritto. Allo Us Open successivo al "suo" Wimbledon, Quinzi aveva le spalle piene d'angoscia, giocava più ingobbito del solito. Non sarebbe dovuto essere l'esatto contrario? In fondo aveva già esperienza sufficiente. Oppure no? E la sua storia non aveva qualcosa di cinematografico, del ragazzo che precipita in una specie di sogno americano, lui che viene notato da Nick Bollettieri, Bollettieri che gli offre una borsa di studio per andare ad allenarsi con lui a Bradenton, nella sua accademia in Florida?
Sì, ma per realizzare un bel film ci vuole una squadra e soprattutto ci vuole pazienza, bisogna pensare al soggetto, scrivere una sceneggiatura, il che significa allestire una squadra. Non basta fermarsi a contemplare con soddisfazione i primi "girati", i primi risultati (come il fatto che a 13 anni Gianluigi era entrato nella classifica Itf Junior e a 14 aveva già vinto il suo primo torneo Itf). Quinzi non ha avuto la pazienza di costruirsi una squadra dietro queste meraviglie precoci. Ha sofferto troppo i suoi infortuni, arrivati troppo presto ma trattati o con indolenza o con disperazione. Ha cominciato a guardarsi intorno con un'ostinazione eccessiva, come se il problema fosse fuori e non dentro. Così ha cominciato a licenziare allenatori: Tenconi, Gorriz, Torresi, Monachese, Petrazzuolo, Medica, cambiando nel frattempo anche terra d'allenamento. Il tempo e la desuetudine a pensare positivo hanno fatto il resto. Quinzi retrocedeva, soprattutto col cuore, mentre i suoi compagni d'avventura, i suoi coetanei, diventavano campioncini. Lo scorso anno, mentre Kyrgios vinceva il suo primo torneo Atp e Zverev sbagliava un matchpoint contro Nadal, Quinzi, il settimo della generazione della luce, aveva gli occhi tristi quando s'iscriveva al Future di Ramat HaSharon, in Israele, e li aveva completamente chiusi quando veniva eliminato al secondo turno.
Ora Quinzi è sul tram che può anche chiamare desiderio, se vuole. In questo momento il suo tennis sta troppo in basso per competere con la potenza di Khachanov, la freschezza di Rublev, il talento di Tsitsipas, la robustezza mentale e fisica di Chung, i passi da gigante di Shapovalov, il gigante più piccolo di tutti perché non ha ancora 20 anni. Però ci deve provare, non ha nulla da perdere. Può solo ritrovare entusiasmo e convinzione. Perderà. Ma ci sono almeno cento modi per perdere una partita di tennis (anche nel tennis che va di corsa con i set ridotti e il "killer point". E lui potrebbe anche trovare il migliore di tutti, quello che possa fungere da benzina per una nuova vita a 21 anni. Si allena a Foligno con Fabio Gorietti. La prossima potrebbe essere una delle settimane più importanti della sua carriera. Quella del ritorno sulla terra dopo tutti quegli anni a sbattere le ali come Icaro o a ragionare come Pindaro. Potrebbe essere la settimana giusta per rendersi conto che forse è vero, forse è ancora possibile provare a scalare l'Everest, entrare fra i primi 100, diventare adulto, far paura a qualcuno. Forse la vita agonistica di Icaro non finisce così presto, solo perché si sono bruciate un paio d'ali...
Era sotto di due. Baldi giocava meglio, più aggressivo, più concentrato nei punti importanti di questo tennis costruito intorno all'accorciamento dei set e al "killer point". Baldi ha commesso un grave errore all'inizio del terzo set: si è dimenticato che i set erano più corti e come fosse una partita di tennis "normale" si è rilassato. Il risultato è stato che Quinzi gli ha strappato il servizio al primo gioco e da lì è cominciata un'altra partita. La prima l'aveva vinta Baldi 2-0. La seconda l'ha vinta Quinzi 3-2. Quinzi è un personaggio. Giovanissimo, già si comportava come un "ometto", era sicuro di sé, aveva intorno persone che lavoravano per questo, con coraggio e con dedizione, il padre, la madre, i tecnici. Ma evidentemente non tutti gli aspetti positivi erano un buon segnale. Forse si stava andando troppo di corsa. Vinse Wimbledon Boys nel 2013, un torneo cui partecipavano i giovani più forti della sua generazione (e lo avrebbero dimostrato). E' stato n. 1 del mondo U18. Una carriera folgorante e in un certo senso emozionante.
Troppo di corsa? Dietro quel suo rovescio bimane di mancino si poteva immaginare un futuro da campione. Quinzi entrava di diritto in una "next gen" piena di predestinati, lui e gli altri delle classi '96 e '97. Cresceva e con lui si facevano le ossa i compagni di scuola, Kyrgios, Kokkinakis, Zverev, Chung (col quale vinse in finale a Wimbledon), Edmund, Coric. Di questi sette purtroppo l'unico a fermarsi è stato il ragazzo marchigiano, quello che vinceva il torneo dei ragazzi di Wimbledon come avevano fatto Borg, Cash, Edberg, Federer. Ma poi? Poi una serie di dubbi, di insicurezze. Poi anche la paura della pressione, quella specie di scimmia che ti salta addosso e non ti fa più camminare dritto. Allo Us Open successivo al "suo" Wimbledon, Quinzi aveva le spalle piene d'angoscia, giocava più ingobbito del solito. Non sarebbe dovuto essere l'esatto contrario? In fondo aveva già esperienza sufficiente. Oppure no? E la sua storia non aveva qualcosa di cinematografico, del ragazzo che precipita in una specie di sogno americano, lui che viene notato da Nick Bollettieri, Bollettieri che gli offre una borsa di studio per andare ad allenarsi con lui a Bradenton, nella sua accademia in Florida?
Sì, ma per realizzare un bel film ci vuole una squadra e soprattutto ci vuole pazienza, bisogna pensare al soggetto, scrivere una sceneggiatura, il che significa allestire una squadra. Non basta fermarsi a contemplare con soddisfazione i primi "girati", i primi risultati (come il fatto che a 13 anni Gianluigi era entrato nella classifica Itf Junior e a 14 aveva già vinto il suo primo torneo Itf). Quinzi non ha avuto la pazienza di costruirsi una squadra dietro queste meraviglie precoci. Ha sofferto troppo i suoi infortuni, arrivati troppo presto ma trattati o con indolenza o con disperazione. Ha cominciato a guardarsi intorno con un'ostinazione eccessiva, come se il problema fosse fuori e non dentro. Così ha cominciato a licenziare allenatori: Tenconi, Gorriz, Torresi, Monachese, Petrazzuolo, Medica, cambiando nel frattempo anche terra d'allenamento. Il tempo e la desuetudine a pensare positivo hanno fatto il resto. Quinzi retrocedeva, soprattutto col cuore, mentre i suoi compagni d'avventura, i suoi coetanei, diventavano campioncini. Lo scorso anno, mentre Kyrgios vinceva il suo primo torneo Atp e Zverev sbagliava un matchpoint contro Nadal, Quinzi, il settimo della generazione della luce, aveva gli occhi tristi quando s'iscriveva al Future di Ramat HaSharon, in Israele, e li aveva completamente chiusi quando veniva eliminato al secondo turno.
Ora Quinzi è sul tram che può anche chiamare desiderio, se vuole. In questo momento il suo tennis sta troppo in basso per competere con la potenza di Khachanov, la freschezza di Rublev, il talento di Tsitsipas, la robustezza mentale e fisica di Chung, i passi da gigante di Shapovalov, il gigante più piccolo di tutti perché non ha ancora 20 anni. Però ci deve provare, non ha nulla da perdere. Può solo ritrovare entusiasmo e convinzione. Perderà. Ma ci sono almeno cento modi per perdere una partita di tennis (anche nel tennis che va di corsa con i set ridotti e il "killer point". E lui potrebbe anche trovare il migliore di tutti, quello che possa fungere da benzina per una nuova vita a 21 anni. Si allena a Foligno con Fabio Gorietti. La prossima potrebbe essere una delle settimane più importanti della sua carriera. Quella del ritorno sulla terra dopo tutti quegli anni a sbattere le ali come Icaro o a ragionare come Pindaro. Potrebbe essere la settimana giusta per rendersi conto che forse è vero, forse è ancora possibile provare a scalare l'Everest, entrare fra i primi 100, diventare adulto, far paura a qualcuno. Forse la vita agonistica di Icaro non finisce così presto, solo perché si sono bruciate un paio d'ali...