Credere nei miracoli viene naturale per chi nasce nel giorno dell’Assunta in un posto chiamato Jesus Maria: qualcosa del genere, forse, pensò il 10 febbraio scorso l’argentino Juan Ignacio Londero mentre alzava la sua prima coppa ATP dopo aver battuto in finale il connazionale Guido Pella per 3-6 7-5 6-1. E di miracolo si trattava senza dubbio alcuno, visto che, prima del Master 250 nuovo di zecca organizzato a Cordoba, nemmeno sessanta chilometri da casa sua, l’allora sconosciuto “El Topo” - è il soprannome di Londero, 26 anni - era stato eliminato all’esordio in ciascuno dei quattro tornei del circuito professionistico maschile ai quali era stato ammesso negli anni.
Quello di Cordoba non era peraltro il primo dei miracoli vissuti da Juan Ignacio. Considerato tra i più forti under 21 sudamericani, nel 2014 subì un grave infortunio alla spalla al quale seguì una forma perniciosa di parotite: in tutto, un anno e mezzo di stop che lo demoralizzò fino a fargli progettare, come ha rivelato la madre, Maricel, il ritorno a Jesus Maria e la rinuncia alle ambizioni tennistiche. Quella volta il miracolo s’incarnò in Andres Schneiter detto “El Gringo”, anch’egli originario della provincia del Cordoba (si dice così), discreto giocatore degli anni novanta e ottimo coach di talenti in crisi da ricostruire (segue anche il cileno Christian Garin): "Si fidava di me, mi disse di non preoccuparmi, volle che m’allenassi con lui”, ha raccontato El Topo. Da lì la riscossa, basata soprattutto sul potenziamento fisico. Numero 375 al mondo a inizio 2018, a furia di Challenger il rinato campioncino arrivò a sfiorare quota 100 a fine stagione. Poi, grazie al titolo conquistato a Cordoba, sfondò a metà inverno quota 70 del ranking ATP. In giugno l’entusiasmante cavalcata al Roland Garros, dove raggiunse il quarto turno battendo nell’ordine Basilashvili, Gasquet e Moutet prima di incrociare il cammino di Nadal. Il mese scorso, infine, il mancato titolo degli Swedish Open di Bastad, ceduto all’ultimo atto al cileno Nicolas Jarry.
Oggi Londero ha affrontato in notturna sul campo centrale degli Us Open il numero 1 al mondo Novak Djokovic. Ovviamente, una prima assoluta. Il primo set è stato segnato dai problemi alla spalla sinistra del serbo, trattato dai sanitari tra il settimo e l’ottavo game mentre dal suo angolo lo osservavano preoccupati i coach Marian Vajda e Goran Ivanisevic, confermato dopo la preziosa collaborazione fornita a Wimbledon. Come accade talvolta, i guai così palesemente esibiti finiscono per innervosire l’avversario, che spreca ed esagera, cedendo la frazione. Mano a mano che l’antidolorifico fa effetto, Nole cresce in efficacia ed El Topo si tranquillizza. Il secondo set è combattuto, con il vincitore di Wimbledon costretto a inseguire. L’argentino ha l’appoggio del pubblico dell’Arthur Ashe, tradizionalmente molto a favore dei giocatori che vengono dal paese sudamericano. Ma il tifo non ridistribuisce i pesi in campo. Nel tie break, Djokovic dilaga; nel terzo set, fa quel che vuole. Finisce 6-4 7-6 6-1.
Anche le vicende umane di Damir Dzumhur sono segnate dai miracoli. Il primo evento eccezionale che lo riguarda fu nascere nel momento peggiore dell‘assedio di Sarajevo, città martire della tragedia balcanica seguita al disfacimento dei regimi comunisti. Era il maggio 1992. Il secondo miracolo fu sopravvivere in quelle condizioni, il terzo diventare prima un attore cinematografico apprezzato e infine un tennista di livello mondiale.
Damir aveva solo due giorni quando l'ospedale dove sua madre l’aveva partorito fu bombardato dai serbi ed evacuato. Il padre, musulmano bosniaco, era da poco fuggito dalla città nel timore che i serbi l’espugnassero: avrebbe conosciuto il figlio quasi un anno più tardi. Nerfid, che è maestro di tennis, riaprì il suo circolo quando la battaglia di Sarajevo stava finendo ma a lungo il piccolo Damir fu costretto a tirare diritti e rovesci in una palestra riattata: provarci all’aperto sarebbe stato pericoloso a causa dei cecchini appostati sulle colline. Da adolescente fu ingaggiato dal regista bosniaco Jasmila Zbanic per una parte nel film “Grbavica”, in Italia uscito nelle sale con il titolo “Il segreto di Esma”, Orso d’Oro a Berlino. Subito dopo ebbe un ruolo da protagonista nel lungometraggio tedesco “Snipers Valley”. A carriera da top player conclusa - dice spesso - “tornerò a fare l’attore”. Intanto, però, si affermava tra i junior più forti al mondo. Io lo vidi vincere a mani basse il torneo di Pasqua al CTF delle Cascine, a Firenze, nel 2010. Nonostante tra bosniaci e serbi ci siano mille motivi di reciproco rancore, Dzumhur si allena regolarmente a Belgrado con Janko Tipsarevic e Viktor Troicki. “Mi trovo bene, ci sono buone strutture e mi aiutano tutti”, assicura: e anche questo è un miracolo.
Tennisticamente, il capofila della Bosnia Erzegovina (ATP 89, ma è stato 23 nel 2018) ha avuto una crescita costante, culminata tra il 2017 e l’anno scorso nei tornei ATP vinti a San Pietroburgo, Mosca e Antalya. Alto solo 175 centimetri, è penalizzato dal servizio spesso non abbastanza incisivo, che controbilancia con il tocco delizioso e la velocità d’esecuzione. Se ne è reso conto oggi Roger Federer, che nel primo set del secondo turno degli Us Open non l’ha saputo contrastare in alcun modo, patendone l’aggressività capace di togliere costantemente il ritmo. Ma il miracolo è durato poco. Nel secondo set lo svizzero ha ritrovato la giusta misura, che non ha più perso. La partita non ha vissuto altri colpi di scena: 3-6 6-2 6-3 6-4 in due ore e 22 minuti il risultato finale.
Intanto, fuori dai due stadi di Flushing Meadows con i tetti mobili, la pioggia ha costretto al rinvio di tutte le partite. Ben altro che un miracolo servirebbe per rendere accettabile il clima bizzoso di New York. Forse aiuterebbe una politica globale contro il riscaldamento del pianeta. Troppo perfino per la Madonna .
Quello di Cordoba non era peraltro il primo dei miracoli vissuti da Juan Ignacio. Considerato tra i più forti under 21 sudamericani, nel 2014 subì un grave infortunio alla spalla al quale seguì una forma perniciosa di parotite: in tutto, un anno e mezzo di stop che lo demoralizzò fino a fargli progettare, come ha rivelato la madre, Maricel, il ritorno a Jesus Maria e la rinuncia alle ambizioni tennistiche. Quella volta il miracolo s’incarnò in Andres Schneiter detto “El Gringo”, anch’egli originario della provincia del Cordoba (si dice così), discreto giocatore degli anni novanta e ottimo coach di talenti in crisi da ricostruire (segue anche il cileno Christian Garin): "Si fidava di me, mi disse di non preoccuparmi, volle che m’allenassi con lui”, ha raccontato El Topo. Da lì la riscossa, basata soprattutto sul potenziamento fisico. Numero 375 al mondo a inizio 2018, a furia di Challenger il rinato campioncino arrivò a sfiorare quota 100 a fine stagione. Poi, grazie al titolo conquistato a Cordoba, sfondò a metà inverno quota 70 del ranking ATP. In giugno l’entusiasmante cavalcata al Roland Garros, dove raggiunse il quarto turno battendo nell’ordine Basilashvili, Gasquet e Moutet prima di incrociare il cammino di Nadal. Il mese scorso, infine, il mancato titolo degli Swedish Open di Bastad, ceduto all’ultimo atto al cileno Nicolas Jarry.
Oggi Londero ha affrontato in notturna sul campo centrale degli Us Open il numero 1 al mondo Novak Djokovic. Ovviamente, una prima assoluta. Il primo set è stato segnato dai problemi alla spalla sinistra del serbo, trattato dai sanitari tra il settimo e l’ottavo game mentre dal suo angolo lo osservavano preoccupati i coach Marian Vajda e Goran Ivanisevic, confermato dopo la preziosa collaborazione fornita a Wimbledon. Come accade talvolta, i guai così palesemente esibiti finiscono per innervosire l’avversario, che spreca ed esagera, cedendo la frazione. Mano a mano che l’antidolorifico fa effetto, Nole cresce in efficacia ed El Topo si tranquillizza. Il secondo set è combattuto, con il vincitore di Wimbledon costretto a inseguire. L’argentino ha l’appoggio del pubblico dell’Arthur Ashe, tradizionalmente molto a favore dei giocatori che vengono dal paese sudamericano. Ma il tifo non ridistribuisce i pesi in campo. Nel tie break, Djokovic dilaga; nel terzo set, fa quel che vuole. Finisce 6-4 7-6 6-1.
Anche le vicende umane di Damir Dzumhur sono segnate dai miracoli. Il primo evento eccezionale che lo riguarda fu nascere nel momento peggiore dell‘assedio di Sarajevo, città martire della tragedia balcanica seguita al disfacimento dei regimi comunisti. Era il maggio 1992. Il secondo miracolo fu sopravvivere in quelle condizioni, il terzo diventare prima un attore cinematografico apprezzato e infine un tennista di livello mondiale.
Damir aveva solo due giorni quando l'ospedale dove sua madre l’aveva partorito fu bombardato dai serbi ed evacuato. Il padre, musulmano bosniaco, era da poco fuggito dalla città nel timore che i serbi l’espugnassero: avrebbe conosciuto il figlio quasi un anno più tardi. Nerfid, che è maestro di tennis, riaprì il suo circolo quando la battaglia di Sarajevo stava finendo ma a lungo il piccolo Damir fu costretto a tirare diritti e rovesci in una palestra riattata: provarci all’aperto sarebbe stato pericoloso a causa dei cecchini appostati sulle colline. Da adolescente fu ingaggiato dal regista bosniaco Jasmila Zbanic per una parte nel film “Grbavica”, in Italia uscito nelle sale con il titolo “Il segreto di Esma”, Orso d’Oro a Berlino. Subito dopo ebbe un ruolo da protagonista nel lungometraggio tedesco “Snipers Valley”. A carriera da top player conclusa - dice spesso - “tornerò a fare l’attore”. Intanto, però, si affermava tra i junior più forti al mondo. Io lo vidi vincere a mani basse il torneo di Pasqua al CTF delle Cascine, a Firenze, nel 2010. Nonostante tra bosniaci e serbi ci siano mille motivi di reciproco rancore, Dzumhur si allena regolarmente a Belgrado con Janko Tipsarevic e Viktor Troicki. “Mi trovo bene, ci sono buone strutture e mi aiutano tutti”, assicura: e anche questo è un miracolo.
Tennisticamente, il capofila della Bosnia Erzegovina (ATP 89, ma è stato 23 nel 2018) ha avuto una crescita costante, culminata tra il 2017 e l’anno scorso nei tornei ATP vinti a San Pietroburgo, Mosca e Antalya. Alto solo 175 centimetri, è penalizzato dal servizio spesso non abbastanza incisivo, che controbilancia con il tocco delizioso e la velocità d’esecuzione. Se ne è reso conto oggi Roger Federer, che nel primo set del secondo turno degli Us Open non l’ha saputo contrastare in alcun modo, patendone l’aggressività capace di togliere costantemente il ritmo. Ma il miracolo è durato poco. Nel secondo set lo svizzero ha ritrovato la giusta misura, che non ha più perso. La partita non ha vissuto altri colpi di scena: 3-6 6-2 6-3 6-4 in due ore e 22 minuti il risultato finale.
Intanto, fuori dai due stadi di Flushing Meadows con i tetti mobili, la pioggia ha costretto al rinvio di tutte le partite. Ben altro che un miracolo servirebbe per rendere accettabile il clima bizzoso di New York. Forse aiuterebbe una politica globale contro il riscaldamento del pianeta. Troppo perfino per la Madonna .