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Dove c'è passione, c'è grande tennis

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Quanta acqua del fiume Atlanta è passata sotto l’Edmund Pettus Bridge di Selma da quando Arthur Ashe vinse il primo Us Open della storia nel fatidico 1968, tre anni dopo le marce antisegrazioniste? Così tanta che nessuno, forse nemmeno Matteo Salvini, storce il naso più se un tennista di colore (uso qui il maschile perché lo pretende la lingua italiana, ma mi riferisco a entrambi i generi) le suona di santa ragione a uno bianco e biondo. Merito di Ashe, di Yannick Noah, delle sorelle Williams, di Dustin Brown, di Gael Monfils, di Naomi Osaka e di tanti grandi giocatori i cui genitori o nonni provenivano dall’Africa, senza che fosse una loro scelta, per consumarsi nelle piantagioni delle Americhe e nelle periferie degradate in Europa. Nessuno si stupisce nemmeno se un giovanissimo tennista ottiene grandi risultati o addirittura si prende uno slam come accadde a Michael Chang a 17 anni e a Martina Hingis a 16. Dunque, la passione collettiva che sta travolgendo d’affetto e di aspettative Cori “Coco” Gauff, che ha compiuto 15 anni il 13 marzo ed è figlia di un cestista e di una specialista di atletica leggera, entrambi di buon livello, prescinde da non percepibili ritorni di fiamma dell’orgoglio nero e dalla precocità del suo eccezionale livello agonistico.
 
Il fenomeno è più intimo, riguarda ciascuno di noi ed è ispirato da “com’è” Coco. Chiunque, dalle tribune del campo principale di Flushing Meadows o da casa in tv, abbia visto il suo match di ieri contro l'ungherese Timea Babos, vinto in tre set (6-2 4-6 6-4) nonostante i 34 errori non forzati, s’è reso conto che Coco è magnetica, ispira rispetto e insieme affetto, colpisce duro e intenerisce, affascina con la maturità che le arriva da chissà dove, incanta e intimidisce come una guerriera epica. Approdata al terzo turno dello slam di New York alla stessa età della bellissima Anna Kournikova nel 1996, non ha nell’estetica fuori dalla media il suo punto di forza: che è piuttosto l’espressione seria e sicura di quando attende la palla di servizio dell’avversaria; oppure l’ingenuità e il valore dirompente di frasi che in bocca ad altri farebbero sorridere: “Non riuscivo a vedere un posto vuoto sugli spalti. Non so come ringraziare ciascuno di voi. È un onore, come americana, giocare qui a New York City”, ha detto subito dopo la vittoria. Domani, nel terzo round del torneo si misurerà con la campionessa Us Open in carica e leader mondiale WTA Naomi Osaka, figlia di un haitiano e una giapponese, di fatto americana anche se ha scelto la cittadinanza del paese del Sol Levante. Qualche timore, Coco? “Siamo entrambe giovani, sono solo curiosa di vedere come funziona il mio tennis contro il suo”. Punto. 
 
Veniamo a oggi. Per noi italiani il match più atteso era quello tra Paolo Lorenzi e Stan Wawrinka, 35 anni, tre slam conquistati  all’attivo, ex numero 3 al mondo, attualmente 24 del ranking mondiale. Il match è cominciato a venti ore dal termine della vittoriosa maratona del senese contro il serbo Miomir Kecmanovic, 4 ore e 48 minuti tanto esaltanti quanto massacranti. Smentendo ogni previsione, Paolo - che a dicembre compirà 38 anni - ha giocato senza mostrare alcun affaticamento e ha costretto lo svizzero ad alzare immediatamente la qualità del gioco. Ne è venuta fuori una partita equilibrata e avvincente, seguita con attenzione e partecipazione dal folto pubblico del Louis Armstrong Stadium.
 
“The Man”, com’è giusto, ha puntato tutto sull’efficacia delle bordate nei propri turni di servizio, mentre Lorenzi ha gestito con autorevolezza e passione ogni occasione di tenere il passo dell’avversario. Il primo set s’è risolto quando Wawrinka ha approfittato dell’unico momento di incertezza mostrato dall’attuale numero 120 del ranking in tempo reale, oggi al proprio sesto match in undici giorni a New York. Il secondo set ha avuto bisogno di un tie break lunghissimo (11-9), durante il quale l’italiano, pur perdendolo, s’è difeso e ha attaccato senza risparmiarsi. Stesso copione, con scambi brevi e spettacolari, nel terzo set, che però è apparso senza più storia dopo le micidiali accelerazioni di Stan nel nono game. Incassato il break, Lorenzi, alla risposta sul 5-4, ha fatto il miracolo di ottenere il controbreak. Nuovo tie break, dunque, che Stan ha dominato (7-4). Il punteggio,  6-5 7-6 7-6, per una volta descrive perfettamente quanto è accaduto in campo in 2 ore e 58 di grande tennis. Lorenzi lascia l’USTA Bille Jean King National Tennis Center con la consapevolezza di avere ancora qualcosa da dire nel circuito. Noi, ammirati, lo applaudiamo in una virtuale standing ovation.