Jean-Jacques Rousseau, che la gran parte degli italiani sente citare soltanto quando i grillini fanno finta di promuovere per via digitale i governi guidati da Giuseppe Conte, ebbe a scrivere che "la pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce". Matteo Berrettini è un ragazzo paziente che sa masticare amaro, se deve. Come oggi nel primo set del suo quarto di finale agli Us Open, quando non trova riparo durante la tempesta di dritti e rovesci innescata da Gael Monfils, 33 anni appena compiuti, testardamente intenzionato a conquistare la terza semifinale di slam in carriera dopo Roland Garros 2008 e Us Open 2016. Per oltre mezz'ora, a ogni punto subito e a ogni errore il romano si tocca rabbioso la fronte, a significare "usa la testa, Matteo!". Si rende conto che la rigidità di movimenti dovuta alla paura gli sta facendo sprecare occasioni ed energie. Allora ragiona e si concentra sui fondamentali come la prima di servizio, che in passato spesso gli ha consentito di uscire da situazioni difficili.
Mastica mastica, Matteo perde il primo set (3-6). Intanto però comincia a gustare il sapore di alcuni passanti che l'avversario, via via meno mobile e aggressivo, si limita a seguire con la coda dell'occhio mentre filano via. Il frutto dolce di cui parlò Rousseau 250 anni fa compare in campo nel secondo set, ed è un misto di servizi a 215 all'ora, slice di rovescio, lungolinea a pochi centimetri dalla linea laterale. Poi, per due set, per il numero 2 d'Italia (che da oggi è virtualmente 13 al mondo) è sempre lì a rimpinzarsi di pesche deliziose, albicocche morbide e ananas zuccherosi, che tradotti in punteggi sono un 6-3 e un 6-2 che sembrano tramortire Monfils.
Invece il parigino, noto gatto dalle molteplici vite, nel quarto set ritrova, come gli capita di frequente, la vivacità d'inizio match. Torna a rimbalzare da un angolo all'altro della sua metà campo, ribattendo e accelerando ogni palla. Come da manuale del tennis agonistico, il suo picco di gioco coincide con il calo di rendimento (o la pausa di riflessione) di Matteo. Con il 3-6 i conti dei set si pareggiano.
Nuovo ribaltamento di ruoli nella quinta frazione del match, con il romano che si porta in pochi minuti sul 5-2. Nel nono game, quando serve sul 5-3, non trasforma però la prima opportunità di chiudere il match e restituisce il break che aveva strappato a zero nel sesto gioco. E spreca altre due palle del match quand'è avanti 6-5. Nel tie break decisivo Berrettini riesce finalmente, costringendo Monfils all'errore di diritto sul 6-5, a prendersi il pass per la semifinale.
Più o meno, quel che è accaduto oggi nello stadio principale dell'USTA Billie Jean King National Tennis Center ve l'ho raccontato. Tuttavia non sfugge ad alcuno il valore senza precedenti nell'era open di quanto sta realizzando la ex fragile promessa di quattro o cinque anni dei circoli capitolini, come furono nell'immediato dopoguerra Nicola Pietrangeli e nei primi Settanta Adriano Panatta. Nessun maschio italiano, dopo Corrado Barazzutti nel 1977 a Forest Hill, s'è spinto tanto lontano in uno slam sull'hard. È vero che l'anno scorso a sorprenderci fu, al Roland Garros, Marco Cecchinato, anch'egli semifinalista: il palermitano è però un terraiolo che ha vissuto un momento di grazia (per il quale deve molto al suo team di allora, guidato da Simone Vagnozzi) e adesso sta lentamente tornando nelle retrovie del Grande Tennis.
Guidato da Vincenzo Santopadre e consigliato da Umberto Rianna, che per conto della FIT l'ha seguito da under 18, Berrettini dà peraltro la sensazione di avere enormi margini di crescita, oltre a una precoce maturità che ne fanno il miglior under 24 del circuito dietro Medvedev, Zverev, Tsitsipas e Khachanov. Il suo esempio sarà importante per far crescere i più forti della successiva generazione tennistica azzurra, quella di Jannik Sinner, Giulio Zeppieri e Lorenzo Musetti, tutti in predicato di raggiungere al più presto le prime linee del tennis che conta davvero (al quale il sudtirolese sta già ampiamente adeguandosi).
Venerdì in semifinale Berrettini troverà Rafael Nadal, l'unico dei tre storici dominatori del circuito in grado quest'anno di restare in corsa per il titolo di Flushing Meadows fino al penultimo atto. Lo spagnolo ha faticato più di quanto dica il risultato (6-4 7-5 6-2) ad aver ragione del non più sorprendente argentino Diego Schwartzman, 27 anni, ATP 21, che con Maradona condivide, oltre al nome, l'altezza limitata (170 centimetri contro 165) e almeno una quota di talento. Nei primi due dei tre set vinti nel match finito nella notte newyorkese ormai tardissima, il maiorchino ha corso più volte il rischio di vedere l'avversario ripetere almeno l'impresa - strappargli un set - riuscita due sole volte (Melbourne 2018 e Roland Garros 2018) nei sette precedenti scontri.
Matteo non ha mai avuto occasione, in nemmeno due anni di professionismo ai massimi livelli, di incontrare Nadal. Ovviamente, non ha nulla da perdere. Ha però dimostrato durante il suo eccellente percorso agli Us Open di essere ormai un pericolo per chiunque, dai giovani rampanti come Popyrin ai vecchi funamboli alla Monfils. La "lezione di Wimbledon" (la definizione è sua) ricevuta da Federer in luglio negli ottavi di finale gli sarà psicologicamente utilissima.
Mastica mastica, Matteo perde il primo set (3-6). Intanto però comincia a gustare il sapore di alcuni passanti che l'avversario, via via meno mobile e aggressivo, si limita a seguire con la coda dell'occhio mentre filano via. Il frutto dolce di cui parlò Rousseau 250 anni fa compare in campo nel secondo set, ed è un misto di servizi a 215 all'ora, slice di rovescio, lungolinea a pochi centimetri dalla linea laterale. Poi, per due set, per il numero 2 d'Italia (che da oggi è virtualmente 13 al mondo) è sempre lì a rimpinzarsi di pesche deliziose, albicocche morbide e ananas zuccherosi, che tradotti in punteggi sono un 6-3 e un 6-2 che sembrano tramortire Monfils.
Invece il parigino, noto gatto dalle molteplici vite, nel quarto set ritrova, come gli capita di frequente, la vivacità d'inizio match. Torna a rimbalzare da un angolo all'altro della sua metà campo, ribattendo e accelerando ogni palla. Come da manuale del tennis agonistico, il suo picco di gioco coincide con il calo di rendimento (o la pausa di riflessione) di Matteo. Con il 3-6 i conti dei set si pareggiano.
Nuovo ribaltamento di ruoli nella quinta frazione del match, con il romano che si porta in pochi minuti sul 5-2. Nel nono game, quando serve sul 5-3, non trasforma però la prima opportunità di chiudere il match e restituisce il break che aveva strappato a zero nel sesto gioco. E spreca altre due palle del match quand'è avanti 6-5. Nel tie break decisivo Berrettini riesce finalmente, costringendo Monfils all'errore di diritto sul 6-5, a prendersi il pass per la semifinale.
Più o meno, quel che è accaduto oggi nello stadio principale dell'USTA Billie Jean King National Tennis Center ve l'ho raccontato. Tuttavia non sfugge ad alcuno il valore senza precedenti nell'era open di quanto sta realizzando la ex fragile promessa di quattro o cinque anni dei circoli capitolini, come furono nell'immediato dopoguerra Nicola Pietrangeli e nei primi Settanta Adriano Panatta. Nessun maschio italiano, dopo Corrado Barazzutti nel 1977 a Forest Hill, s'è spinto tanto lontano in uno slam sull'hard. È vero che l'anno scorso a sorprenderci fu, al Roland Garros, Marco Cecchinato, anch'egli semifinalista: il palermitano è però un terraiolo che ha vissuto un momento di grazia (per il quale deve molto al suo team di allora, guidato da Simone Vagnozzi) e adesso sta lentamente tornando nelle retrovie del Grande Tennis.
Guidato da Vincenzo Santopadre e consigliato da Umberto Rianna, che per conto della FIT l'ha seguito da under 18, Berrettini dà peraltro la sensazione di avere enormi margini di crescita, oltre a una precoce maturità che ne fanno il miglior under 24 del circuito dietro Medvedev, Zverev, Tsitsipas e Khachanov. Il suo esempio sarà importante per far crescere i più forti della successiva generazione tennistica azzurra, quella di Jannik Sinner, Giulio Zeppieri e Lorenzo Musetti, tutti in predicato di raggiungere al più presto le prime linee del tennis che conta davvero (al quale il sudtirolese sta già ampiamente adeguandosi).
Venerdì in semifinale Berrettini troverà Rafael Nadal, l'unico dei tre storici dominatori del circuito in grado quest'anno di restare in corsa per il titolo di Flushing Meadows fino al penultimo atto. Lo spagnolo ha faticato più di quanto dica il risultato (6-4 7-5 6-2) ad aver ragione del non più sorprendente argentino Diego Schwartzman, 27 anni, ATP 21, che con Maradona condivide, oltre al nome, l'altezza limitata (170 centimetri contro 165) e almeno una quota di talento. Nei primi due dei tre set vinti nel match finito nella notte newyorkese ormai tardissima, il maiorchino ha corso più volte il rischio di vedere l'avversario ripetere almeno l'impresa - strappargli un set - riuscita due sole volte (Melbourne 2018 e Roland Garros 2018) nei sette precedenti scontri.
Matteo non ha mai avuto occasione, in nemmeno due anni di professionismo ai massimi livelli, di incontrare Nadal. Ovviamente, non ha nulla da perdere. Ha però dimostrato durante il suo eccellente percorso agli Us Open di essere ormai un pericolo per chiunque, dai giovani rampanti come Popyrin ai vecchi funamboli alla Monfils. La "lezione di Wimbledon" (la definizione è sua) ricevuta da Federer in luglio negli ottavi di finale gli sarà psicologicamente utilissima.