I mondi di Gael Monfils ed Alexander Bublik sono spumeggianti cocktail di tecnica, prestanza fisica e, soprattutto, puro divertimento. Di tutti i match della terza giornata degli Australian Open, è il loro ad assicurare spettacolo come un allenamento degli Harlem Globetrotters al Disney World di Orlando. Per questa ragione me lo godrò senza l'ansia di doverne poi scrivere (chiude il programma serale della Margaret Court Arena quando in Italia è fine mattinata).
Il mondo di Matteo Berrettini è meno divertente di quello del francese e del russo-kazako anche perché per diventare numero 1 italiano e 6 nel ranking ATP live ha dovuto puntare sul lavoro più che sul talento, che è comunque tanto. Il romano ha bisogno di giocare molte partite ufficiali per trovare il ritmo di un torneo e, poi, della stagione: meglio, quindi, se si tratta di match duri, con avversari che provano a regalare poco come nel caso della wild card Stefan Kozlov, 24 anni tra dieci giorni, nato a Skopje in Macedonia da genitori russi (il padre è un coach di tennis) ma cresciuto negli Stati Uniti, nel 2014 finalista perdente, da junior, a Melbourne contro Alexander Zverev e a Wimbledon contro Noah Rubin. Messo rapidamente in sicurezza il primo set, Matteo mostra un netto calo di rendimento a partire dalle tre palle break nel quarto game e le due nel decimo, tutte sprecate, nel secondo parziale. Con qualche difficoltà, riesce a prevalere nel terzo set per poi dilagare nell'ultimo (6-1 4-6 6-4 6-1). Prestazione ancora di qualità insufficiente rispetto a quanto necessario per mettere in difficoltà i colleghi Top Ten e, forse, ragazzini con il coltello tra i denti come Carlos Alcaraz, che sarà il suo avversario di venerdì avendo oggi annichilito Dusan Lajovic (6-2 6-1 7-5). Vincenzo Santopadre e lo staff dovranno lavorare parecchio in queste 48 ore.
Nel mondo di Lorenzo Sonego prevalgono la fatica e la sofferenza, accoppiate all'ottimismo. Terminata la Davis sotto casa a Torino, ha lavorato sul potenziamento e su alcuni fondamentali, a cominciare dal rovescio. Opposto al simpatico fantasista Oscar Otte detto "Ozzy", 28 anni, ATP 96, che al primo turno degli ultimi Us Open l'aveva mandato in tilt con il servizio anomalo, l'imprevedibilità del diritto e la predilezione per le righe (6-7 7-5 7-6 7-6), oggi incontra le stesse difficoltà nel primo set, malamente perso. Stavolta però la reazione è quella che il suo coach Gipo Arbino pretende: improntata alla fiducia nei propri mezzi. Nei tre set successivi il tedesco riesce a raggranellare soltanto sei game perché il ritmo imposto da Lorenzo, classe 1995, risulta per lui ingestibile. Finisce 2-6 6-2 6-3 6-1: un risultato che consente al numero 3 d'Italia e 23 del mondo (sempre in tempo reale) di approdare per la prima volta al terzo turno degli Australian Open, che lo vedrà in campo contro il serbo Miomir Kecmanovic.
Anche il mondo di Camila Giorgi è fatto di fatica e sofferenza, ma per quel che riguarda l'ottimismo non mi pronuncio. Mentre le colleghe si riposavano al termine della stagione, lei s'è dedicata a sessioni di massacrante preparazione fisica: sei settimane di atletica perché "mi fa stare bene", ha raccontato. Arrivata in Australia, s'è scoperta positiva al Covid. Interrotta la preparazione, ha disertato due dei tornei WTA che precedono lo slam e tuttavia lunedì, all'esordio sul campo 6, appare in forma smagliante e supera di slancio la russa Anastasia Potapova (6-4 6-0). Oggi, avanti per 6-2 5-2, va a servire per il match, perde la concentrazione e consente all'allibita Tereza Martincova, 27 anni, WTA 47, di infilare quatto game consecutivi. Senza aver fatto nulla di meglio dal ributtare la palla dall'altra parte della rete, in un quarto d'ora la ceca si ritrova in vantaggio 5-6 0-30: a due punti dal set, quindi, mentre Camila serve in evidente stato confusionale. Invece no: improvvisamente ritrova la lucidità, prende il comando delle operazioni, si prende il game e poi domina il tie break (7-2). (Le altre due italiane approdate al secondo turno erano date inevitabilmente per perdenti dai bookmaker: in effetti, l'australiana Asleigh Barty, testa di serie numero 1, ha impiegato 51 minuti a far capitolare la volonterosa Lucia Bronzetti in forza di un eloquente 6-1 6-1; appena un po' più lungo, 71 minuti, e combattuto, 6-0 6-3, il match vinto dalla spagnola Paula Badosa, testa di serie numero 8, a spese di Martina Trevisan. Brave comunque).
Qual è, infine, il mondo di Peng Shuai? Nessuno lo sa. Sul destino della giocatrice cinese mancano notizie precise e rassicuranti nonostante il circo mediatico globale si stia per trasferire a Pechino per le Olimpiadi invernali. Lo scorso fine settimana ha spopolato sul web un cartone animato con protagonista una star del tennis che, confinata in una cella, manda appello video al mondo: "Mobilitatevi!". Era Novak Djokovic, allora bloccato nell'hotel dei profughi in attesa di visto, non Peng Shuai. Come ricordate, oltre due mesi fa la campionessa aveva raccontato su un social che l'ex vicepremier Zhang Gaoli l'aveva più volte violentata. Poi aveva ritrattato le accuse, ma in condizioni di evidente costrizione. Alcune sue apparizioni pubbliche, come quella recente in occasione del trentaseiesimo compleanno, sembrano gestite dagli apparati di sicurezza. Mi sarei aspettato che da Melbourne riprendesse vigore la campagna globale per ottenere garanzie sul trattamento della vincitrice di due slam di doppio e semifinalista nel singolare a Flushing Meadow nel 2014. Poi è esploso il caso Djokovic, gradito assist al regime cinese.