Negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta e anche oltre, tutti i grandi giornali italiani erano usi seguire con i propri inviati speciali gli Slam e i principali tornei. I loro nomi erano Gianni Clerici, Rino Tommasi, Alfonso Fumarola, Silvano Tauceri, Luigi Gianoli, ai quali s’aggiunsero più avanti Ubaldo Scanagatta, Dario Torromeo, Vincenzo Martucci, Stefano Semeraro, miei suppergiù coetanei. Li invidiavo, da giovane redattore inchiodato a “passare” (gergale per “correggere”) i pezzi altrui, perché loro, gli inviati, raccontavano le gesta di campioni - tutti stranieri, finita l’epoca di Nicola Pietrangeli, Adriano Panatta e compagni - e le alterne vicende di qualche connazionale di buone speranze rimaste regolarmente tali.
Poi, ho preso anch’io a frequentare gli Slam, alcuni Masters 1000, le ATP Finals a Londra e Torino. Ho avuto la fortuna di scrivere su Monday’s Net delle ragazze nate tra il 1980 e il 1987, di Francesca Schiavone, Flavia Pennetta, Roberta Vinci, Sara Errani, assai più determinate e vincenti dei colleghi maschi. A ogni torneo mi chiedevo come gli inviati spagnoli, svizzeri, britannici, serbi e perfino francesi e austriaci vivessero il privilegio di occuparsi di giocatori dei loro Paesi che senza colpo ferire raggiungevano le semifinali e le finali degli eventi più importanti della stagione mentre noi c’intristivamo con ragazzi che era un miracolo se superavano tre o quattro turni a Melbourne e perfino a Roma e che nemmeno immaginavano di poter essere un giorno tra gli otto delle finalone dei maestri. Improvvisamente dal 2019, prima con Berrettini, ora con Sinner, ho invece vissuto e sto vivendo le stesse sensazioni dei colleghi del madrileno El País, del londinese Guardian, del tedesco FAZ, che in passato sembrava ci guardassero sempre dall’alto in basso. Loro hanno Alcaraz e Zverev? Noi abbiamo Jannik, Lorenzo, Matteo (anzi, più di un Matteo e più di un Lorenzo) e dunque che ci invidino un po’, che era l’ora.
Penso a tutto questo in attesa della conferenza stampa di Sinner, fresco della vittoria ai danni di Medvedev per 6-3 6-7 6-1, la terza consecutiva dopo le finali degli ATP 500 di Pechino, 7-6 7-6, e di Vienna, 7-6 4-6 6-3. L’impressionante crescita nella seconda metà della stagione è stata ribadita oggi dal sudtirolese infierendo oltremisura sul russo numero 3 al mondo, che pure aveva avuto la meglio nei sei testa-a-testa disputati prima del fatidico 4 ottobre cinese. Un drammatico ribaltamento dei rapporti di forza tra il ragazzo rosso e i top player, già confermato dai successi ottenuti qui alle ATP Finals in tre set martedì su Novak Djokovic e giovedì su Holger Rune, entrambi mai battuti prima.
Cos’è accaduto? Appena seduto davanti a un centinaio di cronisti, Jannik risponde così: “Dite che non sembra normale quanto sto facendo qui a Torino? Io so quanto lavoro, quanto mi alleno per raggiungere gli obiettivi che ci siano dati”. Per spiegarsi meglio si rifugia in un territorio di totale comfort, che è quello della cucina di papà Hanspeter: “Il mio percorso è come imparare a fare bene gli spaghetti al pomodoro. La prima volta sbagli il sale, la volta dopo ci aggiungi i pomodorini freschi e poi il basilico. Ma devi stare attento perché, se ci metti troppi ingredienti, gli spaghetti diventano cattivi”. Gli chiedono: rispetto alle sei sconfitte contro Daniil seguite dalle tre vittorie, che spiegazione ti dai? “Boh”. Giù risate, poi una pausa e la spiegazione: “Sto crescendo e ho ancora tanto da imparare. Mi sto abituando a giocare con tutti i migliori e sono consapevole di poter dire sempre la mia”.
Il suo coach italiano Simone Vagnozzi - l’altro è l’australiano Darren Cahill - è altrettanto sincero e diretto: “Oggi Jannik ha sorpreso anche me. Nel primo set Medvedev è apparso subito assai aggressivo ma poi è bastato tenergli testa e approfittare di un breve calo quando era al servizio”. Detto così sembra tutto semplice e piano: invece – dopo un secondo parziale equilibratissimo – il terzo set è stato un capolavoro di tecnica, forza e intelligenza del team Sinner. Medvedev si dà questa spiegazione riduttiva: “Il mio servizio mi ha deluso. Voglio dire: non posso fallire così quando batto nei momenti importanti di un match. Ho ceduto due turni di servizio, e mi sono trovato sotto 6-1. Tutto qui”. La verità è che le risposte di Jannik l’hanno messo in seria difficoltà, come poi il moscovita ammette: “Sono impressionato, sta giocando molto bene, corre ovunque, se gli dai una palla facile non sbaglia il colpo al volo. Il servizio è migliorato. Sta surfando sulla cresta dell’onda”.
Domenica, quindi, si gioca la finale più importante dell’era post Panatta per il tennis maschile azzurro, al pari di quella di Wimbledon del 2021 di Berrettini contro Djokovic. L’avversario di Sinner sarà proprio Novak, 36 anni, che nella sessione serale ha avuto ragione di Carlos Alcaraz, 21 anni, senza apparentemente faticare (6-3 6-2). Una sensazione alimentata dal predominio atletico e tecnico del numero 1 ATP che, in mattinata, al Pala Alpitour, si diceva stesse preparando accuratamente la semifinale agguantata all’ultimo tuffo venerdì. L’unico rischio l’ha corso nel sesto game del secondo set, quando ha dovuto annullare due occasioni consecutive di controbreak. Poi è dilagato. Il murciano è arrivato evidentemente scarico agli appuntamenti di fine stagione. Come una beccaccia o un fagiano, Nole l’ha abbattuto: peraltro, nel suo Paese andare a caccia resta il passatempo nazionale.
Il serbo non ha intenzione di arretrare di un centimetro fino a quando il fisico e le motivazioni lo sorreggeranno. Di sicuro domenica non regalerà alcunché a Sinner, che considera tra i giovani virgulti che hanno ancora bisogno di lezioni da parte sua.