Se condivise (va bene anche in diretta tv o in streaming), la sofferenza e la gioia sono collanti emotivi formidabili, dunque stavolta non dovremo aspettare alcuni decenni, parecchi libri e un docufilm per renderci conto che quella di Sinner, Sonego, Arnaldi, Musetti, Bolelli, Volandri più Binaghi è “una squadra” al pari dell’eterogeneo e sanguigno gruppo formato da Panatta, Bertolucci, Barazzutti, Zugarelli, Pietrangeli più Belardinelli in grado di vincere, nel 1976 a Santiago del Cile, l’unica delle sette finali di Coppa Davis giocate dagli azzurri dal 1960 al 1998. Il meritato trionfo di Malaga, oltre a essere uno dei più importanti traguardi raggiunti di recente dallo sport italiano, costituisce un turning point per il movimento tennistico nazionale, eppure nella nostra memoria collettiva le due settimane delle Nitto ATP Finals e dei tre turni decisivi di Davis diventeranno presto un unicum, un one-man-show, un virtuosistico assolo di Jannik Sinner composto da dieci match, con sette vittorie in singolare e due in doppio, più una sconfitta contro il numero 1 al mondo Novak Djokovic (peraltro battuto sia nel girone torinese, sia nella semifinale di Malaga). Tutto questo senza nulla togliere, per carità, a Matteo Arnaldi, Lorenzo Sonego e Filippo Volandri, gli altri tre principali protagonisti della straordinaria performance spagnola.
Il ragazzo nato nel 2001 a San Candido, in tedesco Innichen, e cresciuto tra Sesto Pusteria, in tedesco Sexten, e la Val Fiscalina, Fischleintal, che canta con convinzione l’Inno di Mameli, è già un fenomeno mediatico, popolare e trasversale come lo furono negli anni 90 Alberto Tomba e nei primi decenni del nuovo secolo Valentino Rossi e Federica Pellegrini, oppure come Fausto Coppi e Gino Bartali negli anni 40 e 50 e Primo Carnera novant’anni fa (il rapporto tra calciatori e tifosi è condizionato dalla maglia, quindi ogni paragone è fuori luogo).
Pur avendo visto dal vivo decine di match di Jannik tra il 2019 e il 2021, dopo la sua uscita di scena nei quarti di finale degli Australian Open 2022 e il successivo divorzio dal coach Riccardo Piatti dubitavo che l’allora numero 10 ATP sarebbe maturato fino a chiudere 2023 tra i primi quattro del ranking mondiale, giocare la semifinale a Wimbledon e l’ultimo atto delle Finals, prendersi il suo primo Masters 1000 a Toronto, raggiungere a 22 anni Panatta come tennista italiano più vittorioso dell’era Open, infine riportare a casa nostra l’orrida insalatiera dopo 47 anni.
La scelta di un coach come Simone Vagnozzi, di talento ma giovane e senza esperienza prolungata a livello di Top 50 (il suo allievo più vincente, Marco Cecchinato, era fuggevolmente apparso tra i Top 20), mi era apparsa azzardata. Sbagliavo, perché Sinner aveva un progetto chiaro in testa: trovare qualcuno che stesse al suo fianco senza paternalismi, provasse e trovasse soluzioni ai suoi problemi di gioco e di strategia, si adeguasse alle sue esigenze personali e ai suoi obiettivi assai ambiziosi in termini di preparazione e calendario, oltre che di risultati. Le assunzioni di Darren Cahill in qualità di supercoach e del preparatore atletico Umberto Ferrara sono state meditate e redditizie nei tempi medi perché con loro s’è realizzata una impressionante crescita a livello tecnico e fisico. Mentalmente, sono convinto che Jannik abbia sporadico bisogno di un coach specializzato - pur senza farne a meno - perché è il gruppo il suo punto di riferimento, la camera di compensazione di eventuali debolezze o incertezze.
Così è per Djokovic, così era per Roger Federer e Rafael Nadal. Lo stesso vale per almeno uno dei due che lo precedono in classifica alle spalle del serbo, Daniil Medvedev, numero 3 ATP, che si rapporta con il suo team da pari a pari. Diversa credo sia la dinamica relazionale tra Carlos Alcaraz e il mentore Juan Carlos Ferrero, ma il murciano è un classe 2003, poco più che un adolescente.
Le motivazioni e l’atteggiamento con i quali Sinner ha affrontato gli impegni più importanti della seconda metà della stagione sono un viatico che dà sicurezze su quanto ci farà vedere a partire da gennaio. Ormai nessun giocatore è fuori dalla sua portata. Per alcuni Top 10 sta diventando l’avversario più ostico e temuto. In specifici ecosistemi tennistici - sul veloce indoor o in assenza di vento - è al momento il più forte al mondo, ma sono convinto che anche sull’erba di Wimbledon potrà tentare di approdare alla finale. La terra rossa si addice meno al suo gioco che ormai si basa anche sulla qualità e sulla potenza del servizio, ma non sarò io a porre limiti a quanto riuscirà a fare. Fin d’ora azzardo: il Greatest of All Times, il GOAT italiano, sarà comunque lui. A breve.
Oggi, scendendo in campo per la prima volta in settimana senza la responsabilità di dover recuperare dopo un match perso dall’Italia (nella partita d’apertura Matteo Arnaldi, sconfitto giovedì dall’olandese Botic van de Zandschulp, ha mostrato la resilienza e l’intelligenza necessarie per avere la meglio su Alexei Popyrin per 7-5 2-6 6-4), il ragazzo rosso ha disposto a piacimento (6-3 6-0) del povero Alex de Minaur, già maltrattato nella finale di Toronto.
Il match che ci ha riconsegnato l’insalatiera è però quello vinto da Jannik ieri in tre set ai danni di Djokovic per 6-2 2-6 7-5. La rivalità tra il numero 1 italiano e il serbo sarà uno dei temi degli Australian Open, che cominceranno il 14 gennaio. Ci saranno anche Musetti, Sonego, Arnaldi, forse Berrettini e uno dei ragazzi in campo nei prossimi giorni nelle Next Gen Finals in Arabia Saudita, Flavio Cobolli e Luca Nardi. Il ciclo del nuovo tennis italiano è appena cominciato.