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Internazionali d’Italia: da Paul a Jarry e Tabilo, è oltre Atlantico la nuova fucina dei terraioli

Internazionali d’Italia: da Paul a Jarry e Tabilo, è oltre Atlantico la nuova fucina dei terraioli
(ansa)
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Al momento è diciottesimo nella classifica mondiale, piazzato tra i moscoviti Karen Khachanov e Alexander Bublik, ma non è detto che l’ascesa di Nicolas Jarry finisca lì. Tra poche ore il cileno troverà in semifinale Tommy Paul (vedrete quanti, sui giornali e sul web, titoleranno “Tom & Jarry” l’articolo di presentazione del match) e davvero è difficile fare pronostici. Ne ho sbagliati tanti, ma non sono il solo: stasera, mentre m’avviavo verso il Centrale, un ex ottimo tennista e poi dirigente federale mi grida “…vai a vedere la lezione di tennis?” e, siccome lo guardo senza capire, chiarisce cosa intende: “Sì, quella che Tsitsi sta per dare a Jarry”. Invece a impartire lezioni di resilienza e determinazione è il nipote di Jaime Fillol, tosto avversario di Panatta e compagni a Santiago nel 1976, che spegne poco per volta le velleità di Stefanos Tsitsipas. Il quale, dopo essersi visto annullare undici occasioni di break delle tredici che s’è procurato, s’arrende sconsolato (3-6 7-5 6-4) sotto gli occhi di papà, mamma, zia più altri membri temporanei del clan ateniese.

Dimenticate le traversie del 2020, quando fu squalificato per undici mesi per aver violato il programma antidoping, Nicolas Jarry sta diventando a quasi 29 anni uno dei più temibili terraioli del circuito. Lo testimonia l’elenco degli avversari eliminati a Roma - Matteo Arnaldi, Stefano Napolitano, Alexandre Muller e adesso Tsitsipas - ma non è un’eccezione: i latinoamericani imparano a giocare su campi come i nostri. Accade però che anche gli yankee stiano sviluppando un feeling speciale con la terra rossa. “Clay is better than hard", spiega, per esempio, Danielle Collins. Tre degli otto singolaristi in campo oggi nel Centrale provengono dalla East Coast: in ordine di apparizione, Paul dal New Jersey, Coco Gauff e Collins dalla Florida. Il primo ha battuto Hubert Hurkacz in tre set e con un certo agio (7-5 3-6 6-3). Delle due ragazze, Coco le ha buscate da Iga Swiatek (6-4 6-3) mentre Michelle ha opposto qualche resistenza ad Aryna Sabalenka, cedendo alla fine per 7-5 6-2. Poi c'è Alejandro Tabilo, l'altro cileno in semifinale (contro Zverev) che è un l'anello di congiunzione: nato Canada, cresciuto negli Stati Uniti, diventato un Top 100 una volta tornato nel paese dei genitori: mezzo terraiolo, mezzo da hard.

Si tratta di un netto cambiamento rispetto a quanto accaduto per decenni, con gli americani che spopolavano tra gennaio e fine marzo e poi da agosto in poi, cioè nei mesi in cui si gioca sul cemento e spesso indoor. Come termine di paragone, eccovi un dato: prima di Paul, in questo secolo soltanto altri quattro maschi yankee sono approdati alle semifinali del Foro Italico, Andre Agassi (due volte, nel 2002 e nel 2005), Andy Roddick (2002 e 2008), John Isner (2017) e Reilly Opelka (2021). Per il resto, nelle fasi finali degli Internazionali abbiamo per lo più visto spagnoli, balcanici, argentini, svizzeri, tedeschi, britannici, russi, svedesi. Più qualche italiano e ceco. In conferenza stampa Tommy - che anche oggi ha scritto “Forza Lazio” sull’obiettivo della telecamera a fine partita- ha raccontato: “In realtà sono cresciuto giocando sulla terra battuta. C’erano solo campi in terra dove abitavo io. Era terra verde, non quella buona (che c’è in Europa ndr). Voglio dire, io qui mi sento a mio agio. Ma non so se è qualcosa che vale per tutti noi (americani ndr). Non ne sono sicuro”.

Parliamo degli italiani. Il bolognese Stefano Accorsi, allora sconosciuto, si prende un posticino nella storia del costume pronunciando sei parole fatali, “two gust is megl che one”. È l’estate del 1994. Nel 2019 un altro bolognese, Simone Bolelli, capisce che il suo futuro da singolarista si prospetta avaro di soddisfazioni e decide di dedicarsi al doppio. Oggi, a trent’anni dal celeberrimo spot del MaxiBon, anch’egli, come l’attore preferito da Ferzan Ozpetek, dice chiaro e tondo che due è meglio di uno. Al suo fianco nella stanzona delle conferenze stampa del Foro Italico c’è l’oggetto della dichiarazione d’affetto tennistico, il torinese Andrea “Wave” Vavassori, che sorride e annuisce: “È vero, stiamo bene insieme, e io un compagno così me lo voglio tenere per tre anni almeno”. L’obiettivo comune, a breve, è farsi valere alle Olimpiadi di Parigi, perché “è il sogno di ogni sportivo. Riuscirci con un amico è qualcosa di speciale”.

La coppia numero 2 del ranking Race - che, misurando i risultati da gennaio in poi, definisce il lotto delle coppie in lizza nelle ATP Finals di novembre - oggi ha eliminato sul Pietrangeli i forti specialisti Wesley Koolhof, olandese, e Nikola Mektic, croato. Il punteggio, 6-4 6-2, descrive compiutamente il divario visto in campo. Il segreto, spiegano Simone a Wave, è sempre lo stesso: preparare la partita in ogni particolare. Lo faranno domani con i coach in modo da affrontare in sicurezza sabato in semifinale la coppia formata dal salvadoregno Marcelo Arevalo-Gonzalez e dal croato Mate Pavic, per anni l’alter ego tennistico di Mektic. Li hanno affrontati a Montecarlo il mese scorso nei quarti di finale, prendendole. Ma ora sanno quanto sono aggressivi, dunque cercheranno di tenere alta la percentuale di servizio e non farli avanzare verso la rete. Sono sereni e ottimisti, che è un buon viatico.

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