Improvvisamente, Jasmine Paolini perde il tocco magico che aveva mantenuto per sei turni al Roland Garros e per cinque qui a Wimbledon. Capita. O forse è solo che, siccome tutte e tutti abbiamo diritto a un giorno da leonesse o leoni nella vita, oggi è il turno della croata Donna Vekic, la sua avversaria, vincitrice in carriera di quattro tornei minori, mai arrivata oltre i quarti di finale negli slam.
Invece, dopo quasi tre ore di confronto massacrante (mai era andata così lunga una semifinale femminile a Wimbledon), a ruggire più forte è di nuovo lei, la ragazza garfagnina di nascita e lucchese di formazione, che, dopo aver provato a conquistare il titolo al Roland Garros 32 giorni fa, ci riproverà sabato a Wimbledon. L’ultima a fare altrettanto fu, udite udite, Serena Williams nel 2016.
Il primo set del match nella Centre Court, gremitissima, è un calvario di errori della lucchese, che fatica a leggere il gioco potente di Donna, partendo sempre in ritardo di una frazione di secondo rispetto a quanto aveva fatto finora. Dopo il break patito nel quinto game, non crea alcuna chance per rifarsi sotto: anzi, cede un altro turno di servizio. Il pubblico la sostiene, avendola adottata grazie al gioco divertente e al sorriso disarmante, e questo l’aiuta a superare il momento difficilissimo che si protrae fino all’inizio del secondo set. Il mio dubbio è che tanto calore la impressioni, facendole pesare il fatto che dovrebbe condurre lei gli scambi, mica subirli. Con qualche affanno tiene il ritmo costante di Vekic fino al 4 pari, serve bene e si porta sul 5-4, poi va a prendersi il set in forza di un break molto voluto e anche un po’ fortunato.
M’illudo, come tanti, che il sole tramonti in quel momento sulla giornata da leonessa di Vekic. Macché. Nei primi game del terzo set la croata si rimette a macinare servizi potenti e risposte sulle righe, tanto da andare subito in fuga. Paolini però non molla, continua a guardare fiduciosa l’angolo del coach Renzo Furlan, dove oggi c’è anche mamma Jacqueline, e si fa trovare pronta nel sesto game per rimettersi in pari. Dopo oltre due ore di battaglia, salta ogni schema: break e controbreak, un match point non trasformato da Jasmine, un game infinito - l’undicesimo, serve l’italiana - nel quale entrambe esprimono un tennis finalmente stellare, una palla di Donna fuori di un micron, un secondo match point annullato da Vekic, infine il super tie-break. Che ha questo andamento: 1-0 Paolini, 1-1, 1-2 Vekic, 1-3 (doppio fallo Paolini), 2-3, 3-3 (palla fuori di Vekic), 3-4, 4-4, 5-4 (ace millimetrico di Paolini), 5–5, 5-6 , 6-6, 7-6, 7-7, 7-8, 8-8, 9-8 (terzo match point di Paolini), 10-8. Il punteggio si cristallizza su 2-6 6-4 7-6 dopo due ore e 54 minuti di gioco. Esulta Jasmine, tripudio sugli spalti, mai un’italiana era arrivata in finale nello slam più iconico.
Onore a Vekic, comunque. Sul sito di Tennis Italiano ho scoperto che Donna, WTA 37, stessa età di Jasmine, di recente aveva seriamente pensato di smetterla con racchette e palline: “Era il giovedì prima dell’ultimo Roland Garros. Sono arrivata al club per allenarmi e invece ho detto a Nick (Horvat, il suo coach ndr) che volevo ritirarmi dal torneo, tornare a casa, prendermi una pausa. Ripetevo: non ho nessuna energia e non sento motivazioni per continuare”. Forse aveva il desiderio di dedicarsi a tempo pieno al suo secondo lavoro, quello di proprietaria di un’azienda che produce essenze per uso domestico. O forse era stanca di soffrire: nel 2021 si era operata al ginocchio, poi aveva avuto una seria fascite plantare, infine altri infortuni al ginocchio e al piede. Ci ha ripensato, giustamente, e a Wimbledon ha lavorato con Pam Shriver, numero 3 WTA quarant’anni fa ed ex compagna di doppio di Martina Navratilova. Figlia di atleti di qualità, una ostacolista e un portiere di calcio, Donna, dopo la cavalcata londinese che l’ha riportata a ridosso delle Top 20, metterà nel cassetto le ipotesi di non proseguire la carriera.
Quanto dell’incredibile recente crescita di Jasmine è merito di Furlan? Molto, secondo me, perchè è un tecnico formidabile e un mental coach a disposizione 24 ore su 24. Ma gli deve ancora di più la nouvelle vague del tennis azzurro. Gran lavoratore, schivo, alieno da qualsiasi protagonismo, come giocatore Renzo è stato numero 1 d’Italia e 19 del mondo nel 1996, come coach ha messo le proprie esperienza e intelligenza (la qualità più evidente quando giocava) a disposizione dell’intero movimento tennistico italiano. Durante il periodo non breve al vertice delle strutture tecniche federali, ha seguito in prima persona il lancio del programma che ha trasformato le attuali generazioni da esclusivamente terraiole, come le precedenti, a multisuperficie. L’ha ricordato il presidente della FITP (che allora si chiamava FIT) Angelo Binaghi: “Nel 2010 siamo stati Renzo ed io a spiegare che l’urgenza di una forte e decisa politica sportiva a favore dei campi cosiddetti veloci sarebbe stata assecondata da noi promuovendo la creazione di un’offerta adeguata. In pochi anni i campi con superficie sintetica sono diventati tremila e i nostri ragazzi sono chiamati ad allenarsi lì sopra il più possibile”. Da quelle scelte vengono Berrettini, Musetti, Paolini, Arnaldi e tanti altri.
Furlan non è riuscito ad approfittare più di tanto di quella lungimirante politica federale di cui era corresponsabile, nel senso che i suoi clienti-allievi a cavallo dei due ultimi decenni, da Francesca Schiavone a Simone Bolelli, si erano formati sulla terra rossa: difficile cambiarne in corsa l’attitudine. Il suo legame con la FITP non si è tuttavia mai interrotto, tanto che all’inizio dell’anno ha avuto per la prima volta l’incarico di seguire come capitano la nazionale in United Cup. Anche il lavoro con Jasmine, cominciato otto anni fa, prosegue con la collaborazione della FITP, in particolare con il preparatore Andrea Bracaglia e la capitana azzurra Tathiana Garbin. Un gioco di squadra che sta dando risultati senza precedenti.