Dopo sei confronti, dei quali quattro sulla terra rossa, e frequenti sedute di allenamento insieme a Montecarlo e altrove, i due si conoscono bene. Anni fa qualcuno sosteneva che s’assomigliassero, che il carrarino classe 2002 sarebbe stato l’erede del belgradese, 1997. Non ero d’accordo, la potenza di Djokovic era allora di sicuro superiore. Adesso, invece, il paragone sembra tenere, Lorenzo forza di più, il serbo spara di meno, alla fine c’è un sostanziale equilibrio in termini di newton.
Si conoscono eppure si studiano. Djokovic, che nella Centre Court di Wimbledon ha giocato oltre un’ottantina di partite, ci mette poco a definire la propria strategia per questa semifinale: spostare continuamente l’avversario, costringerlo all'errore, fare in fretta per non rischiare di superare i tre set. Quando Musetti capisce come approntare le contromisure, ottiene il controbreak, seguito però dal secondo fulmineo break di Nole che gli vale l’incasso del primo set dopo 50 minuti di tennis che definirei “circospetto”.
Nel secondo parziale Lorenzo mostra più coraggio, forse perché a una rumorosa parte del pubblico dei Championships, alla quale - per motivi che mi sono oscuri ma che sono noti alla BBC e ai tabloid - sta mortalmente sulle scatole Djokovic, lo sostiene a gran voce. Tuttavia, preferisce per lo più l’attendismo alimentato dal back, da sempre il suo colpo preferito, in preparazione del vincente. Nel tie break mette a segno un passante di diritto lungolinea che passa accanto al paletto che sorregge la rete. Un tripudio che nemmeno sul Pietrangeli, ma purtroppo il tennis non è come i tuffi o il pattinaggio di figura, che premiano la bellezza del gesto: 7-2, Nole si prende anche questo set.
Come gli chiede il coach Simone Tartarini, il ragazzo stavolta non si demoralizza (in passato l’abbiamo visto più volte lanciare metaforicamente l’asciugamano sul ring). Resta lì, tenta di ribattere all’ex numero 1 al mondo che, dopo l’infortunio al ginocchio sinistro patito al Roland Garros il 3 giugno e il successivo intervento chirurgico, sembrava dover rinunciare a ogni torneo prima delle Olimpiadi e invece domenica proverà a conquistare il suo ottavo trofeo sull’erba più verde di tutte, nella sua trentasettesima finale slam.
Nel terzo set Lorenzo resta attaccato all’avversario nonostante il break iniziale avrebbe tagliato le gambe a molti giocatori nella stessa sfavorevole situazione. Non fa mancare pezzi di bravura come drop shot e passanti incrociati, ma anche qui vale la regola della bellezza che non paga (“…sono sempre stato un esteta”, aveva detto dopo la vittoria su Taylor Fritz, “ma adesso so che sbagliavo io”). La sconfitta in tre set viene archiviata alle 19.52, ora locale. Il punteggio di 6-4 7-6 6-4 è eloquente e non lo umilia, anzi: Lorenzo sta crescendo, se continuerà a lavorare come negli ultimi mesi, si toglierà parecchie soddisfazioni in futuro.
Musetti è comunque da oggi membro effettivo del club esclusivo degli undici maschi italiani - sette in vita - che hanno giocato almeno una semifinale di slam. Gli altri dieci sono, in ordine temporale, Uberto de Morpurgo (1930 Roland Garros), Giorgio de Stefani (1932 e 1934 Roland Garros), Giuseppe Merlo (1955 e 1956 Roland Garros), Nicola Pietrangeli (1959, 1960, 1961 e 1964 Roland Garros e 1960 Wimbledon), Orlando Sirola (1960 Roland Garros), Adriano Panatta (1973, 1975 e 1976 Roland Garros), Corrado Barazzutti (1977 Us Open, 1978 Roland Garros), Marco Cecchinato (2018 Roland Garros), Matteo Berrettini (2019 Us Open, 2021 Wimbledon, 2022 Australian Open), Jannik Sinner (2023 Wimbledon, 2024 Australian Open, 2024 Roland Garros).
Due notazioni: sono otto le semifinali di slam con un azzurro in campo nelle ultime sette stagioni, che significa che il tennis azzurro sta portando qualcuno ogni anno almeno all’anticamera della finale; i nostri ragazzi - ne abbiamo parlando anche riguardo le performance di Jasmine Paolini - ora si esprimono bene su tutte le superfici, non soltanto sulla terra rossa.
Nella prima semifinale di giornata Carlos Alcaraz deve spendersi appena un po’ più del previsto, come peraltro nei precedenti turni, per tenere a distanza Daniil Medvedev, che nel primo set va in fuga, si fa raggiungere e poi domina il tie break. Di fatto, da quel preciso momento il match non ha più storia, perché il russo numero 5 ATP va in confusione e combina (o è costretto a combinare) più pasticci che altro. Il copione di ogni parziale si ripete senza variazioni, con il break ottenuto dal murciano entro i primi sette game, gli inutili tentativi di rincorsa da parte del moscovita che mercoledì ha eliminato Sinner e la chiusura dopo qualche scaramuccia, giusto per a dare sostanza al prezzo pagato dagli spettatori della Centre Court. Il quarto set, che sarà l’ultimo (6-7 6-3 6-4 6-4) è assai divertente perché, perso per perso, Medvedev lascia andare il braccio e le gambe e si libera mentalmente. Alcaraz è attento a non concedere alcunché fino all’ultimo dei 176 minuti di duello. Sabato il campione dei Championships 2023 proverà a ripetersi.
Come spiega Paolo Bertolucci davanti a un piatto vegetariano prima di andare a commentare su Sky il match di Musetti e Djokovic, “Alcaraz sa fare bene tutto, è il giocatore più completo del circuito. Nessuno oggi sa variare come lui”. Palle corte, volée, servizio, passanti di diritto e rovescio, scambi da fondo, serve and volley: solo Federer era altrettanto versatile (che non significa necessariamente vincente). Per fare un esempio: lo spagnolo usa principalmente il rovescio a due mani, così da avere un controllo migliore e una potenza maggiore; tuttavia, alla bisogna passa al rovescio a una mano, come quando colpisce di precisione sotto rete o esegue uno slice. In una frazione di secondo capisce cos’è più conveniente fare ed esegue. Tutte cose che Djokovic sa, perché un anno fa su questo stesso campo perse, contro Carlitos, in cinque set una finale he probabilmente è uno dei suoi incubi ricorrenti