“Semifinal Jannik Sinner vs. Ben Shelton” è scritto sul tabellone ufficiale degli Australian Open 2025. Un italiano del Sudtirolo contro un americano con papà di colore e mamma biondissima, ragazzi di un mondo multietnico, multilingue, multiculturale che qualcuno vorrebbe diviso da muri, espulsioni, eserciti sui confini, dazi, divieti, pene capitali. Li vedremo venerdì battersi per l’ingresso in finale, e sarà un grande spettacolo.
Oggi Alex de Minaur, opposto al numero 1 al mondo, mi ha ricordato quanto accadeva ogni volta che al fortissimo Tomas Berdych toccava in sorte confrontarsi con Roger Federer, Rafael Nadal o Novak Djokovic: giocava benissimo eppure perdeva nettamente. Quasi sempre. Per la cronaca, i record dell’archivio ATP contano 20 vittorie dello svizzero contro 6 del ceco, 20 di Rafa contro 4, 25 di Nole contro 3.
Nella Rod Laver Arena zeppa di tifosi di Alex, Jannik domina in lungo e in largo, pur senza infierire. Punta a far sbagliare l’avversario più che a piazzare rischiosi vincenti. Dopo i primi due set persi 6-3 6-2, l’australiano testa di serie numero 8 rinuncia di fatto a cercare soluzioni, mostrando anche con il linguaggio del corpo la delusione per la propria impotenza nei confronti di un avversario potente, preciso e, soprattutto, determinato.
La battuta a vuoto nella partita di due giorni fa contro Holger Rune, che gli era costata un set, si rivela dunque solo una prova dell’umanità e della fragilità umana di Jannik, come di ciascuno. Stavolta chiude la pratica in meno di due ore, mettendo in archivio il risultato in crescendo di una partita senza alcuna asperità: 6-3 6-2 6-1. Nel conto dei testa-a-testa, al momento Sinner vs. de Minaur segnala un 10-0. Dirà più tardi il più vincente tennista italiano della storia: "Sto bene, sono stato tranquillo ieri, ho dormito tanto, ero molto fiducioso". Se le prossime 48 ore saranno altrettanto tranquille e riposanti, la sua quinta semifinale nei sette slam giocati da Wimbledon 2023 lo porterà probabilmente alla terza finale in dodici mesi.
Ho una piccola storia da raccontare prima di scrivere dell’altro quarto di finale di oggi. Il pomeriggio di martedì 16 agosto 2022 Sonego sta per scendere in campo nel Lindner Family Tennis Center di Cincinnati. Due giorni prima s’è guadagnato l’ingresso al tabellone principale del Masters 1000 che precede gli Us Open battendo nelle qualificazioni per 6-2 6-2 l’americano Bradley Klahn. Adesso sta per affrontare nella Porsche Court un altro americano, un ragazzo di 19 anni che non ha mai giocato nel circuito ATP. Un esordiente assoluto, dunque. Si chiama Ben Shelton ed è una stella del circuito universitario americano: per questo motivo gli organizzatori gli hanno concesso una wild card.
È il figlio più piccolo di Bryan, coach del team tennistico della University of Florida, buon Top 100 ATP tra gli anni ottanta e novanta. Sulla carta, Sonny, che è stato numero 21 al mondo qualche settimana prima, non dovrebbe faticare per superare il turno. Invece eccolo lì, un paio d’ore più tardi, a leccarsi le ferite chiedendosi da dove è spuntata la furia che gli ha appena rifilato il 7-6 3-6 7-5 che lo mette fuori dal torneo. Serve a 200 all’ora e più, è mobilissimo in campo, ha un diritto potente e preciso, si prende rischi estremi. È questa vittoria che conferma agli Shelton, Bryan e la moglie Lisa, che è il momento di far abbandonare a Ben il campionato NCAA, il National Collegiate Athletic Association, pet dedicarsi al professionismo.
Due anni e mezzo dopo, in un contesto tutto diverso, i ruoli sono ribaltati, con l’americano favorito. Nel frattempo, i percorsi dei due si sono incrociati una sola volta, nel primo turno del Roland Garros del 2023, con l’azzurro vittorioso (6-4 3-6 6-3 6-3). Sonego non ha mai raggiunto la semifinale di uno slam, Shelton sì, agli Us Open del 2023. Entrambi hanno incassato nei giorni scorsi quattro successi di peso. L’italiano, virtualmente numero 35 ATP, ha eliminato Stan Wawrinka, Joao Fonseca, Fabian Maroszan e Learner Tien. A Ben hanno dovuto lasciare il passo Brandon Nakashima, Pablo Carreno Busta, Lorenzo Musetti e Gael Monfils.
Gli spettatori del centrale di Melbourne capiscono fin dai primi scambi che sarà un match serratissimo. Il primo set è deciso da un break nel nono game, quando Sonny non ha più possibilità di recuperare. Nel primo game del secondo set, che dura oltre tredici muniti, il torinese s’esibisce in un colpo da antologia, una volée in tuffo con capriola sotto rete, la palla che supera la rete, rimbalza e torna indietro, irraggiungibile per Shelton. Entrambi in affanno, si inseguono in break e controbreak che alla fine favoriscono il mancino nato ad Atlanta, dove nel 2002 papà Bryan, oggi nell’angolo come suo coach, dirigeva la squadra femminile del Georgia Institute of Technology. L’allievo per diciott’anni di Gipo Arbino e adesso di Fabio Colangelo non s’arrende, gioca un terzo set perfetto, con il break che si concretizza quand’è avanti 4-5.
Mentre la temperatura precipita (dai 38 gradi di lunedì si passa ai 17 della serata), il match diventa un testa a testa appassionante, con i preziosismi di Sonny che fanno da contrappeso ai servizi devastanti di Ben. Nel quarto parziale l’equilibrio non si spezza nei game che precedono il tie break, nel quale risulta invece decisiva la potenza del servizio dell’americano (7-4). Il punteggio è sincero: 6-4 7-5 4-6 7-6. “Ho migliorato il mio tennis e mi sento più sicuro”, ha ripetuto dopo il match. “Oggi Ben ha servito alla grande e fatto pochi errori rispetto al solito, ma poi io ho cominciato a essere più propositivo e mi sono rimesso in partita”. Sarebbe bastato poco - un suo smash azzeccato in più, una riga in meno sfiorata da Shelton - per spostare l’indice dalla parte di Sonego. Che comunque lascia l’Australia con la piena consapevolezza che, a quasi 30 anni, il meglio della sua carriera deve ancora arrivare.