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Tanti follower non fanno un talento

di MICHELA MARZANO

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Chiara ha 15 anni, frequenta il terzo anno del liceo ed è di Capodimonte. Come quasi tutte le sue coetanee, è iscritta su Facebook, su Instagram e su Twitter. A differenza di tante altre, però, è già famosa. Anzi, in termini di popolarità, è una delle più giovani blogger di successo, una teen fashion blogger, come si dice oggi, seguita da più di 300.000 follower.

Chiara ha cominciato ad accumulare seguaci e fan condividendo foto che la ritraggono mentre prova abiti alla moda nei camerini delle boutique della sua città. Come Lucrezia, Sara, Ester e Sabrina, è affascinata dal numero di "mi piace" che si accumulano accanto ai suoi post. Come tante altre teen fashion blogger, cerca celebrità e visibilità. Come loro, però, è forse prigioniera di un mondo in cui l'apparire prevale sull'essere, riducendo ognuno di noi all'immagine che riusciamo a comunicare all'esterno. Ma che cosa significa essere celebri? Perché  tanto bisogno di visibilità anche quando, come ammette Chiara, quello che poi a lei interessa veramente è iscriversi un giorno alla Bocconi per studiare web marketing?

Il concetto di visibilità non è, di per sé, negativo. Al contrario. Nel corso del XX secolo, la lotta per la visibilità è stata una battaglia politica necessaria al riconoscimento di tutti coloro che, per secoli, erano rimasti nell'ombra. Basti pensare alle donne, agli omosessuali, ai malati mentali. A tutti coloro che, anche se per motivi diversi, erano rimasti a lungo "invisibili", vuoi perché relegati nella sfera privata senza aver la possibilità di far ascoltare la propria voce e di rivendicare i propri diritti, vuoi perché messi ai margini di una società che funzionava in base al tristemente celebre precetto "sorvegliare e punire".

È per questo che la lotta per farsi vedere e sentire è diventata un aspetto fondamentale dei movimenti politici e sociali odierni. E che si è progressivamente capito che uscire dall'afasia e battersi per ottenere la visibilità significava lottare per il riconoscimento delle proprie idee e dei propri diritti. Ma la visibilità, in questi ultimi anni, è diventata anche e soprattutto altro. Un modo per sentirsi vivi. Un modo per farsi "riconoscere". Come se solo la visibilità potesse dare un senso alla nostra esistenza. Come se il valore di una persona dipendesse dalla quantità di fan e di follower e non fosse invece qualcosa di inerente alla natura umana, indipendentemente dal successo e dalla fama.Certo, viviamo in un'epoca in cui tutto sembra ridursi all'apparire.

Non solo nell'universo della moda, dello spettacolo o della televisione, ma ormai anche nel mondo del lavoro dove, almeno in teoria, l'apparenza dovrebbe contare ben poco. Come spiegare allora a tante adolescenti che a forza di rincorrere la visibilità rischiano poi di trovarsi imprigionati nell'effimero? Come far capire loro che il successo va e viene, esattamente come la visibilità, e che il nostro valore è intrinseco e non dipende mai dagli sguardi che gli altri posano o meno su di noi?
Twitter: @MichelaMarzano