Parla con lei

Maisa e Samar, due sorelle contro l'Is

di FRANCESCA CAFERRI

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Prima dell'Is c'erano Maisa e Samar. Con i loro sogni, il loro coraggio, la loro voglia di cambiare. Maisa faceva l'infermiera nella Damasco di Bashar al Assad: nella primavera del 2011, quando le strade della sua città iniziarono a riempirsi di manifestanti feriti, fu tra quelli che rischiarono tutto per aiutarli. Ci volle poco a farla entrare nel mirino del regime: Maisa finì sotto controllo, sorvegliata, spiata. Ma non si fermò. Armata di parrucca bionda, di velo e di qualunque altra cosa le occorresse per mascherare la sua vera identità, si trasformò in una citizen journalist, una di quelle che - nella capitale chiusa al mondo - raccontava quello che stava accadendo a chi era fuori dalla città e dal paese. Venne arrestata, Maisa: seguirono mesi di carcere, di torture, di violenze fisiche e psicologiche. Passarono sette mesi prima che Maisa venisse scarcerata, in uno scambio di prigionieri, e riuscisse a fuggire in Turchia.

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Fuori dal carcere la aspettava la peggiore delle notizie. Samar era scomparsa ad Aleppo, arrestata dagli islamisti dell'Is: perché troppo laica, troppo indipendente, troppo se stessa. Nonostante le ricerche della famiglia, di Samar da mesi non si sa più nulla, come di centinaia di altre persone nelle mani degli estremisti. Maisa non si ferma, continua cercare la sorella e, dalla Turchia, a raccontare quello che accade in Siria.

"La rivoluzione è nostra, non ci fermeremo finché non vincerà", ha detto la scorsa settimana al pubblico del festival della rivista Internazionale che l'ha accolta a Ferrara. Prima dell'Is c'erano Maisa e Samar. La Siria è anche la loro storia, non solo quella dei tagliagole e di chi lancia loro bombe.
Twitter: @francescacaferr