Livia Firth è una donna bella e intelligente: moglie di uno dei divi più amati del cinema mondiale, quel Colin che molte ricorderanno in Orgoglio e Pregiudizio e nel Discorso del re, negli ultimi anni ha deciso di usare la sua fama e la sua visibilità per sostenere un progetto di moda etica, a cui ha dedicato un negozio, che è un punto di incontro a Londra.
Da quando è attiva in questo campo, Firth ha un nemico giurato: le multinazionali dell’abbigliamento, quelle che producono a basso prezzo e a basso prezzo rivendono. Al loro ruolo, Firth ha dedicato il suo intervento alla conferenza Trust Women di Londra: «Nel decennio passato - ha detto in un messaggio pubblicato sul sito dell’incontro e poi nel suo intervento - assieme ai vestiti a poco prezzo ci hanno venduto anche una bugia, e cioè che abbiamo il diritto, in nome dei valori della democrazia di comprare una maglietta a due dollari. La verità è che non c’è niente di democratico nell’acquistare vestiti a prezzi così poco realistici. L’equazione è molto semplice: se vogliamo più abiti nelle nostre vetrine qualche lavoratore dovrà produrli più rapidamente. E se vogliamo pagare meno, i costi di produzione, e quindi anche i salari di chi produce, dovranno essere bassi».
Firth ha ricordato che è passato poco più di un anno dal crollo del Rana Plaza, il palazzo in Bangladesh dove le multinazionali dell’abbigliamento facevano cucire a terzisti poco controllati gli abiti che sarebbero poi finiti nelle nostre vetrine: e che le famiglie delle 1200 vittime non hanno ricevuto risarcimenti degni di questo nome.
Il messaggio che vuole mandare è chiaro: ci siamo noi dietro agli schiavi che producono abiti simili a quelli che uscivano dal Rana Plaza, i nostri vestiti a poco prezzo, la nostra moda da una stagione usa-e-getta. «Avere un salario dignitoso è un diritto umano: i consumatori devono essere informati in modo preciso del potere che hanno in mano quando comprano un abito. Saremo sulla strada giusta quando vedremo un vestito a 10 euro e non ci sembrerà più che si tratti di un affare ma di qualcosa che deve farci scattare un campanello di allarme». Da sottoscrivere.
Twitter: @francescacaferr
Da quando è attiva in questo campo, Firth ha un nemico giurato: le multinazionali dell’abbigliamento, quelle che producono a basso prezzo e a basso prezzo rivendono. Al loro ruolo, Firth ha dedicato il suo intervento alla conferenza Trust Women di Londra: «Nel decennio passato - ha detto in un messaggio pubblicato sul sito dell’incontro e poi nel suo intervento - assieme ai vestiti a poco prezzo ci hanno venduto anche una bugia, e cioè che abbiamo il diritto, in nome dei valori della democrazia di comprare una maglietta a due dollari. La verità è che non c’è niente di democratico nell’acquistare vestiti a prezzi così poco realistici. L’equazione è molto semplice: se vogliamo più abiti nelle nostre vetrine qualche lavoratore dovrà produrli più rapidamente. E se vogliamo pagare meno, i costi di produzione, e quindi anche i salari di chi produce, dovranno essere bassi».
Firth ha ricordato che è passato poco più di un anno dal crollo del Rana Plaza, il palazzo in Bangladesh dove le multinazionali dell’abbigliamento facevano cucire a terzisti poco controllati gli abiti che sarebbero poi finiti nelle nostre vetrine: e che le famiglie delle 1200 vittime non hanno ricevuto risarcimenti degni di questo nome.
Il messaggio che vuole mandare è chiaro: ci siamo noi dietro agli schiavi che producono abiti simili a quelli che uscivano dal Rana Plaza, i nostri vestiti a poco prezzo, la nostra moda da una stagione usa-e-getta. «Avere un salario dignitoso è un diritto umano: i consumatori devono essere informati in modo preciso del potere che hanno in mano quando comprano un abito. Saremo sulla strada giusta quando vedremo un vestito a 10 euro e non ci sembrerà più che si tratti di un affare ma di qualcosa che deve farci scattare un campanello di allarme». Da sottoscrivere.
Twitter: @francescacaferr