"Non importa se perdi o se vinci, l'importante è come racconti la partita". È questa frase che dà il titolo a Comment vous racontez la partie, l'ultima pièce di Yasmina Reza, in scena al Théatre du Rond Point. Racconta di una scrittrice, Nathalie Oppenheim, che si ritrova a una presentazione pubblica in un paesino di provincia, intervistata da una giornalista critica letteraria che la incalza con domande sempre più intime e personali. La romanziera perde il filo del discorso, comincia a dubitare di se stessa, prova disagio. "È un testo sullo svelarsi, l'ambiguità dei ruoli, il senso di solitudine", spiega l'autrice che in questo caso fa anche la regìa. È il falò delle vanità di certi eventi mondani e letterari, che conosciamo bene anche in Italia, della difficoltà di stabilire relazioni vere in un mondo sempre più "social", ma anche della nostra ossessione nel cercare qualcosa di biografico o autobiografico nelle opere d'arte. L'arte non è sempre e solo esperienza.
L'indice di Parla con lei su RNews
Reza è la drammaturga contemporanea più rappresentata nel mondo, il suo primo successo è stato non a caso Art negli anni Ottanta e molti altri sono seguiti fino a Carnage, prima libro (Il libro del Massacro) e poi film di Roman Polanski. Ha anche pubblicato un apprezzato libro sulla campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, L'alba, la sera o la notte. Nonostante il suo successo, sono almeno quindici anni che Reza non fa un'apparizione televisiva, rare le sue interviste. "Ho capito molto presto che la luce uccide", mi ha spiegato una volta, parlando del suo ultimo romanzo corale Felici i felici, edito da Adelphi, in cui viviseziona ipocrisie e fallimenti dei rapporti sentimentali.
La letteratura, racconta, è l'arte del dubbio. La tradizione di certi "intellò engagé", ospiti fissi di talk show, non fa per lei. "Con la scrittura apro delle porte, pongo delle domande. Non ho l'ambizione di rispondere. Se lo facessi sarei sociologa o psicoanalista". È bello pensare che si può anche sfuggire al diktat omologante della promozione, che richiede battute efficaci o rivelazioni pruriginose. È possibile evitare di diventare "personaggio" e farsi apprezzare solo per il proprio talento.
Twitter: @anaisginori
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Reza è la drammaturga contemporanea più rappresentata nel mondo, il suo primo successo è stato non a caso Art negli anni Ottanta e molti altri sono seguiti fino a Carnage, prima libro (Il libro del Massacro) e poi film di Roman Polanski. Ha anche pubblicato un apprezzato libro sulla campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, L'alba, la sera o la notte. Nonostante il suo successo, sono almeno quindici anni che Reza non fa un'apparizione televisiva, rare le sue interviste. "Ho capito molto presto che la luce uccide", mi ha spiegato una volta, parlando del suo ultimo romanzo corale Felici i felici, edito da Adelphi, in cui viviseziona ipocrisie e fallimenti dei rapporti sentimentali.
La letteratura, racconta, è l'arte del dubbio. La tradizione di certi "intellò engagé", ospiti fissi di talk show, non fa per lei. "Con la scrittura apro delle porte, pongo delle domande. Non ho l'ambizione di rispondere. Se lo facessi sarei sociologa o psicoanalista". È bello pensare che si può anche sfuggire al diktat omologante della promozione, che richiede battute efficaci o rivelazioni pruriginose. È possibile evitare di diventare "personaggio" e farsi apprezzare solo per il proprio talento.
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