Pare che la percentuale di ragazzi e ragazze che, in Italia, abbandonano prematuramente i banchi di scuola sia ogni anno del 17,6%. Pare che l'abbandono avvenga soprattutto durante il primo biennio delle superiori e che, tra le ragioni principali, ci siano le bocciature. Sono queste, almeno, le conclusioni cui giunge un'indagine conoscitiva recentemente presentata alla Camera dei deputati. Ecco perché, come si legge nel documento di Montecitorio, "è importante una decisa azione di contenimento delle bocciature". Promozioni più facili, quindi. Per evitare quello che Raffaele Mantegazza, pedagogista all'Università Bicocca di Milano, definisce un vero e proprio "massacro didattico". Ma è veramente questo l'unico strumento per contenere la dispersione scolastica?
Il problema è ovviamente molto complesso. Come spiega bene Mantegazza, si tratta non solo di ripensare l'orientamento all'uscita delle medie, ma anche di riorientare dopo sei o sette mesi, perché le situazioni evolvono, e ci si può pian piano rendere conto di non aver fatto la scelta più appropriata. Per non parlare poi dell'importanza del coinvolgimento degli alunni e della capacità a motivarli da parte degli insegnanti, come sottolineano altri esperti. Sapendo che molti giovani, oggi, non riescono più a dare un senso allo studio, hanno paura di non trovare un lavoro, e ritengono che titoli e diplomi, nella vita, non servano a molto. In un contesto di questo tipo, bocciare per il gusto di bocciare serve senz'altro a poco. Anzi, è un modo per traumatizzare e spingere molti ragazzi ad abbandonare lo studio. È un'evidenza! Inutile contestarlo. Ma promuovere tutti senza risolvere la questione delle motivazioni e del coinvolgimento non significa poi togliere ogni valore alla studio, suggerire che l'impegno non serve a nulla, far credere che nella vita tutto sia dovuto? Anche questa - inutile contestarlo - è un'evidenza! Che dovrebbe forse portarci a riflettere sull'inutilità di soluzioni facili o automatiche. Visto che il compito della scuola è soprattutto quello di accompagnare i più piccoli a orientarsi nel mondo, ad acquisire strumenti critici, a capire il significato delle proprie azioni e ad assumersi la responsabilità di quello che fanno.
La scuola non è lì né per punire né per mortificare, certo. Ma è lì per insegnare che gli sforzi che si fanno e l'impegno che si mette in quello che si fa meritano di essere riconosciuti e premiati. Stupisce allora il commento di Angela D'Onghia, sottosegretario all'Istruzione, quando, interrogata sul rapporto di Montecitorio, si limita a dire: "Il biennio dovrebbe essere un periodo di inclusione, non di sbarramento". Perché se è vero che, senza inclusione, non si va da nessuna parte, è anche vero che bisognerebbe intenderci bene sul senso di quest'inclusione. Includere significa non discriminare. Includere vuol dire
motivare tutte e tutti indipendentemente dalle differenze. Includere significa insegnare a mettersi in relazione con l'alterità. Dietro alla contrapposizione tra inclusione ed esclusione, c'è la questione della partecipazione e della condivisione, al fine di creare una società in cui ognuno possa sentirsi protagonista della propria storia, nonché trovare un luogo da abitare senza sentirsi o essere emarginato. Allora si può anche decidere di promuovere tutti facilmente. Ma senza dimenticare che la vita non promuove con la stessa facilità. E che l'inclusione è qualcosa che va al di là della promozione, anche semplicemente perché il compito di scuola inclusiva è anche quello di aiutare a capire come resistere di fronte alle "bocciature" dell'esistenza.
Twitter: @MichelaMarzano
Il problema è ovviamente molto complesso. Come spiega bene Mantegazza, si tratta non solo di ripensare l'orientamento all'uscita delle medie, ma anche di riorientare dopo sei o sette mesi, perché le situazioni evolvono, e ci si può pian piano rendere conto di non aver fatto la scelta più appropriata. Per non parlare poi dell'importanza del coinvolgimento degli alunni e della capacità a motivarli da parte degli insegnanti, come sottolineano altri esperti. Sapendo che molti giovani, oggi, non riescono più a dare un senso allo studio, hanno paura di non trovare un lavoro, e ritengono che titoli e diplomi, nella vita, non servano a molto. In un contesto di questo tipo, bocciare per il gusto di bocciare serve senz'altro a poco. Anzi, è un modo per traumatizzare e spingere molti ragazzi ad abbandonare lo studio. È un'evidenza! Inutile contestarlo. Ma promuovere tutti senza risolvere la questione delle motivazioni e del coinvolgimento non significa poi togliere ogni valore alla studio, suggerire che l'impegno non serve a nulla, far credere che nella vita tutto sia dovuto? Anche questa - inutile contestarlo - è un'evidenza! Che dovrebbe forse portarci a riflettere sull'inutilità di soluzioni facili o automatiche. Visto che il compito della scuola è soprattutto quello di accompagnare i più piccoli a orientarsi nel mondo, ad acquisire strumenti critici, a capire il significato delle proprie azioni e ad assumersi la responsabilità di quello che fanno.
La scuola non è lì né per punire né per mortificare, certo. Ma è lì per insegnare che gli sforzi che si fanno e l'impegno che si mette in quello che si fa meritano di essere riconosciuti e premiati. Stupisce allora il commento di Angela D'Onghia, sottosegretario all'Istruzione, quando, interrogata sul rapporto di Montecitorio, si limita a dire: "Il biennio dovrebbe essere un periodo di inclusione, non di sbarramento". Perché se è vero che, senza inclusione, non si va da nessuna parte, è anche vero che bisognerebbe intenderci bene sul senso di quest'inclusione. Includere significa non discriminare. Includere vuol dire
motivare tutte e tutti indipendentemente dalle differenze. Includere significa insegnare a mettersi in relazione con l'alterità. Dietro alla contrapposizione tra inclusione ed esclusione, c'è la questione della partecipazione e della condivisione, al fine di creare una società in cui ognuno possa sentirsi protagonista della propria storia, nonché trovare un luogo da abitare senza sentirsi o essere emarginato. Allora si può anche decidere di promuovere tutti facilmente. Ma senza dimenticare che la vita non promuove con la stessa facilità. E che l'inclusione è qualcosa che va al di là della promozione, anche semplicemente perché il compito di scuola inclusiva è anche quello di aiutare a capire come resistere di fronte alle "bocciature" dell'esistenza.
Twitter: @MichelaMarzano