A un certo punto, alla fine dell'ora con cui David Letterman ha concluso trentatré anni di costante presenza televisiva, quell'ora concepita, da lui e dai suoi sedici autori, perché ci ammazzassimo di nostalgia e di commozione epperò ridendo, come nei più riusciti romanzi d'appendice; a un certo punto, mentre scorreva il filmato conclusivo, fatto per ricordarci tutto quel che ha fatto quel signore che è stato un pezzo di storia della tv dagli anni Ottanta fino a oggi; a un certo punto, unica eccezione alla mancanza di audio delle immagini sonorizzate dai Foo Fighters che stavano suonando in studio; a un certo punto si è sentita per due secondi la voce di una sola delle ospiti nel montaggio nostalgico, e quell'ospite era Farrah Fawcett.
Farrah Fawcett era la più famosa delle Charlie's Angels. E, in quanto tale, era scontato pensare sarebbe stata, alla sua morte, descritta e rievocata come icona pop, che negli anni Ottanta stava sui prodotti per capelli e sui poster: le toccavano coccodrilli e pezzi di riflessione sulla fine di un'epoca. Senonché, povera Farrah, è morta lo stesso giorno di Michael Jackson. Icona enorme annichilisce icona media, e la fine di Farrah fu ridotta a boxino a fondo pagina.
A Mad Men è successa la stessa cosa. La serie più (inspiegabilmente) coccolata dai giornali finisce per sempre, ci si aspetta che non si commenti altro per giorni, e invece la programmazione la fa finire, povera Mad Men, non in un baccano ma in un piagnisteo: nel bel mezzo dell'ultima settimana di messa in onda del Late Show con David Letterman, mentre il conduttore si fa ammanettare da George Clooney, ospita dopo più di vent'anni Bob Dylan, incassa la commozione di Barack Obama, e insomma se si vuole parlare di tv, in questi giorni, si può parlare solo di Michael Jackson, cioè di Letterman.
E conviene parlarne con le sue parole, citarlo, invece di dire delle gran banalità.
Che l'ultima puntata è stata perfetta, da "Ora quando combinerò un casino, e sa Dio che ne combinerò, mi toccherà andare a scusarmi nel programma di un altro", a "Abbiamo fatto più di seimila puntate, ero presente alla maggior parte, e posso dirvi che una buona percentuale di esse era una vera ciofeca".
Che il segreto forse sono quei tre secondi di backstage in cui il direttore d'orchestra racconta che chiunque andasse a proporre un'idea a Dave premetteva "So che odi queste cose".
E che, quando lo stesso conduttore che aveva spiegato al New York Times che lui a Twitter non ha niente da dire, è uno dei nostri anziani genitori col telefono a disco, quando quel signore lì - che, tra le altre cose, è stato la prima tv americana vista in Italia, il primo promemoria di come facessero quelli che sapevano fare - ha concluso "Sapete a cosa dedicherò il resto della vita? Ai social network", io un po' ho sperato che sotto l'iperbole ci fosse una verità. Non perdiamoci di vista, Dave. Aggiungimi su Facebook.
Twitter: @lasoncini
Farrah Fawcett era la più famosa delle Charlie's Angels. E, in quanto tale, era scontato pensare sarebbe stata, alla sua morte, descritta e rievocata come icona pop, che negli anni Ottanta stava sui prodotti per capelli e sui poster: le toccavano coccodrilli e pezzi di riflessione sulla fine di un'epoca. Senonché, povera Farrah, è morta lo stesso giorno di Michael Jackson. Icona enorme annichilisce icona media, e la fine di Farrah fu ridotta a boxino a fondo pagina.
A Mad Men è successa la stessa cosa. La serie più (inspiegabilmente) coccolata dai giornali finisce per sempre, ci si aspetta che non si commenti altro per giorni, e invece la programmazione la fa finire, povera Mad Men, non in un baccano ma in un piagnisteo: nel bel mezzo dell'ultima settimana di messa in onda del Late Show con David Letterman, mentre il conduttore si fa ammanettare da George Clooney, ospita dopo più di vent'anni Bob Dylan, incassa la commozione di Barack Obama, e insomma se si vuole parlare di tv, in questi giorni, si può parlare solo di Michael Jackson, cioè di Letterman.
E conviene parlarne con le sue parole, citarlo, invece di dire delle gran banalità.
Che l'ultima puntata è stata perfetta, da "Ora quando combinerò un casino, e sa Dio che ne combinerò, mi toccherà andare a scusarmi nel programma di un altro", a "Abbiamo fatto più di seimila puntate, ero presente alla maggior parte, e posso dirvi che una buona percentuale di esse era una vera ciofeca".
Che il segreto forse sono quei tre secondi di backstage in cui il direttore d'orchestra racconta che chiunque andasse a proporre un'idea a Dave premetteva "So che odi queste cose".
E che, quando lo stesso conduttore che aveva spiegato al New York Times che lui a Twitter non ha niente da dire, è uno dei nostri anziani genitori col telefono a disco, quando quel signore lì - che, tra le altre cose, è stato la prima tv americana vista in Italia, il primo promemoria di come facessero quelli che sapevano fare - ha concluso "Sapete a cosa dedicherò il resto della vita? Ai social network", io un po' ho sperato che sotto l'iperbole ci fosse una verità. Non perdiamoci di vista, Dave. Aggiungimi su Facebook.
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