"Mio figlio non è in fin di vita", dice la signora Viviane commentando la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che la scorsa settimana si è pronunciata sul caso di suo figlio Vincent che, dal 2008, vive in un cronico stato vegetativo.
"Vincent è solo una persona disabile", continua la madre, che non ne vuol sapere di interrompere le cure al figlio, nemmeno ora che la Corte conferma il pronunciamento del Consiglio di Stato francese. "Questa sentenza, per me, è uno scandalo", conclude la donna. Nonostante sia stata la moglie di Vincent, dopo il tragico incidente, a chiedere lo stop delle cure nel rispetto della legge Leonetti del 2005 che vieta, appunto, ogni forma di accanimento terapeutico.
Come spiega bene la legge francese, infatti, esiste una differenza fondamentale tra "l'uccidere" e il "lasciar morire". Ecco perché il medico deve talvolta prendere atto della propria impotenza, senza lasciarsi prendere la mano "dall'ostinazione irragionevole".
Ecco perché le cure possono essere interrotte o mai intraprese - con l'accordo del paziente o quello dei familiari se il paziente non ha più la possibilità materiale di esprimere la propria volontà - soprattutto se "inutili" e "sproporzionate". Senza che questo violi i diritti umani, come precisa anche la sentenza della Corte europea. Invece di proclamare in modo astratto il valore inalienabile della vita, si cerca di rispettare la vita individuale delle persone. Invece di opporre sistematicamente libertà e dignità, si cerca di valorizzare la dignità intrinseca alla libertà: una dignità che è invece calpestata quando, in modo irragionevole e disumano, ci si ostina a voler mantenere in vita coloro che, dalla vita, si sono già allontanati.
Che significa d'altronde rispettare la dignità della persona quando la morte si avvicina? Come può un malato riappropriarsi della propria morte? Che ruolo deve assumere il medico di fronte all'agonia di un paziente? Non si rischia di confondere tutto, quando si utilizza il termine "eutanasia" senza fare alcuna distinzione tra il "lasciar morire" e il "far morire"?
"Non c'è alcun sollievo, non c'è alcuna gioia da esprimere", dice la moglie di Vincent a chi le chiede come si senta ora che anche la Corte europea si è pronunciata sul caso di suo marito. Dopo anni di battaglie giudiziarie che ha condiviso non solo con i medici, ma anche con sei degli otto fratelli e sorelle del marito, vuole solo essere lasciata un po' tranquilla. Lei è certa che Vincent non avrebbe voluto finire così. E ciò che conta, ormai, è lasciarlo andare via serenamente.
Twitter: @MichelaMarzano
"Vincent è solo una persona disabile", continua la madre, che non ne vuol sapere di interrompere le cure al figlio, nemmeno ora che la Corte conferma il pronunciamento del Consiglio di Stato francese. "Questa sentenza, per me, è uno scandalo", conclude la donna. Nonostante sia stata la moglie di Vincent, dopo il tragico incidente, a chiedere lo stop delle cure nel rispetto della legge Leonetti del 2005 che vieta, appunto, ogni forma di accanimento terapeutico.
Come spiega bene la legge francese, infatti, esiste una differenza fondamentale tra "l'uccidere" e il "lasciar morire". Ecco perché il medico deve talvolta prendere atto della propria impotenza, senza lasciarsi prendere la mano "dall'ostinazione irragionevole".
Ecco perché le cure possono essere interrotte o mai intraprese - con l'accordo del paziente o quello dei familiari se il paziente non ha più la possibilità materiale di esprimere la propria volontà - soprattutto se "inutili" e "sproporzionate". Senza che questo violi i diritti umani, come precisa anche la sentenza della Corte europea. Invece di proclamare in modo astratto il valore inalienabile della vita, si cerca di rispettare la vita individuale delle persone. Invece di opporre sistematicamente libertà e dignità, si cerca di valorizzare la dignità intrinseca alla libertà: una dignità che è invece calpestata quando, in modo irragionevole e disumano, ci si ostina a voler mantenere in vita coloro che, dalla vita, si sono già allontanati.
Che significa d'altronde rispettare la dignità della persona quando la morte si avvicina? Come può un malato riappropriarsi della propria morte? Che ruolo deve assumere il medico di fronte all'agonia di un paziente? Non si rischia di confondere tutto, quando si utilizza il termine "eutanasia" senza fare alcuna distinzione tra il "lasciar morire" e il "far morire"?
"Non c'è alcun sollievo, non c'è alcuna gioia da esprimere", dice la moglie di Vincent a chi le chiede come si senta ora che anche la Corte europea si è pronunciata sul caso di suo marito. Dopo anni di battaglie giudiziarie che ha condiviso non solo con i medici, ma anche con sei degli otto fratelli e sorelle del marito, vuole solo essere lasciata un po' tranquilla. Lei è certa che Vincent non avrebbe voluto finire così. E ciò che conta, ormai, è lasciarlo andare via serenamente.
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