FORTALEZA - Si vede che Joao fatica a capire il mio inglese, mentre gli domando a che ora parte la navetta per lo stadio, e certo dipende dal mio inglese, mica da lui. Poi legge il mio nome sull'accredito che penzola dal collo come un cartoncino dei saldi, vede la parola magica, "Italia", e sgrana gli occhi: "Perché non parlare in questa bellissima lingua, dunque?", mi chiede in un italiano impeccabile. E poi mi racconta.
E' impiegato in un'agenzia turistica di Fortaleza. "Gli italiani sono i primi gruppi con cui abbiamo lavorato, e non certo per turismo sessuale o per quelle schifezze: luoghi comuni. Si parla di parecchi anni fa, neppure c'erano ancora i voli diretti per Fortaleza. Mi ricordo persone curiose, interessatissime al Brasile, gente con cui sono rimasto in amicizia. Qui ci sono tante cose da vedere, da imparare. La comunità italiana, tra quelle straniere, è la più vasta".
Joao parla come un innamorato parlerebbe della sua bella lontana. "Ho studiato la vostra lingua per lavorare meglio, ma anche per capire, per spiegarmi. La più grande maledizione per un uomo è non capire gli altri e non farsi comprendere, non trova? Leggo libri e giornali in italiano, anche il suo, si può dire che "Repubblica" mi abbia un po' insegnato a parlare". E sorride anche del mio sorriso.
"Lei è di Torino? Non ricordo se è la città mistica, oppure quella dove si parla l'italiano migliore". Gli dico che l'italiano migliore si parla a Firenze e che la storia di Torino magica e mistica è una scemenza. Ma lui non perde l'incantamento nello sguardo e mi dice quanto vorrebbe vedere l'Italia, non soltanto parlarle e ascoltarla. E allora io penso al nostro paese scassato e a volte decomposto, imputridito dalla volgarità e dall'incuria, dal ladrocinio e dalla superficialità. E però considero cosa possa ancora rappresentare per tanta gente nel mondo la terra di Dante e Brunelleschi, di Primo Levi e Portofino, di Pasolini e Ravenna e dell'Alpe di Siusi. Mi commuove l'idea che il mio giornale, che un giornale, porti parole nuove e sia come un ponte o una stretta di mano. Forse è vero che bisogna andare lontano per vedere meglio, è la giusta distanza necessaria alla messa a fuoco delle cose, e allora forse c'è ancora un po' di speranza.
A Joao ho detto che sì, vivo nel posto più bello del mondo e quel posto mi manca tanto. E nel dirlo ho cercato di sembrare sincero.
E' impiegato in un'agenzia turistica di Fortaleza. "Gli italiani sono i primi gruppi con cui abbiamo lavorato, e non certo per turismo sessuale o per quelle schifezze: luoghi comuni. Si parla di parecchi anni fa, neppure c'erano ancora i voli diretti per Fortaleza. Mi ricordo persone curiose, interessatissime al Brasile, gente con cui sono rimasto in amicizia. Qui ci sono tante cose da vedere, da imparare. La comunità italiana, tra quelle straniere, è la più vasta".
Joao parla come un innamorato parlerebbe della sua bella lontana. "Ho studiato la vostra lingua per lavorare meglio, ma anche per capire, per spiegarmi. La più grande maledizione per un uomo è non capire gli altri e non farsi comprendere, non trova? Leggo libri e giornali in italiano, anche il suo, si può dire che "Repubblica" mi abbia un po' insegnato a parlare". E sorride anche del mio sorriso.
"Lei è di Torino? Non ricordo se è la città mistica, oppure quella dove si parla l'italiano migliore". Gli dico che l'italiano migliore si parla a Firenze e che la storia di Torino magica e mistica è una scemenza. Ma lui non perde l'incantamento nello sguardo e mi dice quanto vorrebbe vedere l'Italia, non soltanto parlarle e ascoltarla. E allora io penso al nostro paese scassato e a volte decomposto, imputridito dalla volgarità e dall'incuria, dal ladrocinio e dalla superficialità. E però considero cosa possa ancora rappresentare per tanta gente nel mondo la terra di Dante e Brunelleschi, di Primo Levi e Portofino, di Pasolini e Ravenna e dell'Alpe di Siusi. Mi commuove l'idea che il mio giornale, che un giornale, porti parole nuove e sia come un ponte o una stretta di mano. Forse è vero che bisogna andare lontano per vedere meglio, è la giusta distanza necessaria alla messa a fuoco delle cose, e allora forse c'è ancora un po' di speranza.
A Joao ho detto che sì, vivo nel posto più bello del mondo e quel posto mi manca tanto. E nel dirlo ho cercato di sembrare sincero.