Oncoline

John Harris: "Cerchiamo l’uomo non solo il paziente"

Parla il bioticista John Harris che sarà ospite a Bologna di Secondo Natura. La tecnologia è complessa ma si può spiegare e non deve far paura. Ma medici e infermieri devono mettere al centro la dignità della persona. E la sua libertà. Senza mai mentire
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John Harris
John Harris 
SEMPRE più persone guariscono e ogni anno, nei paesi avanzati, guadagniamo tre mesi di aspettativa di vita media. Buona parte di questi risultati li dobbiamo all’avanzamento del sapere medico e alle terapie. Che però ha un costo in termini economici ed umani. La complessità del sapere medico sembra in alcuni casi rendere meno umano, ovvero troppo dipendente dalla tecnologia, il rapporto medico-paziente. Per orientarci ci siamo rivolti al noto bioeticista John Harris, professore presso l’università di Manchester.

Esami diagnostici dai risultati incerti, troppi dati difficili da valutare, studi clinici farmacologici complicati: una complessità che diversi malati rifiutano, ritenendo la medicina ormai troppo tecnica e disumanizzata.

«La vita moderna è complicata perché lo è la tecnologia. Bisogna spiegare che scienza e tecnologia rendono il mondo diverso e spesso migliore, e che non bisogna averne paura. Il pensiero politico conservatore e la chiesa, in genere alimentano questi timori».

Lei si riferisce sovente al potenziamento o miglioramento morale, ma nella malattia si osserva un cambiamento nella personalità del paziente, talvolta un suo impoverimento. Come deve approcciare un medico i cambiamenti nei sentimenti e nella morale del paziente?
«Il vero obiettivo di un medico non è di valutare i cambiamenti nel paziente ma di avere a che fare con la persona - parola complicata e carica di significati - che ha di fronte in un determinato momento, e fare il suo meglio. E nel caso in cui un paziente dovesse modificare o addirittura perdere la sua identità, il medico deve sempre assicurare la dignità del paziente. Il fatto è che è molto rischioso immaginare un paziente o una persona come noi vorremmo che fosse o come noi ce la ricordiamo, perché a quel punto tendiamo a essere sinceri con la persona del nostro desiderio ma non con quella che abbiamo davanti,che non corrisponde alla nostra idea. Dobbiamo quindi considerare il paziente non autentico o incapace nelle sue facoltà. Io desidero che le persone mi trattino per quello che sono ora e non per quello che ero trent’anni fa. Lo stesso vale per i pazienti».

In che modo il dialogo tra medico e paziente può aiutare quest’ultimo ad accettare la terapia e a essere un bravo paziente?
«Medici, operatori sanitari, infermieri... Chiunque abbia a che fare con i pazienti deve ricordarsi che loro sono impegnati con la loro malattia, e non devono essere o apparire bravi agli occhi di chi li cura. Anche quando non si attengono alle terapie, non prendono medicine e non mangiano correttamente. Più in generale, io ritengo che la dignità umana, altra parola che tendo a evitare perché opaca, si debba accordare anche quando c’è disobbedienza, perché penso che l’essere umano è e debba rimanere libero.Se quindi i malati non partecipano alla cura è un problema dei medici, che certo devono spiegare che in questo modo probabilmente moriranno prima. Non dimentichiamoci che siamo liberi di disobbedire».

Si nota una diffusione di pseudocure di ciarlatani. Alcune persone fanno fatica ad accettare una diagnosi oncologica, e in questo momento di fragilità i ciarlatani colpiscono. Come fa però un medico ad accogliere il paziente senza mentire, rispettando l’oggettività dei fatti clinici?
«Il medico deve dire la verità, anche se spiacevole, l’onesta è al centro della medicina. Ho un amico oncologo che dice ai suoi pazienti: “Sarò sincero, la mia terapia oncologica non ha successo nel cento per cento dei casi e la tua aspettativa di vita non è come prima della malattia, ma ti offre le migliori chance disponibili al momento. La domanda centrale non è se mi devo fidare o meno della scienza o del mio dottore, ciò di cui dobbiamo avere fiducia è il metodo di come la scienza produce, valida le scoperte e ne permette l’utilizzo sugli essere umani. Tale fiducia non è diversa da quella che mi spinge a pensare che nella camminata odierna, prima dell’intervista, nessun palazzo mi sarebbe crollato in testa. Non abbiamo mai certezza assoluta, ma abbiamo le migliori certezze alle condizioni date, e soprattutto possiamo sempre migliorarle, imparando dagli errori. Scienza e tecnica non sono un sistema infallibile, ma sono davvero molto efficaci. Oggigiorno noi abbiamo antibiotici, vaccini contro la polio, il morbillo, la rosolia e l’influenza stagionale, mi chiedo come si possa ritenere migliore il mondo precedente a queste scoperte».