Sarà stata la lezione impartita dalla pandemia Covid a lasciare traccia, sarà che è difficile guardare al futuro quando la “nebbia” dell’incertezza avvolge ogni progetto a medio-lungo termine, ma i giovani di oggi hanno paura. Anche di ammalarsi, tanto che il 44% teme per il proprio benessere.
Che tra le nuove generazioni cresca un’attenzione inedita per la salute, diventata oggi una priorità quasi quanto la stabilità economica, lo dice una ricerca Eikon SC, condotta su 2 mila giovani italiani tra i 16 e i 34 anni, appena pubblicata nel volume: “Sostenibilità: i giovani e la percezione del futuro” edito da Franco Angeli. Ricerca presentata il 26 maggio.
La salute diventa preoccupazione
Il dato che più colpisce è sostanzialmente questo: il 44% degli intervistati considera la salute una delle principali preoccupazioni per il futuro, subito dopo le difficoltà economiche. Un numero mai così alto per questa fascia d’età, che spinge a riflettere su quanto l’esperienza della pandemia abbia lasciato tracce profonde anche nei più giovani.
“Pur senza riferimenti espliciti al Covid, emerge un senso di vulnerabilità che si riflette sul corpo come una sorta di ipocondria collettiva, espressione di un disagio più ampio – spiega Enrico Pozzi, docente di Sociologia all’Università La Sapienza, psicoanalista e Ceo di Eikon SC –. La pandemia ha lasciato in eredità una consapevolezza nuova, ma anche la necessità di ridefinire il concetto di benessere: non più solo assenza di malattia, ma equilibrio tra corpo, mente e futuro”.
Come la pensano i giovani su cibo e sport
Ma come interpretano i giovani di oggi l’idea dello “star bene”? Nonostante le preoccupazioni, si mostrano propositivi e decidono di agire piuttosto che subire. Tradotto in cifre, questo significa che il 71% dei rappresentanti delle giovani generazioni fa attività fisica ogni giorno o con frequenza; il 76% è attento, o molto attento, a ciò che mangia; ma soprattutto non è così scontato che i giovino amino ricorrere ad alimenti super raffinati, pronti e veloci, perché solo il 24% approva il consumo abituale di cibi pronti o delivery.
Anche nella percezione delle aziende emerge una sensibilità al benessere: il 67% di chi lavora ritiene che i datori di lavoro siano poco attenti alla salute dei dipendenti.
Il ruolo della salute
Nella scala di priorità dell’Agenda Onu 2030 i giovani mettono “Salute e benessere per tutti” al secondo posto (44%) subito dopo la lotta alla povertà (45%). Questo significa che il tema è sentito anche come valore sociale, non solo individuale. Le soluzioni possibili? Tra le altre spunta l’innovazione: il 41% crede che l’Intelligenza artificiale potrà dare un contributo positivo alla medicina, anche se 8 su 10 si dichiarano prudenti sul suo impatto complessivo. Ma pure la fiducia nelle istituzioni sanitarie non è scontata: il 55% dei giovani, con picchi tra le donne dai 31 ai 34 anni, esprime dubbi sull’efficacia del sistema pubblico nell’assicurare cure adeguate e accessibili.
“Non e? ovvio che la parte più giovane della popolazione italiana sia cosi? intensamente preoccupata del proprio corpo, della sua vulnerabilità? potenziale, della propria solidità? mentale, di un benessere personale bisognoso di protezione sociale perché forse esposto alla propria impossibilita? di perseguirlo e garantirlo”, prosegue Pozzi. Nessuna differenza tra uomini e donne, invece, c’è sulla salute e il benessere (44% vs 44%).
Colpa del Covid, ma non solo
Come possiamo definire dunque i giovani di oggi: ipocondriaci? E perché? È ancora Pozzi a rispondere: “È semplicistico tirare in ballo l’esperienza e la memoria dell’epidemia - dice l’esperto -. L’ipocondria giovanile di massa ha ragioni complesse e concentra sul corpo e sul cosiddetto ‘benessere’ le contraddizioni e le cicatrici di due generazioni. La sensazione di una forte privazione relativa prevale su qualsiasi dato oggettivo”.
Pozzi entra nel merito: “Sì, i giovani oggi sono ipocondriaci. C’è una vulnerabilità complessiva della condizione giovanile che si traduce nella forma più semplice di vulnerabilità, che è quella corporea. Si collega a una crescente depressione giovanile, che si sta esprimendo negli ultimi cinque-sei anni”. “Covid? Sì, può essere stato un fattore scatenante, ma altro può avere influito nella sensibilità dei ragazzi, come la mancanza o la difficoltà di avere progetti, l’instabilità verso il futuro, la presenza di un contesto che crea ansia e caratterizzato da incertezza e imprevedibiltà - sottolinea Pozzi –. Il cambiamento delle nuove generazioni è stato graduale e sta arrivando al culmine, si sta facendo una massa confusamente incerta, annaspante in un territorio pieno di incognite”.
Il confronto con le vecchie generazioni
Ma come mai i ragazzi di oggi sono confusi e impauriti nonostante all’apparenza abbiano tutto, mentre le generazioni precedenti, che avevano molto meno a disposizione, in gioventù alla malattia proprio non pensavano? “Le generazioni precedenti avevano meno possibilità ma il loro territorio era mappato, con fasi, percorsi, punti di riferimento e sistemi di valori consolidati - spiega Pozzi -. Colpa anche delle famiglie, che ora non sono punti di riferimento. Esprimono una situazione nascosta, ma ben presente di annaspamento e perdita di coordinate. E i figli, che ne fanno le spese, si trovano in una situazione peggiore”.
Cosa fare? “Il problema di un genitore è che deve esistere, non può trasformarsi in amico - conclude Pozzi –. È un punto di riferimento con cui ci si incontra e ci si scontra. L’identità si costruisce attraverso il conflitto, ma questo presuppone che il genitore abbia una sua identità. Quindi, io genitore devo essere io. Devo aver preso cura della mia identità, e devo esserlo a pieno. Questa è la risposta a ciò che i figli non sanno di avere, la risposta alla loro vulnerabilità”.