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Riscaldamento globale

Dal teatro La Fenice al Louvre, così la crisi del clima minaccia l’arte e la cultura

Un'immagine del Louvre
Un'immagine del Louvre (afp)

Incendi, inondazioni, aumento dell'umidità, fluttuazioni di temperatura rischiano di danneggiare quasi un sito dell’Unesco su due entro il 2050. Alcune strutture stanno correndo ai ripari, ma servono finanziamenti

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In Europa quasi un sito dell’Unesco su due è esposto ai rischi climatici. Lo sostiene la nuova analisi del Climate Institute di Nizza, in Francia, pubblicata su The Conversation, secondo la quale le minacce dei prossimi vent’anni al patrimonio artistico saranno in particolare incendi e inondazioni. A queste si aggiungono aumento dell’umidità che può favorire lo sfaldamento delle superfici e la proliferazione di muffe e funghi, mettendo in pericolo affreschi e pitture murali, e variazioni di temperatura che possono accelerare il deterioramento di pietra, ceramiche e altri materiali. Neppure reperti archeologici e collezioni custodite all’interno degli edifici sarebbero al sicuro.

In Italia, secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), i beni culturali soggetti a frane sono 37.847 e quelli esposti alle alluvioni 28.483. A Roma se ne contano 2.204, tra cui il Pantheon, Piazza Navona e Piazza del Popolo, mentre a Firenze 1.145, tra i quali la Basilica di Santa Croce, la Biblioteca nazionale, il Battistero e Santa Maria del Fiore.

Tre casi emblematici

A Venezia a fare i conti con il cambiamento del clima è soprattutto il Teatro La Fenice. L’innalzamento del livello del mare potrebbe rendere sempre più frequenti gli episodi di acqua alta fino a compromettere, entro il 2100, le attività e gli spettacoli nella storica sede. In condizioni analoghe potrebbero trovarsi sale da concerto situate in zone costiere, come la Royal Festival Hall di Londra, nel Regno Unito; l'Harpa di Reykjavik, in Islanda; l'Elbphilharmonie di Amburgo, in Germania; il Muziekgebouw aan't IJ di Amsterdam, nei Paesi Bassi.

Sono minacciati persino i violini Stradivari, costruiti con l’abete rosso della Val di Fiemme, nelle Dolomiti trentine. A rendere questo legno particolarmente prezioso sono la crescita lenta e la regolarità degli anelli, favorite dalle basse temperature. Ma l’aumento della colonnina di mercurio e la diffusione dei parassiti stanno danneggiando questi alberi. Nel 2018, inoltre, la tempesta Vaia ha abbattuto circa un milione di esemplari nell’area interessata. Anche i legni utilizzati per archi e strumenti a corda stanno diventando più rari a causa della scarsità d'acqua e della deforestazione.

Sta diventando vulnerabile perfino il Louvre, che, affacciato sulla Senna, ha parte delle sale e soprattutto delle riserve in zone esposte alle inondazioni. Nel caso di una piena eccezionale, il tempo a disposizione non sarebbe sufficiente per mettere in salvo tutte le opere, soprattutto quelle conservate nei sotterranei, ampi quasi 10mila metri quadrati. Per questo il museo è corso ai ripari e nel 2019 ha inaugurato a Liévin, nel Pas-de-Calais, un centro di conservazione destinato ad accogliere circa 250mila beni artistici e a proteggerli dagli allagamenti.

La tutela della cultura costa

Tutelare il patrimonio richiederà investimenti economici, ma proprio in quel momento le risorse potrebbero essere più scarse. Secondo le stime riportate dai ricercatori, entro la fine di questo secolo gli effetti generali del cambiamento climatico potrebbero provocare perdite del Pil regionale del 41% a Roma, del 32% a Madrid, del 18% a Berlino e del 13% a Vienna. Per l’Italia nel suo complesso la riduzione potrebbe raggiungere il 19%.Ad aggravare il problema, come sottolineano gli autori dello studio, Anthony Schrapffer e Camille Angué, è “l’irreversibilità che distingue i beni culturali dalle altre categorie di prodotti. Un affresco distrutto non può essere sostituito, un mosaico antico danneggiato non può essere ricreato e un sito archeologico sommerso è perduto per sempre”.