In che modo la mente pensa a qualche cosa di più alto? Come mai l’uomo ha fede? Perché alcune persone sono più predisposte a credere rispetto ad altre? Lo psichiatra Vittorino Andreoli, abituato a studiare i meccanismi del pensiero, cerca di rispondere a queste domande nel suo ultimo libro: ‘Il cervello che guarda il cielo’ (ed. Piemme).
Riflessioni che toccano molte persone, visto l’interesse e la commozione suscitati dalla morte di Papa Francesco e l’elezione di Leone XIV. Due eventi che hanno riempito piazza San Pietro in un tempo di chiese vuote. Capire il trascendente significa comprendere qualcosa che va al di là dell'esperienza sensoriale, della percezione fisica e dei limiti della realtà tangibile. È l'esplorazione di ciò che è "al di sopra" o "al di là" della nostra esperienza quotidiana.
La morte di Papa Francesco
Non esistono prove concrete dell’esistenza di Dio. E proprio l’interesse per la morte di Bergoglio ha fatto emergere quella che Andreoli definisce una reazione emotiva e affettiva. Due elementi che avvicinano l’uomo alla fede. Perché, come ricorda Andreoli, il Pontefice dava sicurezza, era un punto di riferimento fuori dal comune.
I mille volti della fede
Nell’era delle tante fedi, spesso ‘alternative’, accanto alle religioni tradizionali come quella cattolica emergono tanti credo. Sono i mille volti della fede, legata però al trascendente. Qualche cosa di astratto che non regala certezze. In tempi di crisi, un modo per guardare altrove e non pensare ai problemi terreni. Dimentichiamo, anche se per poco, questioni di lavoro, economiche, delusioni amorose. La mente vola in alto. Non pensa al male, alle guerre, alla povertà.
“In terra affrontiamo i nostri limiti, la fragilità e la paura. Siamo frustrati perché non riusciamo ad aiutare chi amiamo. Per questo cerchiamo un mondo più accettabile. Un luogo dove sia più facile vivere”, dice Andreoli.
La fede tra emozioni e sentimenti
L 'attenzione è rivolta all'uomo, alla sua struttura cerebrale come luogo del pensiero e dell'affettività. Qui ci sono le emozioni e i sentimenti, coinvolte anche nelle convinzioni che abbiamo e quindi nella fede. Secondo Andreoli, la trascendenza è “disegnata” dentro la biologia. L’idea è quella di immaginare un mondo che si trova altrove, l’aldilà, proprio partendo dai nostri limiti. Così, spesso dopo un lutto, che segna il limite umano, ci riavviciniamo alla fede.
L’incognita della morte rende più che mai l’uomo fragile. Il trascendente lo aiuta a sperare e a interiorizzare la perdita. Puntiamo alla fine del dolore guardando a qualche cosa di superiore.
La depressione
Che cosa accade se invece l’uomo non crede in Dio? Se non riesce ad affidarsi alla fede? In questi casi, nel momento di fragilità e solitudine, è più facile che chi non è sostenuto da un credo, si ammali di depressione. Non ha speranza nel futuro, si sente sopraffatto.
Il bisogno di guardare a Dio, scrive lo psichiatra, è qualcosa che è presente nella nostra mente. Bisogna solo cominciare a esserne consapevoli.
L’umano e il divino
“Mi ha sempre colpito l'immagine che, dell'uomo, ha dato il grande poeta Giuseppe Ungaretti: l'uomo attaccato nel vuoto al suo filo di ragno. Un'immagine tragica – aggiunge Andreoli – che guarda nell'abisso. Ma è tempo di alzare gli occhi e di rivolgere la mente verso l'alto, verso il cielo nella certezza che da qualche parte si incontra la trascendenza. La certezza è in quell'incontro che si fa esperienza di Dio a cui segue un'ascesa che unisce sempre più l'umano con il divino. Il fulcro di questa visione è l'esperienza, l'incontro con Dio. E non richiede necessariamente il monastero, ma la capacità di isolarsi, per non sentire sempre il rumore del mondo”.
Non tutti hanno questa fede che aiuta a vivere, ma ognuno di noi ne sente il bisogno. Anche se lasciarsi andare e abbandonare la razionalità non è facile. “Per molti è ancora un'attesa – conclude lo psichiatra – . Per tanti un dono già ricevuto. Per tutti è un bisogno, piantato nel cervello umano”.