Salute

Influenza aviaria in Lombardia, ecco quanto è pericoloso il virus

Influenza aviaria in Lombardia, ecco quanto è pericoloso il virus

Il sottotipo H9N2 si è adattato a infettare anche gli esseri umani e ora gli esperti chiedono di aumentare la sorveglianza: “Sarebbero necessarie ulteriori mutazioni prima che si rischi una pandemia”

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L’allerta per l’influenza aviaria è arrivata anche in Italia: il ministero della Salute ha comunicato l'identificazione in Lombardia del primo caso umano di infezione da virus influenzale A(H9N2) mai rilevato in Europa.

Il paziente è una persona fragile con patologie concomitanti, di ritorno da un viaggio in un Paese extraeuropeo dove è avvenuto il contagio. Attualmente è ricoverato a Milano sotto stretta osservazione. Sebbene il virus sia classificato “a bassa patogenicità", la sua comparsa in territorio europeo riaccende i riflettori su un ceppo che la comunità scientifica monitora con crescente apprensione. Proprio pochi mesi fa, uno studio ha messo in guardia su questo specifico sottotipo di virus, l’H9N2, a lungo considerato il “fratello minore” della famiglia, perché causa, principalmente, malattie lievi negli uccelli. Ma ora un gruppo di ricercatori dell’Università di Hong Kong ha dimostrato che si è adattato a infettare gli esseri umani e, pertanto, richiede una maggiore sorveglianza. L’allarme era stato lanciato in occasione del Pandemic Research Alliance International Symposium di Melbourne, in Australia.

Ceppo “minore”

Secondo Kelvin To, microbiologo clinico presso l'Università di Hong Kong, si sta prestando meno attenzione all’H9N2, nonostante sia il secondo ceppo più comune di influenza aviaria che infetta gli esseri umani. Dal 1998 l’H9N2 ha causato 173 infezioni umane, principalmente in Cina. Questo ceppo, quindi, potrebbe essere più diffuso di quanto pensiamo, afferma su Nature Michelle Wille, che studia l’influenza aviaria presso il Peter Doherty Institute for Infection and Immunity di Melbourne.

E’ probabile che molte infezioni non vengano rilevate perché non provocano infezioni gravi o ricoveri ospedalieri oppure, ancora, perché le persone vengono sottoposte più comunemente al test per l’H5N1. “Lo studio ipotizza, quindi, che l’H9N2 sia uno dei virus influenzali non umani che possono fare il salto di specie e adattarsi”, commenta Gian Carlo Icardi, direttore Igiene presso il Policlinico San Martino e professore all'Università di Genova. Ma è difficile prevederlo. “I virus – aggiunge – seguono logiche che noi umani sicuramente non riusciamo a capire”.

Cambiamenti genetici

Gli scienziati devono ancora trovare prove definitive della trasmissione interumana dell’H9N2, un processo che sarebbe necessario affinché si verifichi una pandemia. Ma To e il suo team hanno scoperto che l’H9N2 ha subito una serie di cambiamenti genetici già a partire dal 2015 e questi, via via, l’hanno reso più infettivo. In alcuni esperimenti su cellule una versione del virus H9N2, raccolta nel 2024, aveva infettato più cellule umane rispetto a un campione storico raccolto, invece, nel 1999.

La versione "moderna” ha anche mostrato un miglioramento nella capacità di legarsi a vari recettori presenti sulle cellule umane. Questo significa che il virus si è adattato per diffondersi tra le persone, hanno riferito To e il suo team di ricerca in un articolo sulla rivista Emerging Microbes & Infections. “I ricercatori hanno smontato e analizzato mattoncino dopo mattoncino i nucleotidi che codificano per le due proteine del virus, l’emoagglutinina e la neuraminidasi - spiega Icardi - e si sono resi conto che questi cambiamenti hanno fatto in modo che quelli che normalmente sono i punti di aggancio del virus sulle cellule dei volatili siano potenzialmente in grado di attaccarsi a quei recettori che sono invece sulla mucosa respiratoria degli umani”.

La sorveglianza

Ma per il momento si è solo a livello di ipotesi. Il virus dovrebbe subire diverse altre trasformazioni prima di poter causare una trasmissione continua tra le persone: deve, quindi, modificarsi per potersi legare preferenzialmente ai recettori umani, invece che a quelli presenti nelle cellule degli uccelli, e deve adattarsi alla sua capacità di crescita a temperature e livelli di pH diversi da quelli dei volatili. Tuttavia - secondo Wille - è necessario rafforzare la sorveglianza e la comunicazione sui rischi dell’influenza aviaria.

Parte del problema è che i Paesi non sono tenuti a segnalare le infezioni causate da ceppi considerati a bassa patogenicità, come, appunto, l’H9N2. Per questo motivo, secondo gli esperti, una maggiore sorveglianza del virus tra i mammiferi a stretto contatto con gli uccelli selvatici o con il pollame aiuterebbe gli scienziati a capire se il virus si è adattato a mammiferi diversi dall'uomo.

Il “riassortimento”

Il timore è che, quando gli animali vengono infettati da più virus, il materiale genetico si mescoli e si abbini durante la replicazione all’interno della cellula, creando così nuovi virus in grado di infettare gli esseri umani. Gli scienziati sono preoccupati che questo “riassortimento” possa verificarsi anche negli esseri umani.

Secondo To, altre ricerche hanno individuato materiale genetico dell’H9N2 tra i virus che hanno causato precedenti epidemie di influenza aviaria negli esseri umani. “Questo rientra nell’attività di ricerca quotidiana che viene realizzata a livello mondiale per valutare l’evoluzione dei virus influenzali, che definiamo, da sempre, come i re dei virus trasformisti per la loro capacità di mutare - sottolinea Icardi -. Gli studi servono per prepararci all’eventualità che questi virus aumentino la loro capacità di adattarsi e di attaccarsi ai recettori delle cellule umane”. Servono, perciò, a prepararci a rispondere in modo più efficace e tempestivo a una prossima pandemia.