Se c’è da prescrivere l’antibiotico, la dottoressa lo fa meglio
di Elisa ManacordaUno studio toscano su oltre 3 milioni di pazienti dimostra che i medici di medicina generale donna sono più prudenti nell'uso degli antimicrobici. Con implicazioni molto importanti sulla lotta all'antibiotico-resistenza
Quando si tratta di firmare una ricetta, il genere del medico conta, eccome. E conta anche quello del paziente. Uno studio su BMC Primary Care, condotto dall'Agenzia Regionale di Sanità della Toscana nell’ambito della sua attività istituzionale, e dall'Università di Firenze, mostra che le dottoresse non solo prescrivono meno antibiotici dei colleghi maschi, ma prescrivono anche quelli più appropriati all’infezione che intendono curare, ricorrendo più spesso alle molecole di prima scelta raccomandate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. “Le differenze che abbiamo osservato – sottolinea Flavia Franconi, del Laboratorio di Medicina di Genere dell'Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi e co-autrice dello studio - potrebbero diventare un punto di partenza per interventi mirati di stewardship antimicrobica”.
Il problema della resistenza
Il problema dell’inappropriatezza prescrittiva è alla base del fenomeno della resistenza antimicrobica (AMR), che oggi rappresenta una delle principali emergenze sanitarie globali. In questa classifica, l’Italia sfoggia, purtroppo, la maglia nera: nel 2024-2025, il nostro Paese ha registrato 22,3 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti, contro una media UE di 20,3.
Il 40% degli italiani riceve almeno una prescrizione di antibiotici all'anno, specialmente nei mesi invernali (dunque per virus influenzali), e si fa un uso eccessivo di antibiotici ad ampio spettro (il doppio rispetto alla media europea), quando ne servirebbero di più mirati. I risultati si vedono: secondo i dati del Rapporto Aifa e dei monitoraggi dei centri europei Ecdc 2025-2026, l’Italia registra il 30% di tutta la mortalità europea legata ai batteri resistenti, con circa 12 mila decessi ogni anno causati direttamente da infezioni da batteri multiresistenti (su un totale di circa 35 mila-40 mila), con un picco negli ospedali, dove l’Amr è responsabile di circa un terzo dei decessi.
A preoccupare sono soprattutto Klebsiella pneumoniae, resistente ai carbapenemi con tassi al 26,5%, oltre il doppio della media UE (13,3%), Acinetobacter, i cui livelli di resistenza sfiorano il 90-97% in alcune regioni come l'Abruzzo, e il famigerato Stafilococco Aureo, con una prevalenza di resistenza del 26,6%, specialmente nelle strutture di lungodegenza.
A prescrivere gli antibiotici sono, nel 68% dei casi, i medici di medicina generale. Ma le Regioni procedono in ordine sparso: quelle del Sud e delle Isole registrano i valori più alti, spesso superando la media nazionale del 10-20%. La Campania è storicamente quella con il consumo più elevato e anche Sicilia e Basilicata mostrano consumi sopra la media. Viceversa, le Regioni con meno prescrizioni e minore consumo appaiono quelle del Nord e alcune del Centro: più virtuose, con un utilizzo di farmaci più vicino alla media europea, sono la P.A. di Bolzano, la zona d'Italia dove si prescrivono meno antibiotici in assoluto, il Friuli Venezia Giulia, con tassi di prescrizione molto bassi, e la Toscana, con consumi leggermente inferiori alla media nazionale, ma ancora lontani dagli standard europei di appropriatezza.
In questo panorama - spiega Flavia Franconi – “abbiamo voluto indagare, con uno studio che è il primo in Italia su larga scala su questo tema, se e come il genere del medico e del paziente, e la loro interazione, influenzino i pattern di prescrizione antibiotica in cure primarie”.
I dati della ricerca
Lo studio ha analizzato le prescrizioni di antibiotici di oltre 2.300 medici di medicina generale per una platea di più di 3 milioni di assistiti nel corso del 2023. Nel campione le mediche erano, in media, più giovani dei colleghi maschi (51 vs 58,6 anni) e avevano un pannello pazienti leggermente inferiore. Il 52,6% dei pazienti era seguito da un medico dello stesso sesso.
I ricercatori hanno incrociato il sesso del medico con quello del paziente, tenendo conto anche di variabili come l'età, il livello socioeconomico e il carico di comorbidità. I tre indicatori principali analizzati erano la quantità di antibiotici prescritti (DDD/1000 abitanti/die), la prevalenza di prescrizione antibiotica, cioè la percentuale di pazienti con almeno una prescrizione nell'anno, e il tasso di prescrizione "Access", cioè la percentuale di antibiotici di primo livello secondo la classificazione AWaRe dell'Oms.
Lo studio, a detta degli stessi autori, presenta alcuni limiti: il primo è rappresentato dall’assenza di dati sull'indicazione clinica della prescrizione. C’è anche l’impossibilità di verificare se la prescrizione sia stata effettivamente dispensata e consumata e mancano i dati sugli acquisti privati di antibiotici (senza ricetta o tramite specialisti privati).
Nonostante queste criticità, i risultati sono chiari: le mediche prescrivono meno antibiotici rispetto ai colleghi maschi, sia in termini di quantità sia di prevalenza, e prescrivono più spesso gli antibiotici della categoria "Access" (cioè più appropriati). I colleghi maschi prescrivono, in media, quasi un punto in più di dosi giornaliere definite ogni 1000 abitanti al giorno. Tradotto in numeri assoluti, in Toscana i medici maschi prescrivono circa 391 mila dosi in più all'anno rispetto alle colleghe, il 2,2% in più del totale regionale.
L'effetto di queste differenze prescrittive risulta poi più marcato sui pazienti maschi: per loro avere una dottoressa significa una probabilità sensibilmente minore di ricevere una prescrizione antibiotica rispetto ad avere un medico uomo.
L'eccezione dei giovani medici maschi
Il quadro, però, non è privo di sfumature. Quando si stratifica per età del medico, emerge un'inversione di tendenza interessante: tra i Mmg under 40, sono i maschi a prescrivere meno antibiotici, in particolare alle pazienti donne. Uno scarto generazionale che gli autori ipotizzano possa essere legato all'introduzione, nel 2007, di un programma strutturato di formazione per i medici di medicina generale, che include nozioni specifiche sull'appropriatezza prescrittiva e sulla resistenza antimicrobica.
“I dati suggeriscono che la formazione specialistica potrebbe avere un ruolo nel modellare i comportamenti prescrittivi - osserva Franconi - ma servono ulteriori ricerche per capire quanto pesi davvero la preparazione rispetto ad altri fattori culturali e relazionali”.
Perché le dottoresse prescrivono meno?
Gli autori non si avventurano in spiegazioni definitive, ma la letteratura scientifica offre qualche indizio. Studi precedenti hanno mostrato che le mediche tendono ad adottare più facilmente un approccio "wait and see" — attendere e osservare — prima di ricorrere agli antibiotici, soprattutto nelle infezioni delle vie respiratorie superiori. Inoltre, la comunicazione tra medico e paziente dello stesso sesso tende a essere più efficace, il che potrebbe ridurre la pressione del paziente verso la prescrizione.
“Una migliore esperienza comunicativa tra paziente e medico – conclude Franconi - potrebbe spiegare almeno in parte gli effetti positivi che osserviamo nelle coppie donna-donna”.