Animali in salute

Una delle migliori armi contro il declino cognitivo ha 4 zampe

Una delle migliori armi contro il declino cognitivo ha 4 zampe

I risultati di un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports confermano quanto la medicina geriatrica osserva da tempo nella pratica clinica. E gli effetti sono diversi se si possiedono cani o gatti

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”Il beneficio è evidente: l’animale domestico riduce l’ansia, migliora l’umore, attiva la regolazione emotiva. È uno stimolo che va ben oltre la compagnia”. Per Graziano Onder, geriatra e professore di Medicina dell’invecchiamento all’Università Cattolica di Roma, i risultati del nuovo studio pubblicato su Scientific Reports non sorprendono. Anzi, confermano quanto la medicina geriatrica osserva da tempo nella pratica clinica.

Lo studio: 18 anni di dati su oltre 16mila europei

La ricerca, condotta da Adriana Rostekova e colleghi dell’Università di Ginevra e dell’Università di Losanna, dal titolo “Longitudinal relationships between pet ownership and cognitive functioning in later adulthood across pet types and individuals’ ages” ha analizzato i dati del progetto Share (Survey of Health and Retirement in Europe), il grande studio longitudinale che dal 2004 monitora la salute degli over 50 in undici Paesi europei, Italia compresa. Il campione finale comprendeva 16.582 persone di età compresa tra 50 e 99 anni, seguite per un arco di 18 anni.

I ricercatori hanno misurato due aree cognitive fondamentali: le funzioni esecutive, valutate attraverso un test di fluenza verbale (elencare quanti più nomi di animali possibile in un minuto), e la memoria episodica, misurata con prove di richiamo immediato e differito di una lista di dieci parole. Al momento dell’arruolamento, il 39,4% dei partecipanti possedeva almeno un animale domestico.

Il declino rallenta con cani e gatti

Il risultato centrale dello studio è chiaro: chi possiede un animale domestico mostra un declino cognitivo significativamente più lento nel tempo, sia nella fluenza verbale sia nella memoria. Ma il dato più interessante emerge quando si distinguono le singole specie. I proprietari di cani presentano un rallentamento del declino nella memoria, sia immediata sia differita. I proprietari di gatti mostrano un effetto protettivo sulla fluenza verbale e sulla memoria differita. Al contrario, possedere pesci o uccelli non produce alcun beneficio misurabile sulle traiettorie cognitive.

Il cane e il fattore movimento

“La parte che riguarda il cane è la più evidente: la socialità e l’attività fisica sono fattori chiari”, spiega Onder. “Portare fuori il cane a passeggio significa muoversi, e il movimento è un fattore protettivo riconosciuto contro il declino cognitivo. Ma c’è di più: camminare col cane crea legami sociali con altre persone che fanno la stessa cosa e questo rafforza la rete di relazioni”.

L’effetto, però, non si esaurisce nell’esercizio fisico. “Anche i gatti, che non costringono a uscire, ti connettono con un altro essere vivente. C’è una parte di stimolazione emotiva, di regolazione dell’ansia, di miglioramento dell’umore. Sono esseri particolarmente complessi e questo stimola dal punto di vista emotivo”.

Lo scudo contro il cortisolo

Lo studio richiama anche un meccanismo biologico preciso alla base di questi benefici. La presenza di un animale domestico è associata a una riduzione dei livelli di cortisolo e della frequenza cardiaca durante le situazioni di stress. L’eccesso cronico di cortisolo danneggia l’ippocampo, l’area cerebrale centrale per la memoria, ed è collegato dalla letteratura scientifica a un rischio maggiore di deterioramento cognitivo. Possedere un animale è inoltre associato a una pressione arteriosa sistemica più bassa e a una risposta pressoria ridotta allo stress mentale, entrambi fattori protettivi riconosciuti contro il declino delle funzioni cerebrali. In sostanza, l’animale domestico potrebbe proteggere il cervello non solo attraverso la stimolazione sociale ed emotiva, ma anche per via di un effetto fisiologico diretto sulla risposta allo stress.

Perché pesci e uccelli non hanno lo stesso effetto

Lo studio offre anche possibili spiegazioni sull’assenza di benefici cognitivi per i proprietari di pesci e uccelli. I pesci consentono un livello limitato di connessione emotiva, anche a causa della loro breve aspettativa di vita. Gli uccelli, dal canto loro, possono disturbare la qualità del sonno dei proprietari con il rumore, un fattore che la letteratura scientifica associa a un peggioramento delle funzioni cognitive.

La differenza potrebbe risiedere anche nel tipo di stimolazione che il cervello riceve. Ricerche citate nello studio mostrano che l’interazione con un cane attiva la corteccia prefrontale, rafforzando i processi attentivi e l’attivazione emotiva. Con i gatti si osserva un’attivazione della corteccia prefrontale e del giro frontale inferiore, probabilmente legata al temperamento imprevedibile del felino, che richiede al cervello un costante lavoro di interpretazione. Un tipo di stimolazione cognitiva che pesci e uccelli, semplicemente, non offrono. Come osserva Onder, “col pesce o col pappagallo non si crea la stessa interazione. Il cane e il gatto riducono lo stress, abbassano l’ansia, migliorano l’umore: è tutta una serie di stimolazioni che con altri animali semplicemente non si attivano allo stesso modo. Rispetto al sentimento della solitudine, il fatto di sentirsi accanto a un essere vivente emotivamente complesso fa una grande differenza”.

L’animale come “riserva relazionale”

I ricercatori avanzano anche un’ipotesi suggestiva: l’animale domestico potrebbe funzionare come parte della cosiddetta “riserva relazionale” di una persona, quell’insieme di legami e interazioni sociali che interagisce con le riserve cognitive e contribuisce a rallentare il declino. Per chi ha una rete sociale ridotta, il rapporto con un cane o un gatto potrebbe compensare almeno in parte la mancanza di relazioni umane, con effetti misurabili sulla tenuta cognitiva nel tempo. Lo studio cita ricerche secondo cui nei proprietari fortemente legati al proprio gatto l’animale agisce come fonte aggiuntiva di supporto emotivo o addirittura come sostituto della rete sociale. Un ruolo emerso con particolare evidenza durante la pandemia di Covid-19, quando il contatto tra persone era fortemente limitato.

L’età non conta: il beneficio è trasversale

Uno dei risultati più sorprendenti riguarda l’assenza di differenze tra fasce d’età. I ricercatori avevano ipotizzato che il beneficio fosse più pronunciato negli anziani più avanti con gli anni, ma i dati non confermano questa ipotesi: l’effetto protettivo risulta analogo sia nei cinquantenni sia negli ultraottantenni.

“L’effetto non è funzione dell’età ma di altri fattori”, chiarisce Onder. “In qualsiasi momento della vita in cui una persona si trova in una condizione di isolamento sociale, di depressione o di ansia, la presenza di un animale domestico può avere un impatto positivo. Non è una questione anagrafica, ma situazionale”.

Dagli ospedali alle residenze per anziani

Il geriatra della Cattolica allarga poi la riflessione oltre i confini dello studio. Onder prosegue: “Visti i benefici sull’invecchiamento attivo, inserire gli animali nelle residenze per anziani avrebbe un effetto positivo. In diversi hospice dove si seguono cure palliative, gli animali sono già inseriti nel contesto sanitario e il beneficio è evidente”.

Gli stessi autori dello studio suggeriscono che questi risultati potrebbero orientare le politiche per l’invecchiamento attivo, ad esempio attraverso forme di assistenza economica per le spese veterinarie degli anziani o promuovendo strutture residenziali che accolgano gli animali domestici.