Il ricambio politico e la difficoltà delle nuove generazioni di trovare continuità con la “rivoluzione gentile” e, come sempre, l’indifferenza delle accademie, ha permesso ai governi che si sono succeduti di trascurare le politiche per la salute mentale, di dimezzare le risorse, di abbandonare alle singole Regioni qualsiasi ipotesi di cura e sostegno dei servizi e delle persone. Una deliberata trascuratezza ha reso possibile alle politiche, nella nostra generale indifferenza, garantire un sostanziale ritorno indietro. In tutto il territorio del nostro Paese, fatto salvo beninteso nuclei di resistenza, l’assetto dei servizi territoriali è diventato fragile e non più adeguato a quelle che erano le prospettive. Malgrado tutto, le persone con disturbo mentale continuano a proporsi nel pieno dei loro incerti diritti conquistati e rivendicare cure e denunciare le “cattive pratiche”.
Perfino a Trieste l’assetto del sistema sanitario, segnatamente nei servizi territoriali, sia nel campo della salute mentale che nella medicina di comunità, è stato indebolito e completamente disarticolato.
Si è parlato poco di tutto questo, ma quello che accade oggi, è davvero un crudele capovolgimento di un grande progetto che aveva restituito presenza e partecipazione ai cittadini. Dell’assetto dei servizi e del lavoro di Trieste sapete. “Cosa mai posso dire oggi? Che hanno vinto le psichiatrie della pericolosità, della diagnosi, del farmaco, della pericolosità, della contenzione?”
Cercherò di trovare le ragioni di quel cambiamento che ha segnato fortunatamente tutta la mia esistenza, di capire che cosa veramente cominciava a Gorizia e che cosa si è poi sviluppato per trent’anni a Trieste. E che cosa infine ha contaminato così radicalmente le culture della cura, del diritto, del cambiamento in ogni angolo del pianeta.
Ho trovato gli appunti di una lezione alla scuola di filosofia di Trieste di qualche anno fa. Pier Aldo Rovatti mi aveva invitato a parlare di Follia. Abitare la parola follia, il tema del seminario. Accanto alla parola follia, nel corso di questi anni, ho sempre evocato il mestiere della cura come concreta scommessa/possibilità per affrontare la follia. E a pensarci bene, come aveva scritto Franco Rotelli, il lavoro di deistituzionalizzazione che ci ha impegnato severamente per tanti anni si è svolto sempre e comunque intorno alla parola follia.
Per trovare la parola follia ho dovuto fare spazio, liberarmi dalle parole prima banali della mia adolescenza poi pesanti del linguaggio che andavo apprendendo nel mio percorso di formazione. Non è stato facile. Le affermazioni, pure entusiasmanti, che la follia “è una condizione umana”, mi trovavano assolutamente disarmato e disorientato. Non ero mai sicuro se stessi comprendendo bene il senso del lavoro quotidiano che andavo apprendendo in rapporto alla parola follia.
La follia è una condizione umana (intendo follia come vita, nel suo divenire contraddittorio e doloroso, la vita che vive le cose che accadono), ma cosa avrei dovuto fare per dissotterrare questa condizione finita sotto le pesanti architetture della psichiatria? A Napoli, mentre cercavo di costruire la mia competenza e la mia identità di psichiatra, ho affrontato il primo corpo a corpo con le parole della diagnosi: ne sarò pienamente consapevole molto più tardi a Trieste quando dovrò, nelle pratiche delle urgenze quotidiane, liberarmi da quelle parole per far posto alla follia. A Trieste sono precipitato in una battaglia quotidiana. Un corpo a corpo complicato, violento, frustrante, destinato, alla soglia dei miei 80 anni, a non finire mai.
Nel 1967 a Napoli, che è una delle prime realtà universitarie dove inizia il movimento studentesco, ero disorientato, non capivo niente. Ho cominciato a comprendere qualcosa quando i nostri compagni più grandi hanno iniziato a parlare, nelle assemblee generali, della medicina e della salute in termini critici, smontando l’immagine vincente e luminosa che io avevo costruito.
Stava accadendo qualcosa, stavamo cominciando a ragionare che la medicina era anche uno strumento di potere e controllo, la medicina è un modo del potere dicevano, e che la psichiatria era il punto in cui tutto ciò era più evidente. Per me era una novità. Questa assoluta ignoranza e mancanza di capacità critica diventava urgente quando dovevo confrontarmi con le discussioni che nascevano.
Quando i malati erano solo “materiale didattico”
Con i miei compagni sono andato a vedere da vicino cosa succedeva in quei luoghi. Abbiamo chiesto di fare l’internato nella clinica delle malattie nervose e mentali (la specializzazione in psichiatria è arrivata più tardi, nel 1971). Nella clinica c’era un barone siciliano che comandava anche sui “feudi”: istituti di malattie nervose e mentali di altre città e perfino nei singoli reparti. Il reparto di psichiatria era chiuso con le sbarre, le chiavi; in una miseria materiale e relazionale spaventosa. Ci insegnavano le parole della psichiatria e della distanza. Pretendevano il nostro sguardo sicuro sull’oggetto malattia, alimentavano la nostra distanza dal malato, e le parole della diagnosi coprivano ogni cosa. Scomparivano le circostanze, le storie, i conflitti, i sentimenti, i legami, le solitudini. Non capivo molto. Ma qualcosa mi lasciava un filo di amarezza, specie quando ci facevano lezione alla presenza del malato, materiale didattico lo chiamavano. Da allora senza che me ne accorgessi è cominciato il mio corpo a corpo con la diagnosi.
Queste scene che soltanto più tardi ho potuto comprendere, in quel momento mi turbavano con un sottile sentimento di vergogna e di colpa.
Non posso a questo punto non mettere in gioco l’insegnamento di Franco Basaglia. La parola follia, al di là delle filosofie, delle speculazioni, delle letterature, comincia a diventare una parola che interroga concretamente, nella durezza del lavoro in manicomio, la nostra operatività. Cosa può significare “follia è una condizione umana” quando ti ritrovi in un campo in cui questa parola è completamente sparita, sotterrata in un sapere che non fa altro che adoperarsi perché la follia non dia più nessun segnale di vita.
Domina la malattia mentale, non c’è altro che la malattia mentale. Sapete meglio di me che tutto il sapere che ci hanno insegnato nasce dalla vittoria incontrastata della ragione sulla follia. Da allora “la malattia non il malato”, la malattia mentale diventa la presenza incontrastata.
È questo quello che accadeva e che ancora accade.
Tutto andava rimesso in discussione nel fuoco del mutevole succedersi della quotidianità. Ora ti ritrovi di fronte alla diagnosi scritta, alla cartella clinica, all’obbligo che hai di riprendere le parole della psichiatria che ti sembrano ormai del tutto insicure, incerte, vuote. Ora, cominci a sentire la tua fragilità nel tentativo di far emergere qualche cosa d’altro.
Cominci ad affrontare la paura dell’incontro.
Eppure basta semplicemente allontanarsi dalle parole della psichiatria, dico parole per significare comportamenti, comportamenti per dire delle distanze delle psichiatrie e infine distanza che significa disconoscimento costante dell’altro. Ora sei chiamato a riconoscerlo questo altro, conoscere il nome, il cognome, la sua casa, il suo mestiere…
Nel momento in cui l’incontro accade non sai se ti stai avvicinando alla follia però sai che sei in una condizione di totale incertezza, non sai più a che santo votarti. Quando dico il corpo a corpo quotidiano con la diagnosi è un modo per dire che forse sto cominciando a capire cosa sto facendo, dire un corpo a corpo che dura ancora oggi significa darmi una qualche certezza per giustificare il mio avvicinamento.
È evidente che mentre mi avvicino alla follia incontro l’altro, la follia nascosta dalla malattia esclude crudelmente l’altro. Come scoprirò nel tempo, la psichiatria che abbiamo dovuto con rigore criticare, per farsi non poteva fare altro che rendere oggetto quella condizione umana. La psichiatria riconosce l’oggetto, lo definisce, lo nomina e lo colloca tra i tanti oggetti del suo catalogo.
Basaglia a Gorizia
Quando Basaglia entra a Gorizia credo che, dentro di lui, fermentasse quella parola. Il silenzio, l’assenza sono intollerabili: “cosa mai potrò fare qui?” si dirà più volte. E pensa di andarsene.
Ci sono 550 internati, ma non c’è più nessuno. Con Slavich decidono che devono incontrare tutti, ma proprio tutti, i 550 internati. A sera tornano a casa e gli internati restano chiusi nei reparti. E loro hanno le chiavi. E Slavich racconta che tornando a casa la sera non riuscivano a liberarsi dalla vergogna. Sarà uno dei primissimi momenti di una storia che diventerà “apriamo le porte dei reparti, siamo noi che abbiamo le chiavi”. E allora i matti cominciano a circolare, si va fuori nel giardino, sul greto dell’Isonzo, perfino in centro città.
La parola comincia a circolare. Nasce e si sviluppa l’Assemblea Goriziana. Nell’assemblea si vota. Il presidente dell’Assemblea invita a contare i voti, contate, contate, dice. Per me questa immagine e queste parole “votate” e “contate” sono un inizio formidabile. Gli internati cominciano a contare.
Marco Cavallo e l’apertura dei cancelli
Ancora un altro inizio. Sono a Trieste nel 1973, Marco Cavallo deve uscire, fa fatica, le porte sono troppo strette. Nei due mesi del laboratorio è diventato più grande di quello che il suo costruttore voleva che diventasse. Le persone nel corso di quei due mesi gli hanno messo nella pancia storie, biografie, bisogni, amore… C’è un cancello insormontabile. Sfondano l’architrave e il cavallo esce. Tutti immaginano che finalmente con questa rottura non ci saranno più i manicomi. Comincia da qui l’istituzione inventata di cui parla Franco Rotelli. Negata l’istituzione, come è avvenuto in tutto il nostro Paese, nella concretezza delle pratiche territoriali, in tante realtà locali, bisognava da subito interrogarsi sul che fare, sul che cosa poteva voler dire dare continuità al lavoro di critica e di distruzione del manicomio.
Si trattava di costruire qualcosa in cui potessero vivere ed essere ascoltati, e far sentire il loro male, gli internati che stavano riconquistando i loro diritti. In realtà il cavallo che esce e che rompe i muri non definisce un luogo da frequentare e uno da negare, costruisce una soglia – che è quello che io continuo a immaginare cercando di affrontare il mestiere della cura – la soglia significa che da quel momento dobbiamo riconoscere e abitare uno spazio nuovo e sconosciuto. Abitare la soglia è difficile e ci interroga. Mette a nudo tutte le nostre incertezze. Chi fa il medico, l’infermiere, l’assistente sociale, vuole avere dei luoghi certi. Se sto fuori sto fuori, se sto dentro sto dentro. Chi ha per mestiere la vocazione ad ascoltare l’altro, chi si accinge al mestiere della cura non può che imparare ad abitare la soglia.
Attraversare la parola follia significa riconoscere l’incertezza, l’indefinitezza del mio compito, del mio mestiere, del mestiere della cura. Per curare devo cogliere quelle dimensioni che su quella soglia sono mutevoli e mi obbligano a incontrare la ruvidezza del “fuori”.
Credo che abbiate capito che tutto quanto è accaduto, tutte le luminose rimonte e i fallimenti, tutti i conflitti, lo sguardo nuovo che abbiamo avuto la fortuna di alimentare, la scoperta così determinante delle relazioni, dei cittadini e anche dei diritti, è potuta accadere dalla ricerca estenuante che Basaglia ci ha insegnato a fare.
Quello che sta accadendo oggi, nel nostro Paese, è un altro capovolgimento, indesiderato, questa volta niente affatto luminoso e povero di speranza. È il ritorno al dominio della malattia sulla follia, dello specialismo sui bisogni elementari delle persone, sul bisogno di ascolto della radicalità dei sentimenti e delle emozioni. La devastazione che le scelte politiche degli ultimi decenni hanno prodotto sono tutte qui. Ma, anche se i manicomi “torneranno e più chiusi di prima, abbiamo ben capito e dimostrato che la cura può accadere in un altro modo” e da qui, con questa convinzione, che dobbiamo ripartire.