"Gli animali da compagnia fanno davvero parte della nostra vita, e soprattutto per le persone più fragili rappresentano un aiuto importante". Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, rivendica una scelta che in Italia resta isolata: "Siamo partiti prima di altri, con un servizio che oggi arriva in tutto il territorio e aiuta chi ha bisogno a curare il proprio animale".
Il servizio di cui parla sono gli ambulatori veterinari sociali, e la ragione per cui fa notizia è che tutto intorno non c'è quasi nulla. In Italia esiste una soglia che nessuna legge ha formalizzato ma che tutti conoscono: è la porta dell'ambulatorio veterinario. Fino a lì arriva il Servizio sanitario nazionale, che si occupa di profilassi, anagrafe, randagismo, colonie feline e sicurezza alimentare. Oltre quella porta, quando il cane o il gatto che vive in casa ha bisogno di una radiografia, di un intervento o di una terapia, il pubblico non c'è più.
Un Paese di animali senza una sanità per gli animali
Il Rapporto Assalco-Zoomark 2026 stima 53,6 milioni di animali da compagnia in Italia, tra cui 11 milioni di gatti e 9,1 milioni di cani, con più del 54 per cento delle famiglie che ne ospita almeno uno. L'Istat, con l'indagine multiscopo diffusa a dicembre 2025, si ferma a circa 25,5 milioni; l'Eurispes, nel rapporto 2026, parla di poco più di un terzo degli italiani. Tre fotografie diverse dello stesso fenomeno, con un elemento in comune: nessuna di queste popolazioni ha una copertura sanitaria.
Quello che lo Stato mette
Gli strumenti nazionali sono soltanto fiscali. La detrazione Irpef del 19 per cento sulle spese veterinarie, entro un tetto e con una franchigia. L'Iva al 22 per cento su visite, esami e interventi, la stessa aliquota dei beni non essenziali: un paradosso che diverse proposte, l'ultima partita dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia nel giugno 2026, chiedono di correggere portandola al 10 per cento con esenzione totale sotto i 16.215 euro di Isee.
Il Piemonte, l'unica esperienza a regime
Il modello piemontese è partito nel 2022 e funziona come welfare, non come sanità: l'accesso non dipende dalla malattia dell'animale ma dalla condizione del proprietario, che deve essere in carico ai servizi sociali ed essere da questi segnalato. Chi rientra nei criteri non paga nulla. Gli ambulatori attivi sono 16 e coprono i territori di tutte le Asl regionali.
La curva delle prestazioni racconta un servizio che ha cambiato passo in tre anni: 297 nel 2023, 2.205 nel 2024, 2.713 nel 2025 e già 1.743 nei soli primi sei mesi del 2026, per un totale di 6.958. Le risorse impegnate dalla Regione superano i 660 mila euro, con 120 mila erogati nel 2025 e uno stanziamento analogo previsto per il 2026. Sono cifre contenute perché il modello non costruisce strutture: usa quelle delle Asl e le integra con il privato sociale, dalla convenzione con la Lav per le prestazioni più specialistiche all'accordo con il Banco Alimentare Piemonte Odv per il sostegno alimentare, 59 mila euro per il biennio 2025-2026. "Sono investimenti sulla qualità della vita degli animali, ma anche su quella delle persone", spiega Cirio, "perché siamo convinti che occuparsi del benessere degli animali sia un modo per avere a cuore quello delle persone".
Il mercato che alza il conto
Il punto, però, non è solo quanto lo Stato metta. È come si sta trasformando l'offerta. Maurizio Aragrande, che all'Università di Bologna insegna Economia veterinaria, descrive un settore che si sta concentrando: "In Italia ci sono moltissime piccole strutture ambulatoriali gestite da singoli veterinari, ma sono in calo continuo. L'offerta è segmentata: quello che cresce sono le strutture molto grandi, oggi intorno al 15-20 per cento del totale ma in crescita. Sono le più specialistiche e le più costose".
È una dinamica che condiziona qualunque intervento pubblico. "C'è una tendenza a sovra-fatturare, a erogare prestazioni non sempre strettamente necessarie", osserva l'economista. "Anche per questo il metodo con cui l'incentivo viene erogato diventa decisivo, per evitare conflitti di quel tipo". Tradotto: un contributo versato senza regole rischia di finire nel prezzo invece che nelle cure.
Né sussidio secco né polizza
La strada che Aragrande indica non è quella del rimborso e nemmeno quella assicurativa. "Si potrebbe pensare a qualcosa che stia tra il crowdfunding e la forma assicurativa. Non un'assicurazione sanitaria per animali come quelle oggi in commercio: un contributo una tantum annuale, dell'ordine dei 30 euro, versato da famiglie a reddito medio-basso, che in presenza di altre condizioni concomitanti dia diritto ad accedere alle prestazioni. Una partecipazione marginale del singolo che alla fine, sommata, può diventare importante". Una forma mista, la definisce, da costruire con il coinvolgimento del terzo settore e del volontariato animalista. "Bisogna giocare di creatività, anche perché i vincoli di bilancio vengono sempre posti come filtro".
Cinque regioni, una sola risposta strutturata
Fuori dal Piemonte il quadro è fermo. La Campania ha una legge del 2019 che affida alle Asl un pronto soccorso veterinario, ma riservato ai cani e ai gatti liberi feriti, non agli animali di proprietà. In Emilia-Romagna è stato annunciato un progetto di legge per importare il modello piemontese. In Friuli Venezia Giulia, oltre alla proposta sull'Iva, un'iniziativa depositata nel marzo 2026 chiede un servizio sanitario veterinario di base regionale e un pronto soccorso attivo ventiquattro ore su ventiquattro. In Lombardia un progetto di legge sulla gratuità delle cure di base non è mai diventato servizio.
Nel Lazio non c'è nulla di regionale: ci sono un municipio e un'associazione. Il primo è il Municipio I di Roma, con l'ambulatorio sociale VetinCentro per persone over 65 anni aperto insieme ai servizi sociali municipali, alla Asl Roma 1 e al terzo settore. La seconda è la Lav, che dal 22 ottobre 2024 in viale Regina Margherita offre visite, interventi e cure gratuite, ma non aperti a chiunque: i beneficiari sono le famiglie già seguite dal programma di sostegno della Comunità di Sant'Egidio.
In Parlamento le proposte ci sono, e sono almeno quattro. La numero 2296, prima firmataria Luana Zanella, istituirebbe un Servizio sanitario veterinario convenzionato per la cura degli "animali familiari" ed è stata assegnata alla commissione Affari sociali. Accanto a questa giacciono i testi di Rizzetto, Romano e Brambilla, tutti con la stessa finalità e tutti assegnati alla medesima commissione. Per nessuno di essi l'esame è mai cominciato.
Il modello europeo: non beneficenza, cofinanziamento
L'esperienza europea più solida non è un ospedale ma un meccanismo. In Francia opera Vétérinaires Pour Tous, associazione fondata dall'Ordine dei veterinari e dalle organizzazioni della professione, sostenuta con 4,5 milioni di euro dal piano di rilancio governativo: il costo della cura viene ripartito tra il proprietario, che paga una quota, la struttura veterinaria che aderisce volontariamente rinunciando a parte del compenso e l'associazione, che copre il resto con il denaro pubblico. L'accesso segue criteri sociali già codificati. È il modello più esportabile perché non chiede di costruire una rete parallela, ma di far entrare risorse pubbliche in quella privata che già esiste.
Il contromodello è britannico. Il Pdsa (ente di beneficienza veterinario fondato nel 1917) gestisce una cinquantina tra ospedali e ambulatori che curano gratuitamente gli animali di chi percepisce determinati sussidi, senza alcun finanziamento pubblico, e nell'aprile 2026 ha pubblicato il suo primo rapporto sulle disuguaglianze nella salute degli animali: poco più di un proprietario su dieci ha rinviato le cure per motivi di costo e uno su dieci ha tagliato cibo, riscaldamento o spostamenti essenziali pur di mantenere il proprio animale. Dove il sistema si regge solo sulla beneficenza, prima o poi cede.
Una questione di sanità pubblica
Resta l'ostacolo meno contabile di tutti, quello che l'economista mette davanti persino ai vincoli di bilancio: "L'ostacolo vero è la mentalità corrente che si attribuisce agli animali di affezione", dice Aragrande. È lo stesso terreno su cui si muove la rivendicazione di Cirio quando dice che occuparsi del benessere degli animali è un modo per avere a cuore quello delle persone.