C’è un’emergenza silenziosa che rischia di farci precipitare indietro di un secolo, quando anche le infezioni comuni potevano essere letali. È l’antibioticoresistenza, una minaccia alimentata da un uso eccessivo e improprio di farmaci che hanno rivoluzionato la medicina: a parlarne, tracciando il quadro della situazione ma anche offrendo una via d’uscita, basata su conoscenza, diagnostica e responsabilità, Matteo Bassetti, docente di malattie infettive all’Università di Genova. “Siamo dei ‘divoratori’ di antibiotici “, ha detto.
“Un italiano su due ne ha preso almeno uno nell’ultimo anno. Un abuso, più che un uso, che ci consegna un triste primato: l’Italia è il paese peggiore dell’Europa occidentale per resistenza batterica”.
Gli errori più comuni
Il problema nasce da un equivoco di fondo: l’antibiotico è un’arma potentissima, ma efficace solo contro i batteri. “È una sostanza che uccide i batteri, ma non ha alcun effetto su virus, funghi o protozoi”, ha spiegato Bassetti. “Prenderlo per l’influenza, e in generale per tutte le infezioni non batteriche, è un grandissimo errore”. Ma allora perché spesso capita che prendendo l’antibiotico quando si ha l’influenza i sintomi scompaiono? “Pura coincidenza: di solito si inizia la ‘cura’ antibiotica al terzo giorno, quando l’infezione virale sta già regredendo naturalmente. E quindi la scomparsa della febbre, in verità, non ha niente a che fare con l’assunzione dell’antibiotico. I miei colleghi inglesi ci scherzano su, dicendo che con l’antibiotico l’influenza passa in sette giorni, e senza in una settimana”.
Accanto all’errore dell’uso inappropriato, c’è poi quello del mancato rispetto dei tempi di somministrazione: spesso, ricorda il clinico, si tende a interrompere la terapia antibiotica non appena scompaiono i sintomi. “Per sterminare tutti i batteri bisognerebbe sempre completare il ciclo completo di somministrazione”, ha ammonito l’esperto, “perché sospenderlo prima vuol dire lasciare in vita i batteri più forti, che possono così sviluppare resistenze e causare recidive più difficili da curare”. E ancora, sempre a proposito di errori e credenze dure da sfatare: sebbene molti sostengano il contrario, per esempio, non è vero che gli antibiotici indeboliscano l’organismo, e quindi vadano “corroborati” da integratori (ma è vero che, insieme ai batteri cattivi, sterminano anche quelli buoni, e quindi è appropriato reintrodurli assumendo fermenti lattici), né che la somministrazione intramuscolare sia più efficace di quella orale.
Una minaccia globale
A certificare il problema i dati. Un recente studio pubblicato su The Lancet stima che nel 2050 l’antibioticoresistenza causerà 39 milioni di morti all’anno, a fronte dei 12 milioni attesi per il cancro. “Rischiamo di tornare agli anni Trenta, quando si poteva morire per una semplice infezione”, ha avvertito Bassetti, sottolineando come già oggi i reparti ospedalieri siano pieni di pazienti con infezioni contro cui i farmaci sono impotenti. A pagare il prezzo più alto sono i più fragili, come i pazienti oncologici o i trapiantati. Per uscire dall’impasse servirebbero nuovi antibiotici, molecole con nuovi meccanismi d’azione “sconosciuti” ai batteri, ma purtroppo al momento le farmaceutiche fanno fatica a svilupparli: mettere a punto un nuovo antibiotico è un processo lungo e costoso, fino a un miliardo di dollari, e poco remunerativo rispetto ad altri farmaci, per esempio quelli per le malattie croniche. “Tutto questo porta a un paradosso: tante resistenze e pochi farmaci”.
Diagnostica, formazione e approccio One Health
Se la situazione è grave, fortunatamente le vie d’uscita esistono. O, per lo meno, esisterebbero. La prima è prescrivere gli antibiotici solo quando si è certi di un’infezione batterica, abbandonando la “terapia empirica” e le abitudini inveterate (“si è sempre fatto così”) e investire in diagnostica rapida. “Oggi per una faringite basta un test rapido in farmacia per sapere in cinque minuti se si tratta di streptococco, e quindi prescrivere la terapia più appropriata”, ha esemplificato Bassetti. Lo stesso vale per le polmoniti, che con il Covid abbiamo scoperto essere per il 50% di origine virale e quindi da non trattare con gli antibiotici.
Cruciale, a questo proposito, è la formazione dei medici: “Bisogna far capire ai miei colleghi che le cose sono cambiate”, ha insistito Bassetti, portando l’esempio virtuoso dei veterinari, che hanno ridotto drasticamente l’uso di questi farmaci negli allevamenti. “L’approccio deve essere di ‘One Health’, riconoscendo che la salute umana, quella animale e quella ambientale sono interconnesse. Batteri resistenti possono infatti arrivare sulle nostre tavole da allevamenti intensivi, soprattutto ittici, di altre nazioni”. Infine, un appello alla comunicazione e alla prevenzione. “Le persone dovrebbero quasi avere ‘paura’ quando prendono un antibiotico, essere consapevoli che possono fare un danno”, ha concluso provocatoriamente Bassetti. E il modo migliore per usare meno antibiotici è ammalarsi di meno. Per questo, “la vaccinazione è uno dei migliori strumenti che abbiamo”.