Che cosa chiediamo all’università quando parliamo di lavoro? Non un “passaporto per la produttività” né un tappeto rosso verso l’ennesimo stage non retribuito. Chiediamo una cosa più semplice e più ambiziosa: la possibilità reale di costruire un futuro che non sia fondato sull’azzardo individuale. Per la nostra generazione, lavoro non vuol dire soltanto stipendio: significa casa possibile, tempo per vivere, libertà di scegliere dove stare senza essere costretti a fuggire.
Oggi, invece, per molti di noi “lavoro” è sinonimo di precarietà strutturale: contratti a tempo determinato, falsi autonomi, ritmi che richiedono di essere sempre disponibili, e stipendi che non consentono né indipendenza né progettualità. È grave? Sì: è la condizione materiale che rende fragile tutto il resto: studio, affetti, salute mentale. Noi desideriamo più tempo per la vita personale e la famiglia. Non è pigrizia, è una domanda di civiltà.Il lavoro va ripensato nelle sue forme: orari più umani, flessibilità come scelta e non come ricatto, diritti, welfare accessibile.
Dove nasce il malessere
Il malessere generazionale nasce qui: stanchezza, sfiducia, disillusione, la sensazione di non avere mai un terreno solido su cui edificare. E l’università? Può aiutare a trovare lavoro, certo. Ma non deve smettere di costruire spirito critico. Non vogliamo un campus trasformato in un’agenzia di collocamento; vogliamo un ateneo che ci dia strumenti per capire e trasformare il mondo del lavoro, non solo per entrarci in silenzio. L’iper-specializzazione senza pensiero critico è la specializzazione perfetta per diventare subito obsoleti.
Cosa chiediamo, allora all’università per migliorare le chance di occupazione senza tradire la propria missione?
Primo: un patto anti-sfruttamento su tirocinî e stage. Niente più convenzioni con enti che non pagano, non formano o sostituiscono lavoro con “curriculari” infiniti. Trasparenza obbligatoria su mansioni, tutoraggio, retribuzione, prospettive.
Secondo: riconoscimento del lavoro durante gli studi. Crediti formativi per esperienze rilevanti, orari di lezione compatibili, sportelli legali contro il lavoro nero, borse mirate.
Terzo: placement etico e plurale. Non solo grandi aziende tech, ma terzo settore, PA, cooperative, cultura, ricerca. L’università può essere il ponte tra chi crea valore sociale e chi cerca lavoro dignitoso.
Quarto: competenze trasversali. Laboratori su diritti del lavoro, salute e sicurezza, sindacalizzazione, contrattazione. L’alfabeto minimo per non entrare disarmati.
Quinto: mobilità non come fuga ma come possibilità. Borse per tirocini all’estero retribuiti, e programmi di rientro e reinserimento. Se andiamo via, dev’essere una scelta; se torniamo, dev’esserci un ponte.
Sesto: dati veri. Monitoraggi pubblici su occupazione, retribuzioni, non brochure. Senza verità, nessuna scelta informata.
Infine: alloggi e servizi. Non c’è accesso al lavoro senza possibilità di studiare. Ci chiedete se crediamo nei “nuovi mercati del lavoro” ad alto contenuto tecnologico. Crediamo nella tecnologia quando migliora la vita, non quando la consuma. Senza regole, diventa acceleratore di disuguaglianze. Per questo l’università deve formare persone capaci di governare i processi, non di subirli.
Il lavoro
C’è, dentro questa stagione buia, un insegnamento che abbiamo riscoperto: il lavoro può piegare perfino i processi decisionali più rigidi. Le persone che lavorano, organizzandosi, spostano la storia. Qui l’università incontra il suo compito: formare lavoratrici e lavoratori consapevoli, capaci di leggere il presente. “Lavoro” non è timbrare un cartellino; è forza, comunità, responsabilità. Se l’ateneo avrà il coraggio di tenere insieme occupabilità e spirito critico, tecnologia e diritti, allora sì: non ci limiteremo a “trovare un posto”. Costruiremo, finalmente, un posto dove valga la pena stare.