L’ipertensione arteriosa è uno dei disturbi a più alto impatto sulla salute pubblica a livello globale: nel nostro paese affligge una persona su tre, e rappresenta il fattore di rischio modificabile tra i più rilevanti per eventi cardiovascolari, cerebrovascolari e renali, dal momento che nel tempo può danneggiare i vasi sanguigni e gli organi vitali, aumentando il rischio di gravi complicanze come infarto, ictus e malattia renale. Tutto ciò è particolarmente pericoloso per quel 33% di pazienti – secondo gli ultimi report dell’Organizzazione mondiale della sanità – che, pur assumendo regolarmente i farmaci antipertensivi, non riesce a raggiungere il target terapeutico raccomandato dalle linee guida: in questo caso si parla di ipertensione arteriosa non controllata, o resistente al trattamento, una condizione clinica che per un ventennio ha visto scarseggiare nuovi approcci farmacologici. Oggi la ricerca medica sta lavorando a un’opzione mirata per questa specifica fetta di popolazione: al congresso della European Society of Cardiology (Esc) 2026, a Monaco di Baviera, sono infatti stati presentati i nuovi risultati dello studio di fase III BaxHTN, progettato per valutare a lungo termine l’efficacia di un nuovo principio attivo, il baxdrostat. E sono dati molto interessanti.
L’aldosterone e l’inibizione “a monte”
Vediamo anzitutto come funziona il farmaco. La pressione sanguigna è strettamente legata all’aldosterone, un ormone prodotto e rilasciato dalle ghiandole surrenali: un’eccessiva sintesi di questa sostanza endogena innesca l’innalzamento dei livelli pressori e contribuisce al rischio cardiovascolare e renale. Baxdrostat appartiene a una nuova potenziale classe di farmaci che opera come inibitore altamente selettivo dell’aldosterone sintasi, l’enzima necessario per secernere l’ormone. “Agendo come inibitore selettivo dell’aldosterone sintasi”, spiega Massimo Volpe, presidente della Siprec (Società italiana per la prevenzione cardiovascolare) e professore emerito a Sapienza Università di Roma e Irccs San Raffaele di Roma, “baxdrostat interviene a monte, riducendo la sintesi dell’ormone chiave nell’ipertensione di difficile controllo, anziché limitarsi a contrastarne gli effetti a valle, come fanno invece i bloccanti del recettore dei mineralcorticoidi”: è proprio questo meccanismo che permette di bloccare direttamente l’origine dello squilibrio pressorio.
I risultati dello studio
I dati recentemente svelati a Monaco mostrano i risultati ottenuti dopo un anno di trattamento (52 settimane). Baxdrostat, somministrato al dosaggio di 2 mg, ha garantito un abbassamento della pressione arteriosa sistolica in posizione seduta di –12,6 mmHg rispetto al placebo o alla terapia standard, mantenendo un profilo di sicurezza coerente con le prime valutazioni cliniche. Tali evidenze si aggiungono ai risultati a 12 settimane dello stesso studio BaxHTN (pubblicati sul New England Journal of Medicine nel 2025, che mostravano riduzioni di 15,7 mmHg e 14,5 mmHg a seconda del dosaggio) e ai dati dello studio di fase III Bax24 (presentati all’American Heart Association nel 2025): “A seguito delle solide evidenze di efficacia e sicurezza già dimostrate dagli studi BaxHTN e Bax24”, prosegue Volpe, “i nuovi dati a 52 settimane consentono ora di valutarne la sicurezza e l’effetto a lungo termine, aspetto particolarmente rilevante in una patologia cronica come l’ipertensione. In questo senso, i risultati dello studio BaxHTN sono estremamente rilevanti, confermando la persistenza dell’effetto pressorio a lungo termine di baxdrostat, un profilo di sicurezza incoraggiante e la coerenza biologica con il proprio meccanismo di azione, consolidando il ruolo dell’aldosterone come meccanismo biologico rilevante nella fisiopatologia dell’ipertensione, in particolare nelle forme non controllate o resistenti. Queste ulteriori evidenze confermano il potenziale di baxdrostat nel colmare un bisogno clinico ancora insoddisfatto, aprendo la strada a una nuova prospettiva terapeutica”.