Si ride per cortesia, si ride per comunicare gioia o per rassicurare che quel che diciamo non va preso sul serio, e a volte si ride invece di gusto, senza riuscire a smettere. Le risate umane possono avere molti significati, e in effetti sono guidate da due circuiti cerebrali distinti, con origini evolutive e funzioni differenti. Lo dimostra uno studio pubblicato su Trends in Neurosciences dai ricercatori dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr e della University College London, condotto analizzando le registrazioni intracraniche di pazienti epilettici.
Le origini evolutive dei due circuiti
La risata spontanea ha radici evolutive antiche, condivise con altri mammiferi. Guardando animali come le scimmie e i roditori, l’emissione di versi durante il gioco nasce probabilmente per segnalare che le interazioni fisiche, che mimano la lotta o la caccia, non sono aggressive. Negli esseri umani questo sistema primordiale si sviluppa nei primi tre o quattro mesi di vita attraverso i primi risolini involontari. Verso i sei mesi subentra quindi la capacità di produrre una risata volontaria, che sfrutta il sofisticato controllo motorio della vocalizzazione umana per integrarsi nella comunicazione verbale, veicolando affetto, accordo o disinnescando tensioni sociali.
Studiare i circuiti cerebrali che governano questi due comportamenti non è facile, perché – banalmente – è impossibile tenere ferma dentro una macchina per la risonanza magnetica una persona in preda ad una irrefrenabile crisi di risa. Per riuscirci, gli autori dello studio hanno sfruttato i dati di pazienti affetti da epilessia sottoposti a stimolazione cerebrale pre-chirurgica con elettrodi intracranici. Le registrazioni hanno confermato che la risata segue due vie cerebrali molto differenti: quella spontanea coinvolge una via che parte dal cingolo anteriore e scende verso il mesencefalo; al contrario, la forma volontaria si affida al sistema motorio-opercolare laterale. Gli esperimenti hanno evidenziato che le due reti sono del tutto indipendenti: la compromissione di una non preclude il funzionamento dell'altra, come accade nei pazienti colpiti da ictus che perdono l'uso della parola ma mantengono la capacità di ridere o piangere.
Le implicazioni cliniche
Sul piano clinico, la distinzione tra le due reti aiuterà a comprendere patologie molto diverse: dalle crisi gelastiche (episodi di risata improvvisa e incontrollabile innescati da scariche epilettiche, senza alcun coinvolgimento emotivo) all'effetto pseudobulbare (esplosioni involontarie di pianto o di risate) riscontrabile in patologie come sclerosi laterale amiotrofica, sclerosi multipla, Parkinson e Alzheimer.
Non solo. Le persone affette da disturbi psicotici come la schizofrenia possono manifestare risate in momenti che appaiono inappropriati. Chi soffre di cataplessia, una condizione legata alla narcolessia, perde invece il tono muscolare quando ride. Nelle persone che soffrono di un disturbo dello spettro autistico, la rete cerebrale della risata spontanea tende a conservarsi, mentre la risata volontaria — utilizzata ad esempio per disinnescare una situazione imbarazzante o per entrare in sintonia durante una conversazione — può risultare meno automatica rispetto a quanto avviene in una persona neurotipica. Una comprensione più approfondita delle reti cerebrali coinvolte nelle due forme di risata potrebbe aiutare a sviluppare terapie mirate per tutte queste alterazioni patologiche, confermando che per alcuni pazienti non ridere, o ridere troppo e al momento sbagliato, non è una scelta comportamentale, ma una disfunzione neurologica, che può diventare il bersaglio per nuovi trattamenti.