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Malattie della retina: nuovi dati confermano i benefici di faricimab

Malattie della retina: nuovi dati confermano i benefici di faricimab

Lo studio Voyager ha valutato efficacia e sicurezza dell’anticorpo bispecifico nella pratica clinica quotidiana

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L’anticorpo bispecifico faricimab è efficace nel trattamento delle principali malattie della retina, non solo negli studi clinici controllati, ma anche nella pratica clinica quotidiana. È quanto emerge dallo studio Voyager, presentato in occasione del congresso annuale Euretina 2026 di Vienna, secondo cui l’uso di questo anticorpo bispecifico ha offerto benefici alla vista e all'anatomia della retina su migliaia di pazienti affetti da degenerazione maculare legata all’età neovascolare (nAMD), edema maculare diabetico (DME) e occlusione venosa retinica (RVO).

Come funziona il farmaco

Faricimab, attualmente approvato in diversi Paesi tra cui anche l’Unione europea, è un anticorpo bispecifico che neutralizza due vie di segnalazione coinvolte nelle malattie retiniche: l’angiopoietina-2 (Ang-2) e il fattore di crescita endoteliale vascolare A (VEGF-A), entrambe implicate nella destabilizzazione dei vasi sanguigni e nelle conseguenti perdite ematiche o fluide, che possono appunto danneggiare la retina.

Nella nAMd, ad esempio, i pazienti sviluppano nuovi vasi sanguigni anomali nella regione maculare che possono causare gonfiore e sanguinamento, con una conseguente perdita della vista. Anche l'edema maculare diabetico è caratterizzato da accumulo di liquido e da ispessimento della retina, mentre l’occlusione venosa retinica è provocata dall’ostruzione della vena che limita il normale flusso ematico nella retina, provocando così ischemia, sanguinamento, fuoriuscita di liquido e rigonfiamento della retina.

I dati real-world

Per confermare l’efficacia e la sicurezza del farmaco osservate nei precedenti trial clinici di fase III, lo studio Voyager ha raccolto i dati real-world provenienti da 28 Paesi, per un totale di oltre 5 mila pazienti trattati per le patologie nAMD, DME e RVO. “Nella pratica clinica quotidiana gestiamo popolazioni di pazienti eterogenee, con storie terapeutiche complesse che non sempre riflettono i rigidi criteri di inclusione degli studi controllati di Fase III”, ha ricordato Robyn Guymer, Chair del Steering Committee dello studio Voyager e Deputy Director del Centre for Eye Research Australia. I nuovi dati di Voyager, continua l’esperta, indicano miglioramenti visivi duraturi, una riduzione significativa del fluido retinico e un profilo di sicurezza consolidato nella pratica quotidiana, sia nei pazienti che iniziano il trattamento sia in quelli che passano a faricimab dopo un’altra terapia.

Lo studio Voyager

Utilizzando algoritmi di intelligenza artificiale e deep learning per analizzare le immagini ottenute con la tomografia a coerenza ottica (Otc) e raccolte durante la normale pratica clinica, i ricercatori hanno osservato che nei pazienti con nAMD e DME mai sottoposti a trattamenti, la vista e lo spessore foveale centrale (CST) sono migliorati dopo 12 mesi di trattamento con faricimab, mentre nei pazienti già trattati la capacità visiva si è mantenuta stabile e il CST ha mostrato un ulteriore miglioramento.

Per quanto riguarda le RVO, nelle forme centrali la vista e il CST sono migliorati dopo 6 mesi di trattamento nelle due categorie di pazienti, mentre nelle occlusioni di branca, in quelli non trattati sono migliorati l’acuità visiva e il CTS e in quelli già trattati la vista è rimasta stabile, mentre il CTS si è ridotto. Anche per quanto riguarda il profilo di sicurezza, faricimab ha confermato i dati degli studi di Fase III. “Questi risultati real-world dimostrano come l’efficacia e la sicurezza di faricimab riscontrate nei principali studi clinici si traducano direttamente nella pratica clinica globale”, ha commentato Levi Garraway, Chief Medical Officer e responsabile dello sviluppo globale dei prodotti di Roche.