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La perdita dell’udito dovuta all’età ridisegna il cervello

(Foto: OLEKSANDRA TROIAN/Moment/Getty Images)
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In medichese si chiama presbiacusia, e non è altro che la graduale perdita dell’udito dovuta all’età che avanza, quella che crea difficoltà a comprendere il parlato. Ne soffre il 65% della popolazione over-60 e chi ancora oggi la considera un “semplice” fastidio sensoriale dovrebbe proprio ricredersi. Diversi studi suggeriscono, infatti, che abbia ripercussioni a livello cerebrale, e una recente ricerca, pubblicata sulla rivista eNeuro, non solo conferma la correlazione con il declino cognitivo, ma ha anche messo in luce il probabile nesso neurobiologico: una complessa riorganizzazione delle reti neurali.

Il rapporto funzione-struttura

L’indagine, condotta dai ricercatori della Tiangong University e dello Shandong Provincial Hospital, aveva lo scopo di capire come la presbiacusia influenzasse eventualmente le capacità cognitive. Per scoprirlo, gli studiosi hanno coinvolto 110 persone tra i 50 e i 64 anni, di cui la metà affette da presbiacusia, e utilizzando tecniche avanzate di risonanza magnetica ne hanno analizzato la struttura (cioè il volume di materia grigia costituita dai neuroni) e la funzione (ossia l’attività elettrica delle cellule nervose) del cervello. Hanno dunque ricavato un nuovo parametro che hanno chiamato rapporto funzionale-strutturale (Fsr) e che misura, in ogni specifica area del cervello, la domanda di attività neurale per unità di volume di materia grigia. Tecnicamente, l’Fsr si ricava dividendo il valore dell’intensità dell’attività neuronale spontanea per il volume di materia grigia e indica quanto l’attività cerebrale è “in sintonia” con la struttura fisica.

Quando scompaiono i suoni il cervello si riorganizza (male)

Quello che gli esperti hanno notato è che il rapporto tra funzione e struttura nelle persone con presbiacusia si abbassa in modo significativo rispetto a quello calcolato nelle persone “sane”. In poche parole, è come se l’equilibrio tra le due componenti si rompesse: l‘attività dei neuroni non è più proporzionata all’integrità strutturale. Questo fenomeno, che i ricercatori chiamano “disaccoppiamento”, è apparso evidente soprattutto in 4 aree del cervello - putamen e giro fusiforme (deputati all’elaborazione di suoni e linguaggio), precuneo e giro frontale superiore mediale (coinvolti nella memoria e nei processi decisionali) - che appaiono meno connesse al network cerebrale. E infatti i ricercatori hanno anche scoperto che la riduzione del valore di Fsr nelle persone con presbiacusia va di pari passo a punteggi più bassi nei test cognitivi, suggerendo che la privazione sensoriale spinga il cervello a riorganizzarsi. Un processo che tenta di compensare il deficit a livello uditivo, ma che alla lunga è insufficiente se non deleterio.

Le implicazioni di salute pubblica

La ricerca non solo conferma la necessità di prendersi cura del proprio udito come forma di prevenzione di futuri deficit cognitivi, ma propone anche l’Fsr come biomarcatore diagnostico. Il suo utilizzo potrebbe permettere ai medici di identificare, ancor prima che si presentino dei sintomi cognitivi evidenti, le persone a più alto rischio di sviluppare una forma di demenza e di monitorarle nel tempo.