Farmaci per l’obesità: oltre la metà dei pazienti dimagrisce già con la prima terapia
di Simone ValesiniI dati dal Congresso della Società Italiana di Endocrinologia
La perdita di peso che può superare il 20%. I benefici cardiovascolari sempre più chiari, anche con le formulazioni in pillola. Ma soprattutto, un’elevatissima efficacia anche al primo tentativo, che sta modificando radicalmente l’approccio terapeutico all’obesità, in precedenza basato di necessità su un faticoso processo per tentativi ed errori per identificare la terapia più efficace. Sono queste alcune delle novità nella cura dell’obesità che verranno discusse dagli esperti riuniti a Torino per il Congresso della Società Italiana di Endocrinologia (Sie).
Subito efficaci per moltissimi pazienti
I dati sull’efficacia delle terapie con analoghi di Glp-1 (i farmaci anti-obesità di nuova generazione) parlano piuttosto chiaro: se in passato, infatti, il tasso di successo iniziale delle terapie per l’obesità era inferiore al 30%, oggi la percentuale di persone che riesce a ottenere una significativa perdita di peso al primo colpo supera il 50%. In questo modo, moltissimi pazienti riescono a evitare il frustrante processo di selezione della terapia basato su tentativi ed errori.
“Oggi, grazie a farmaci di nuova generazione, stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione terapeutica che, oltre a offrire una speranza concreta a milioni di persone, promette anche di trasformare radicalmente la gestione della salute metabolica e cardiovascolare – sottolinea Gianluca Aimaretti, presidente della Società Italiana di Endocrinologia (SIE) e direttore del Dipartimento di Medicina Translazionale (DiMET) dell’Università del Piemonte Orientale – Non si tratta più solo di perdere peso, ma di offrire soluzioni personalizzate che tengano conto del profilo metabolico e del rischio cardiaco di ciascun paziente”.
La salute cardiovascolare
I dati più recenti in effetti continuano a confermare gli elevati benefici in termini di riduzione delle comorbidità associate ad obesità e diabete di tipo 2, malattia per il cui trattamento sono stati sviluppati inizialmente i nuovi analoghi di Glp-1. In particolare, in termini di minore rischio cardiovascolare. Per il semaglutide parlano i risultati dello studio Score, un’ampia analisi su dati real-world condotta su migliaia di pazienti con diabete di tipo 2, che ha rivelato una riduzione del 57% del rischio di infarto e ictus nei pazienti che hanno utilizzato il farmaco, rispetto ai non trattati.
“Questo risultato rafforza ulteriormente quanto già emerso dallo studio Select, che per primo aveva evidenziato il beneficio cardiovascolare della semaglutide in persone con obesità senza diabete – dice Aimaretti – Ma le novità non finiscono qui. Lo studio Soul ha esplorato l’efficacia della semaglutide, anche in pillola, in pazienti con diabete di tipo 2 e alto rischio cardiovascolare, dimostrando una riduzione del 14% degli eventi cardiovascolari. Ciò significa che il farmaco è efficace anche in una formulazione alternativa, eliminando la necessità di iniezioni e rendendo il trattamento più accessibile per molti”.
La nuova sfida: personalizzare le cure
Sul fronte della perdita di peso, lo studio Step-Up ha valutato una dose sperimentale più alta di semaglutide (7,2 mg/settimana), con risultati eccezionali: i pazienti trattati hanno perso in media oltre il 20% del peso corporeo, e 1 su 3 ha superato il 25%. Parallelamente, continua a crescere l’attenzione intorno al tirzepatide, una molecola innovativa che agisce su due ormoni intestinali (Gip e Glp-1): nel recente studio Surmount-5 tirzepatide ha dimostrato una perdita di peso superiore a quella ottenuta con semaglutide (2,4 mg), a parità di tollerabilità. Sebbene i dati cardiovascolari ufficiali non siano ancora disponibili, le aspettative sono alte, con la previsione di un effetto protettivo simile.
“Sebbene i recenti progressi abbiano portato a risultati mai visti, proprio in termini di peso, migliorando la comorbilità, e persino riducendo la mortalità cardiovascolare, c’è ancora una variabilità individuale in termini di risposta ai farmaci antiobesità – conclude Aimaretti – Anche con quelli più efficaci non esiste una soluzione ‘universale’ e tentativi ed errori per la selezione delle terapie comportano ancora un aumento dei costi e del rischio di effetti collaterali. Lo sviluppo di un approccio di medicina di precisione è quindi necessario per ottimizzare i risultati in termini di perdita di peso e individuare i pazienti che rispondono meglio a un intervento specifico”.