Stop Obesity

Quale farmaco fa dimagrire di più? Ma la perdita di peso non è l’unico fattore

witthaya prasongsin
witthaya prasongsin 

Uno studio presentato al congresso europeo dell’obesità in corso a Malaga dimostra che con tirzepatide si perde più peso. Ma semaglutide ha dalla sua studi che dimostrano protezione cardio-renale

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La disfida è cominciata, ed è un confronto a base di studi e numeri che mette sul piatto della bilancia – è il caso di dirlo – i chili di peso perduto. Perché se è vero – come conferma uno studio appena presentato al congresso europeo dell’Obesità Eco, appena cominciato a Malaga, che il farmaco tirzepatide – dell’americana Eli Lilly – è più efficace del semaglutide della danese Novo Nordisk nel far perdere peso a soggetti non diabetici, è altrettanto vero che lo studio qualche limite di fondo ce l’ha.

Lo studio Surmount 5, di fase 3b, finanziato da Eli Lillym è sì controllato e randomizzato ma non a doppio cieco: ovvero i pazienti sapevano perfettamente quale farmaco stavano utilizzando, cosa che ha una rilevanza, tanto che la maggioranza degli studi prevede il doppio cieco. Infine, ma non per importanza, una considerazione importante la fa Andrea Giaccari, diabetologo della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli di Roma: “La maggiore efficacia di tirzepatide rispetto a semaglutide, già dimostrata nella terapia del diabete – ragiona – era attesa. In particolare, in questo studio, il confronto è stato fatto con la dose massimale al momento autorizzata di semaglutide in persone senza diabete. Se da una parte tirzepatide è più efficace, dall’altra questa nuova molecola, presente sul mercato da anni, ma arrivata in Italia solo da poco, deve ancora dimostrare i suoi possibili – e probabili – effetti di protezione cardio-renale. Lo studio nelle persone con diabete è in corso e sarà presentato a Vienna il prossimo settembre”.

Importante quindi non guardare solo al peso perduto. E qui torniamo al boom di questi farmaci, che agiscono in modo lievemente diverso: tirzepatide è un agonista che agisce sui recettori Gip e GLP1, semaglutide è agonista soltanto di GLP1. Entrambi sono utilizzati nei pazienti con diabete e poi – in modo dirompente – anche da chi diabetico non è ma è attratto dal desiderio di perdere peso con facilità. Peso – beninteso – che si riacquista tutto, e in malo modo, visto che si riprende soprattutto massa grassa - appena si sospende il farmaco, se non si è cambiato drasticamente il proprio stile di vita. Ma si sa, l’essere umano ama le scorciatoie e questi farmaci sono stati presentati in più occasioni come la bacchetta magica contro l’obesità. Soprattutto in paesi come gli Stati Uniti dove le percentuali di obesità sono altissime e i costi sanitari altrettanto.

Che siano un’arma potente nella strategia contro l’obesità è evidente e lo dimostra il fatto che il palcoscenico dell’Eco è in buona parte dedicato a studi su questi farmaci e quindi vediamo in dettaglio i dati del Surmount 5, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Che vanno letti tenendo conto di tutte le considerazioni precedenti. Lo studio, durato 72 settimane, ha misurato 751 pazienti, la metà con Bmi sopra 27 e malattie cardiovascolari, apnee notturne, ipertensione, dislipidemia, gli altri con la sola obesità con BMI sopra 30, per verificare efficacia e sicurezza dei due farmaci blockbuster. Nessuno aveva il diabete, che era criterio di esclusione. I due farmaci sono stati dati al massimo dosaggio, 10 o 15 mg per tirzepatide e 1.7 o 2.4 mg per semaglutide in iniezioni sottocutanee settimanali. I pazienti pesavano in media 113 chili, Bmi 39.4 e circonferenza vita 118.3 centimetri. Età media 44.7 anni, in maggior parte donne (64,7%).

I risultati

Dopo le 72 settimane di trattamento il peso medio dei pazienti era sceso del 20.2% con tirzepatide e del 13.7% con semaglutide, la circonferenza vita era risultata minore di 18.4 cm con il primo e 13 cm con il secondo, e il 19.7% dei partecipanti che avevano utilizzato il tirzepatide avevano ottenuto una riduzione di peso di almeno il 30%, contro il 6.9% del gruppo semaglutide. Tutto con effetti collaterali simili, e propri di questi farmaci, soprattutto a carico del sistema gastrointestinale. Probabilmente la maggior perdita di peso – spiega Louis Aronne, direttore del Comprehensive Weight Control Center del Weill Corner Medicine di New York, e – è dovuta proprio alla diversa struttura dei due farmaci e al fatto che tirzepatide attivi due recettori metabolici, e non uno solo”.

Ma i risultati di questo studio sono estendibili a tutti? Non ne è sicuro Silvio Buscemi, presidente eletto Società italiana obesità: “Lo studio è stata condotto in America – premette – e a Portorico, in buona percentuale su popolazione di colore, pertanto non possiamo comparare i risultati ai nostri pazienti. Inoltre riguarda una popolazione con obesità abbastanza elevata, in massima parte persone con Bmi di 38-39. Oggi semaglutide resta quello che ha le evidenze cardiovascolari e renali, le avrà anche tirzepatide, ma oggi non sappiamo se chi ha perso più peso ha perso grasso o massa magra. Inoltre non abbiamo un dato che riguardi la quantità di persone che ha fatto il dosaggio massimo: quanti hanno fatto 15 e 10 mg di tirzepatide e 1,4 e 2,8 mg di semaglutide? Una differenza importante se a un paziente somministro la dose massima di un farmaco e a uno no. A fronte di una molecola che costa meno e che il paziente deve pagarsi, per me una differenza del 6% non è tale da giustificare una prescrizione diversa. Gli studi vanno letti anche nelle pieghe e nelle appendici perché lì sono nascosti i dati. Inoltre mi aspetto che i pazienti vengano seguiti per almeno due anni. Insomma, una differenza per essere differenza deve fare la differenza”