L’obesità non è una malattia femminile, anzi: nel nostro paese i problemi di peso riguardano più spesso il sesso maschile. Eppure, da quando sono arrivati i nuovi farmaci a base di agonisti del recettore GLP-1, come semaglutide e tirzepatide, a usarli sono soprattutto le donne. Negli Stati Uniti, dove sono già disponibili molti dati a riguardo, ma anche in Italia. Mentre per gli uomini ancora troppo spesso sovrappeso e obesità sono disturbi trascurati, interpretati da molti come acciacchi inevitabili dell’invecchiamento.
I numeri americani
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la fotografia più nitida del divario di genere nell’accesso ai farmaci anti-obesità arriva da uno studio pubblicato su Jama nell’aprile 2025 da un gruppo di ricercatori della Yale School of Medicine. La ricerca ha analizzato le cartelle cliniche elettroniche di oltre 280 sistemi sanitari americani, tra luglio 2020 e ottobre 2024, selezionando gli adulti che avrebbero avuto diritto al trattamento: indice di massa corporea pari o superiore a 30, oppure a 27 in presenza di almeno una malattia correlata al peso, escludendo i pazienti affetti da diabete di tipo 2.
Su circa 39 milioni di persone idonee, 22 milioni erano donne e 16 milioni uomini. A ricevere effettivamente semaglutide o tirzepatide per l’obesità sono stati 887mila pazienti, e di questi quasi otto su dieci (il 77,6%) erano donne. Tradotto in percentuali: il 3% delle donne idonee ha avuto la prescrizione, contro l'1,2% degli uomini. A parità di condizioni, la probabilità per un uomo di ricevere il farmaco è risultata meno della metà di quella di una donna.Il divario inoltre non è sempre esistito. Uno studio dell’Università di Houston basato sulle richieste di rimborso delle assicurazioni sanitarie statunitensi tra il 2019 e il 2024 ha confrontato l’uso degli agonisti del recettore Glp-1 nei trenta mesi precedenti e nei trentuno successivi all’approvazione di semaglutide da parte della Fda per il controllo cronico del peso, nel giugno 2021. I risultati dimostrano che prima dell’approvazione il consumo era simile nei due sessi; dopo, è cresciuto molto più tra le donne: a gennaio 2024 se ne contavano 163 ogni 10mila contro 61 ogni 10mila uomini, un rapporto di 2,7 a 1.
E in Italia?
“Le donne utilizzano più spesso farmaci anche nel nostro paese”, conferma Silvio Buscemi, presidente della Società italiana dell'obesità (Sio). “Guardando ai numeri, cifre ufficiali ancora non ne abbiamo, ma l’esperienza clinica ci dice che le donne usano questi farmaci il doppio rispetto agli uomini. L’impiego è maggiore tra i 50 e i 65 anni, la fascia di età a ridosso della menopausa o subito dopo”.
Il paradosso della situazione italiana è che, nel nostro Paese, il carico della malattia non pende affatto dalla parte delle donne. Secondo gli ultimi dati dell'Istituto superiore di sanità, presentati nelle scorse settimane durante il congresso Sio di Palermo, e quelli appena pubblicati dall’Istat, la prevalenza dell’obesità è più o meno pari nei due sessi: riguarda circa il 10% degli uomini e il 10% delle donne. Sul sovrappeso, invece, si osserva una differenza netta: colpisce circa il 40% degli uomini contro il 25% delle donne.
Dove nasce il gender gap
Perché le donne si curino di più, ammette il presidente della Sio, è impossibile dirlo con sicurezza. Quel che è certo è che la disparità tra i due sessi ha una storia antica. “Le donne tendono ad attivarsi per dimagrire più degli uomini e a entrare più spesso in percorsi di trattamento – continua Buscemi – non vale solo per i farmaci, ma anche per la dieta, ed è così da sempre. Probabilmente le donne patiscono maggiormente quella condizione che chiamiamo stigma, sia a livello sociale che di immagine corporea interiorizzata: avvertono maggiormente l’eccesso di peso come un problema, rispetto agli uomini, e anche per questo cercano più frequentemente un percorso terapeutico”.
Le differenze riverberano anche in campo scientifico. Gli studi clinici sui farmaci anti-obesità arruolano prevalentemente donne: tra il 60 e il 70% dei partecipanti, con gli uomini intorno al 30%. Nei trial di registrazione di semaglutide, i trial Step, la quota maschile andava dal 20 al 27% circa. In quegli stessi studi è emersa anche una possibile differenza biologica: le donne hanno perso più peso, con una differenza rispetto al placebo che era di circa 14 punti percentuali nel genere femminile e di circa 8 tra gli uomini. “Una differenza non clamorosa ma comunque significativa -osserva Buscemi – che fa pensare alla presenza di fattori biologici ancora tutti da dimostrare”.
Il nodo dei medici
C’è poi un altro pezzo del problema che riguarda entrambi i sessi. I dati dell’Iss confermano infatti che alle persone con obesità le cure, di qualsiasi tipo, vengono offerte ancora troppo raramente: solo metà dei pazienti che ne avrebbe bisogno riceve l’invito da parte del proprio medico a intraprendere un percorso di dimagrimento assistito. In assenza di indicazioni, le donne vanno a cercare più spesso un trattamento di propria iniziativa, mentre gli uomini tendono ad aspettare che qualcuno glielo proponga, e spesso nessuno lo fa.
Per questo, secondo il presidente della Sio, la strada è quella di un'offerta più attiva. “Il medico dovrebbe consigliare un percorso di trattamento dell’eccesso ponderale, che può prevedere modifiche comportamentali, dieta, o anche farmaci e chirurgia – sottolinea – quando il peso supera una certa soglia non è una questione estetica, ma di salute”.