Potrebbe risiedere nei vaccini una delle chiavi della longevità? La domanda è aperta ma recenti studi suggeriscono di sì. Gli ultimi dati arrivano da una ricerca di tipo osservazionale condotta su quasi 4 mila statunitensi di oltre 70 anni: secondo i dati, pubblicati su Journals of Gerontology, ci sarebbe un’associazione tra la vaccinazione per l’Herpes zoster (o Fuoco di Sant’Antonio) e un invecchiamento più “lento”. O, meglio, il vaccino sembra essere correlato a valori positivi di alcuni marcatori legati all'infiammazione e all'invecchiamento biologico.
Cos’è l’invecchiamento biologico
Andiamo con ordine: sempre più spesso oggi si parla di età biologica, che è diversa dall’età anagrafica: non misura il tempo trascorso dalla nascita, ma i cambiamenti del corpo, a livello sia micro- che macroscopico, ed è in qualche modo misura del grado di fragilità e della velocità di invecchiamento. Ad esempio, una persona di 70 anni potrebbe avere un’età biologica minore o maggiore della propria età anagrafica, ed essere quindi essere persino più giovane, biologicamente, di un’altra di 65 anni.
Cosa ha valutato lo studio
Jung Ki Kim e colleghi della USC Leonard Davis School of Gerontology hanno utilizzato i dati dello U.S. Health and Retirement Study per comparare i paramenti degli ultrasettantenni vaccinati e non vaccinati. Nello specifico, sono stati valutati l’infiammazione cronica latente, detta anche di basso grado, l’immunità innata e adattativa, il sistema cardiovascolare e quello neuro-cognitivo, e le modifiche genetiche ed epigenetiche correlate all’invecchiamento. Tutti questi paramenti sono stati considerati singolarmente e complessivamente per arrivare a una misura dell’invecchiamento biologico.
I risultati
Ebbene: in media le persone vaccinate hanno riportato valori significativamente inferiori per quanto riguarda l’infiammazione, le modifiche genetiche ed epigenetiche, ottenendo anche un “punteggio” generale per l'invecchiamento biologico migliore dei non vaccinati. I risultati si mantengono anche quando si prendono in considerazione altri possibili fattori confondenti. Questo beneficio potrebbe durare a lungo nel tempo, dal momento che i valori si sono mantenuti generalmente migliori anche in chi era stato vaccinato più di quattro anni prima.
Come agisce il vaccino e il ruolo dell’infiammazione
Come sottolineano gli autori della ricerca, i motivi per cui il vaccino per il Fuoco di Sant’Antonio migliorerebbe i parametri osservati non sono ancora ben compresi. Se il vaccino contro il virus della varicella, che viene raccomandato in età pediatrica, previene l’infezione, quello contro l’herpes zoster è per persone (over 65 o fragili) che hanno avuto l’infezione e sono portatrici del virus in forma latente: stimolando l’attività dei linfociti T, infatti, ne impediscono la riattivazione.
Una possibile spiegazione dell’associazione osservata con l'invecchiamento sta nel fatto che il vaccino, prevenendo il riacutizzarsi dell’infezione, riduce anche il livello di infiammazione latente: un fattore di rischio ben noto per molte patologie legate all’invecchiamento, tanto da essere anche chiamato "inflammaging".
Già altri studi recenti avevano mostrato una possibile correlazione tra i vaccini, compreso quello Herpes zoster, e un minor rischio di demenza e di altre patologie neurodegenerative, chiamando in causa sempre il ruolo dell’infiammazione. Altri studi sono stati condotti sui vaccini per l’influenza. Un filone di ricerca importante e attuale, ma saranno necessari altri studi per confermare queste ipotesi.