NON HO ho mai rimpianto tanto la decisione di non tenere in casa un televisore come in questi giorni. Certo, la caterva di film e serie tv offerte dalle piattaforme di streaming è infinitamente superiore e ti permette di guardare ciò che davvero ti interessa. Tuttavia, dopo qualche giorno che sei confinato in casa, senza possibilità di mettere il naso fuori, l’idea che sia qualcuno o qualcosa a decidere per te il programma serale è terribilmente attraente. La vera seccatura di quello che chiamano “isolamento domestico fiduciario” per coronavirus è principalmente questo: l’assoluta incertezza. Una misura cautelativa che interessa tantissimi cittadini, almeno qui in Veneto, volta a limitare la diffusione del virus isolando tra le mura domestiche chi è entrato in contatto diretto con una persona infetta. Nel mio caso, sono abbastanza sicuro di esserlo a mia volta: la settimana scorsa la mia compagna è risultata positiva al tampone. Alcuni giorni fa ha iniziato ad avere febbre e ora è ricoverata, più per precauzione che per gravità visto che non ha sintomi respiratori, nel reparto di malattie infettive. Io sto bene, almeno per ora non ho sintomi di alcun genere, se non questa maledetta incertezza. Il probabile contagio Se scrivo che sono “abbastanza sicuro di essere infetto” è perché, da biologo che scrive di salute, sono consapevole dell’altissima probabilità di essere stato infettato. Tuttavia, non potrei metterci la mano sul fuoco: allo stato attuale, agli asintomatici non viene fatto il tampone. A partire dal giorno in cui il tuo contatto diretto è risultato positivo al tampone, il tuo nome viene inserito nella lista del SISP, Servizio igiene sanità pubblica, e scatta l’isolamento domestico fiduciario: per 14 giorni non puoi uscire di casa, non puoi andare in ufficio, non puoi andare a fare la spesa né avere contatti con altre persone. Il tutto senza la certezza di essere infetto. In teoria, due volte al giorno dovresti venir contattato dal dipartimento di prevenzione per fornire aggiornamenti sul tuo stato di salute ma di fatto, dopo la comunicazione dell’avvio dell’isolamento, il mio telefono non ha più suonato, probabilmente per l’elevato numero di casi simili. Lavorare da casa Per mia fortuna, nell’epoca delle e-mail e del cloud, il mio lavoro può essere svolto in buona parte da remoto. Per altre persone asintomatiche che sono in isolamento non è così: non possono recarsi sul luogo di lavoro però, non potendo dimostrare di essere infette, non possono nemmeno mettersi in malattia. Un corto circuito che, al momento, non trova soluzione. O quantomeno non trova una soluzione univoca sebbene alcuni ordini provinciali dei medici, come quello di Bologna, abbiano fornito alcune indicazioni (https://www.odmbologna.it/2020/02/25/inps-certificati-di-malattia-ai-lavoratori-dipendenti/). Per capire cosa fare nel caso dovessi iniziare a stare male, ho telefonato al mio medico di base. Anche in questo frangente, l’incertezza regna sovrana. Il suo consiglio è stato di chiedere lumi al mio datore di lavoro per sapere quale pratica aprire. L'incognita del frigo vuoto Sebbene nel mio caso i disagi lavorativi siano scarsi, le limitazioni dell’isolamento domestico rimangono difficili da gestire. In primis, non posso prestare assistenza alla mia compagna. Non solo in termini di supporto morale bensì, più pragmaticamente, logistico. Entrambe le nostre famiglie vivono relativamente lontane, nel caso della mia compagna addirittura in un’altra Regione e, per quanto siano molto disponibili, è impensabile chiedere a loro di fare la spola di frequente per portarle vestiti di ricambio, riviste e quant’altro possa avere bisogno. Infatti, trovandomi in isolamento, non potrei nemmeno ospitarli a casa. Per quanto riguarda la mia quotidianità, l’incognita principale è rappresentata dal frigorifero. I miei parenti si stanno organizzando per rifornirmi di cibo durante il finesettimana. Tuttavia, credo che nei prossimi giorni proverò il servizio di recapito proposto da alcune catene di supermercati. La routine domestica La prolungata routine domestica si sta rivelando terribilmente noiosa e altrettanto sregolata: vivo in pigiama, consumo rapidamente dei pasti spartani ma soprattutto non rispetto gli orari che normalmente seguirei in ufficio. Non è che mi sono impigrito, tutt’altro: nel mio isolamento solitario, il lavoro contribuisce a riempire giornate altrimenti monotone. Tuttavia, fin dai tempi dell’università, ho scoperto di essere più produttivo nel pomeriggio e alla sera rispetto alla mattina. E così, finisco per spegnere il computer in orari improbabili e di conseguenza, svegliarmi tardi alla mattina. Nel tentativo di correggere queste abitudini, mi sono imposto di svolgere una serie di incombenze domestiche con rigida cadenza. Inoltre, per limitare la mia dipendenza dal computer, unica finestra sul mondo esterno, mi sto sforzando di smaltire l’alta pila di libri accumulatasi sul comodino, composta da una decina di saggi che in un qualche momento ho iniziato a leggere e non ho mai terminato. Ripresi in mano mi sono ricordato il motivo: certi mattoni “d’annata” sono un sonnifero potentissimo. *Davide Michielin è un collaboratore di Repubblica Salute