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La scintilla non è amore: perché ci innamoriamo delle persone sbagliate

Foto: Lilia Maria / Unsplash
Foto: Lilia Maria / Unsplash 

Non è magia: è sincronizzazione. E può portarci sempre nello stesso tipo di relazione

3 minuti di lettura

Dura pochi secondi. A volte meno. Eppure basta per convincerci che sia amore. Non c’è ancora una conversazione vera, non c’è storia, non c’è niente che assomigli a un “noi”. Ma qualcosa scatta. Lo abbiamo provato tutti. E quasi sempre ci crediamo. Uno stato che chiamiamo, donandogli un carattere quasi magico, scintilla, chimica, colpo di fulmine. Secondo Kate Murphy, giornalista anche per il New York Times e autrice di Perché scocca la scintilla, appena uscito per Corbaccio, non è magia. È sincronizzazione.

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Quando i corpi si allineano

“I nostri corpi e i nostri cervelli si allineano”, scrive Murphy. Non solo gesti e posture, quindi, ma anche battito cardiaco, respirazione, perfino onde cerebrali. In sostanza: non decidiamo. Accade. E accade velocemente. Studi sullo speed dating, scrive Murphy, ma anche sulle app di dating, mostrano che bastano meno di 30 secondi per stabilire se qualcuno ci attrae. A volte, con lo scrolling, molto meno: un secondo. Ma la parte interessante viene dopo: le coppie in cui ci si piace davvero sono quelle letteralmente sulla stessa lunghezza d’onda, con ritmi interni sincronizzati.

Ma la scintilla allora esiste

Quindi sì, la scintilla esiste. Ma quello che rivela non è ciò che crediamo. Non è magia. Spesso è addirittura una trappola. “Una mia paziente, S., dopo essere entrata nel mio studio ed essersi seduta”, racconta la psicoterapeuta e ipnoterapeuta Eleonora Calagreti, che ha studi a Bologna e Roma, “cita lo scrittore Pedro Salinas e mi dice ‘Conoscersi è luce improvvisa’”. La paziente sta parlando di F. “Una passione che la attraversa, la sveglia di notte, la tiene sospesa tra desiderio e smarrimento”.

L’attivazione: non necessariamente amore

Poi Calagreti cambia inquadratura: “La scintilla è un’apertura. Non una promessa. È attivazione, non necessariamente amore”. Perché ciò che sentiamo come “connessione” è spesso solo un allineamento. Un riconoscimento immediato. “Gli inconsci si riconoscono prima ancora che le persone si conoscano”, continua Calagreti. “Come se si stessero aspettando da tempo”. Sembra romantico. Ma non necessariamente. “A volte non per incontrarsi davvero. A volte per ritrovarsi dentro una ferita.”

Modelli disfunzionali

La psicologia dell’attaccamento lo dice da anni: tendiamo a scegliere partner che rispecchino i modelli relazionali interiorizzati nelle prime esperienze affettive. Anche quando sono disfunzionali. Uno studio classico di Cindy Hazan e Phillip Shaver ha mostrato come gli stili di attaccamento (sicuro, ansioso, evitante) si ripetano nelle relazioni adulte.

Già Sigmund Freud parlava di “coazione a ripetere": la tendenza a tornare sempre nello stesso punto emotivo, anche quando sappiamo che farà male. In altre parole: non scegliamo chi ci fa bene. Scegliamo ciò che riconosciamo. “Se abbiamo conosciuto l’incostanza, potremmo desiderare chi sfugge”, dice Calagreti. “E se abbiamo imparato a rincorrere, potremmo sentirci vivi solo nella distanza.” Ed è qui che la sincronizzazione diventa una trappola. Proprio perché funziona.

“Il nostro superpotere”

Murphy lo dice senza mezzi termini: “La sincronia interpersonale è il nostro superpotere. Ma può essere anche la nostra kryptonite”. Quando è sana, regola. Quando non lo è, amplifica. Le emozioni si agganciano e si moltiplicano. Una persona si agita, l’altra risponde. I ritmi accelerano insieme. “La coppia entra in un vortice e si allontana sempre più dalla stabilità”, scrive Murphy. Non è incompatibilità. È troppa compatibilità nel punto sbagliato.

“È il cervello che confonde l’attivazione con l’amore”, sostiene Calagreti. “Ed è il passato che chiede di essere rivissuto, più che risolto”. E infatti quelle relazioni hanno sempre lo stesso copione: intensità altissima, stabilità bassissima. Prendono allo stomaco. Ma non danno aria. Eppure esiste un altro tipo di incontro, più silenzioso, più difficile da raccontare.

La co-regolazione

“Le relazioni che funzionano davvero non sono quelle che ti attivano al massimo, ma quelle che ti regolano”, dice Giusy Mantione, psicoterapeuta e fondatrice dello studio De Santis di Roma. “Non ti tolgono il respiro. Te lo restituiscono”. Anche qui c’è sincronia, ma è diversa. Non è picco. È accordatura.

Murphy la chiama co-regolazione: due sistemi nervosi che si influenzano a vicenda fino a trovare un equilibrio. La presenza dell’altro abbassa lo stress, stabilizza il ritmo cardiaco, rende più facile leggere le emozioni reciproche. Non c’è vertigine. C’è continuità. Il problema è che questa forma di connessione, all’inizio, può sembrare quasi noiosa. Non assomiglia a niente che ci abbia segnato davvero. E quindi rischiamo di scartarla.

I cortocircuiti

“Le persone spesso scambiano la calma per mancanza di interesse”, osserva Mantione. “Ma è solo perché non riconoscono quel tipo di esperienza”. Che non è meno intensa: è meno familiare. Allora la domanda diventa scomoda. E anche un po’ brutale: se ciò che ti fa sentire subito “a casa” fosse esattamente il posto da cui dovresti uscire? Forse il problema non è la scintilla. È quello che ci raccontiamo su quella scintilla. Non tutte illuminano. Alcune sono solo cortocircuiti. E riconoscerli, purtroppo, non è immediato come accenderli.