Il Gusto

Se al ristorante la Mafia diventa marketing

Un'immagine promozionale della catena "La Mafia". Ristoranti spagnoli che propongono cibo italiano
Un'immagine promozionale della catena "La Mafia". Ristoranti spagnoli che propongono cibo italiano 
La banalizzazione del male: centinaia i locali e i prodotti che, in tutto il mondo, vengono pubblicizzati facendo ricorso agli stereotipi legati alla criminalità organizzata. Seguici anche su Facebook 
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Pizza, spaghetti, mafia. L'Italia degli stereotipi, delle frasi fatte, del folklore più nero dello humor, che a volte si traduce in pietre della storia del costume, ma che molto spesso "stroppia". Come ogni cosa che è decisamente in eccesso. E se tutti - chi più chi meno - ricordiamo le scene al ristorante de Il Padrino, è su altri ristoranti che si è focalizzata la lente della Coldiretti e del 6° Rapporto sulle Agromafie e sui crimini nell'Agroalimentare, che lancia un vero allarme "Mafia Style", stimando in milioni di euro il giro di affari di imprese che strizzano l'occhio agli cliché della criminalità organizzata. 

Un passo oltre l'Italian Sounding, infatti, c'è il mafia sounding, che si è scoperto essere un vero e proprio calderone sommerso - ma non troppo - di attività che utilizzano nomi e rimandi alla mafia come vere e proprie strategie di marketing. Il ristorante Riina di Parigi, gestito dalla figlia dell'ex "capo dei capi" di Cosa Nostra, è solo l'ultimo di una lunga serie di casi similari, salito agli onori della cronaca per lo scandalo legato alla figura, ancora troppo contemporanea, del boss e dei suoi crimini.
Ma il caso va oltre la memoria della famiglia corleonese e ha i contorni di un deciso problema di costume e percezione. Uno dei casi più eclatanti degli ultimi anni è quello della catena di ristoranti spagnoli "La mafia se sienta a la mesa"; da Valencia a Madrid portano a tavola una cucina di stile italiano, lasciando che i clienti si siedano in un piccolo circo, dove alle pareti invece di folkloristiche scene che ripropongono - come in altre parti del mondo - scene di vita quotidiana del nostro Paese, ci sono murales che raffigurano i più sanguinari e famigerati boss mafiosi della storia recente. Da Lucky Luciano ad Al Capone, con un nutrito repertorio nel mezzo. 

E se in Nuova Zelanda l'infelite uscita di una catena di fast food che ha messo in commercio il "Pablo Escoburger", ha fatto indignare i social, in questo caso - diffuso - dei ristoranti Mafia Style, non si registra nessun tipo di reazione. Secondo Coldiretti, che insieme ad Eurispes ha stilato il Rapporto, "si trovano ristoranti e pizzerie "cosa nostra" dal Messico all'Egitto", con casi anche in Nazioni lontanissime come il "Minnesota" o la Thailandia; una sorta di plebiscito del marketing che avvolge i cinque continenti quasi senza soluzione di continuità. Trovare un ristorante "Bella Mafia" è decisamente semplice, ma la tendenza sta uscendo dalla porta dei ristoranti per entrare sugli scaffali di supermercati e botteghe, anche in Paesi che vengono canonicamente considerati più civili e meno suggestionabili.
Come la Norvegia, dove è recentemente stato mandato in onda uno spot che pubblicizza i Cannoli Siciliani, eccellenza agroalimentare molto amata, ma qui lanciata al grido di "mafiakaker eller cannoli", ossia "il dolce della mafia". Un esempio per tutti, quello del Paese scandinavo, che è però in ottima compagnia con il "caffè mafiozzo" - che, come denuncia coldiretti, pare essere comune in Bulgaria -, la "saucemaffia", salsa per fast food reperibile a Bruxelles, il Syrah "Padrino" prodotto in California o il Fernet Mafiosi, un liquore in vendita sul mercato tedesco, la cui bottiglia è vestita ad hoc, "con tanto di disegno di un padrino, mentre sul collarino della bottiglia è addirittura raffigurata una pistola".  

E se il portale, che vende caramelle sfuse per bambini, CandyMafia, può quasi sembrare una boutade, il sito di consigli culinari MamMafiosa diventa in realtà inquietante, con la possibilità di selezionare una musica a tema da cui farsi accompagnare mentre si legge la biografia di Angelina Torricelli, proprietaria del blog che racconta della sua vita da ignara moglie di boss e di come abbia scoperto la reale occupazione del marito solo il giorno in cui è stato ucciso. Un business milionario, quindi, con ramificazioni tentacolari, dalle caramelle al liquore, fino ai libri di cucina - esempio su tutti "The Mafia CookBook" - che "banalizza, attraverso gli stereotipi, un periodo doloroso e recente della storia italiana" apportando, anche se fra frizzi, lazzi e battute che sembran divertenti, un danno "notevole al made in Italy", forse anche più subdolo e profondo di quello dei prodotti falsi.