Il Gusto

Crema di nocciole, una storia avventurosa da Napoleone ai giorni nostri

Crema di nocciole, una storia avventurosa da Napoleone ai giorni nostri
Un mito mondiale nato all'ombra di un impero e due secoli straordinari che nascondono al loro interno un piccolo miracolo d'ingegno italiano. Seguici anche su Facebook 
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Un barattolo che è diventato un'icona del design commerciale e una crema spalmabile, la Nutella, che dal Piemonte ha conquistato il mondo a suon di cacao e nocciola, vantando innumerevoli tentativi di imitazione e ancora più fan. Tutti abbiamo infilato il cucchiaio almeno una volta nel paradiso dei golosi, spalmato una fetta di pane o un biscotto, disquisito se è meglio la versione più conosciuta o una delle ottime alternative, anche artigianali, presenti sul mercato. Ma di come sia arrivato questo prodotto che oggi ci sembra banale a invadere supermercati e case di tutto il mondo, è una storia che in molti non conoscono. Dove inizia tutto? C'era una volta...il gianduiotto. E se, come ogni storia leggendaria, è condita qui e là di qualche piccolo accorgimento narrativo, anche arrivando all'osso abbiamo qualcosa di gustoso da raccontare. 

Da Napoleone ai giorni nostri: storia della crema di nocciole

Correva l'anno 1800 e Torino era la capitale incontrastata del cioccolato in Europa, le sue delicatessen a base di cacao erano apprezzate da Vienna a Parigi, ma fu proprio quando Parigi prese il controllo sul mondo e Napoleone rese l'Europa parte del suo impero, che qualcosa nello status quo della capitale del Regno Savoia cominciò a traballare. Mentre Bonaparte rendeva Torino la capitale delle terre au delà des Alpes, dandole un'importanza amministrativa all'interno del progetto continentale, allo stesso tempo le toglieva gran parte della sua potenza commerciale, tagliandone i contatti commerciali con l'Impero Britannico. I vari dazi ed embarghi posti verso Londra, le cui tensioni con la Francia erano secolari e lungi dall'essere risolte, colpirono proprio i piccoli e deliziosi cioccolattini nati sulle rive del Po: i commercianti di Sua Maestà Giorgio III erano i più grandi importatori di cacao. E niente fave, niente cioccolattini. 

Dalla storia al mito il passo è breve e la strada a volte complicata, ma sempre bella da raccontare. E poi si sa, ogni leggenda nasconde un fondo di realtà. Secondo la versione più accreditata, i maestri cioccolattieri di Torino, assediati dalla mancanza di cacao, cercarono di industriarsi e la soluzione più facile la fornirono le campagne piemontesi e i loro abbondanti, ricchissimi e famosi - ancora oggi - noccioleti. La frutta lì raccolta una volta macinata dava in risulta una polvere molto simile a quella del cacao, che poteva essere lavorata quasi allo stesso modo e che per questa sua qualità venne utilizzata per "allungare" le materie prime. Così, per caso e soprattutto per necessità, sarebbe nato il Gianduia - che ancora non si chiamava così -, da uno dei matrimoni più fortunati dell'industria pasticciera. Sarebbe, però, perché alcuni storici obiettano che agli inizi del XIX secolo in Piemonte non esistevano macchinari abbastanza innovativi per una macinazione in larga scala delle nocciole tale da permettere l'esplosione commerciale che, leggenda vuole, salvò le sorti di tutti i pasticcieri di Torino. 
E se è vero che la macchina per la pressa del cacao sarebbe stata inventata solo due decenni dopo (1828), non è altrettanto vero, come sostengono alcuni, che il cioccolato allora si consumava esclusivamente liquido, visto che anche il Marchese de Sade nelle sue lettere dal carcere chiedeva alla moglie in conforto "sacchetti pieni di cioccolattini". Una bugia, una verità: pareggio storico. Le tesi più accreditate vedono, in un Piemonte pesantemente sotto il giogo napoleonico, tutti i nuovi prodotti a base di nocciole non un miracolo commerciale senza eguali, ma i protagonisti di una crescita lenta "forse arrivati in Francia prima che in Italia" come afferma Ken Albala, storico e direttore del programma di studi alimentari presso l'Università del Pacifico in California. 

Una crescita lenta, ma costante, che arriva a un punto di svolta fondamentale a metà del secolo. Era il 1850 circa, quando in Italia cominciavano i primi fuochi del Risorgimento e venivano plasmati, proprio come un cioccolattino, i primi miti patriottici. E nel Piemonte che provava a ribellarsi all'Austria, questo mito arrivò si chiamava Gianduia, un personaggio simbolo già tra le maschere protagoniste della Commedia dell'Arte, bandiera politica e immagine comica che durante il carnevale del 1865 divenne anche definitivamente dolce. Tra una sfilata e l'altra, infatti, quell'anno vennero distribuiti dei dolcetti - fatti di pasta di cacao e nocciole, ça va sans dire - la cui forma sembrava ricordare quella del cappello del popolare personaggio, la suggestione balzò agli occhi di tutti e da Gianduia a gianduiotti il passo fu breve. Era nato un altro mito e ancora oggi molti se ne contendono la paternità, ma non esistono prove di chi fu il primo a creare forma e confezione. 

Quello che è certo, invece, è che fu un conflitto bellico, la Seconda Guerra Mondiale, a portare un altro punto di rottura nel processo storico di questo dolce. E questa volta non ci sono dubbi. Nel 1946 il pasticcere piemontese Pietro Ferrero, lavorò sulla ricetta originale della pasta di nocciole e cacao, migliorandola e adattandola a ciò di cui disponeva in quel momento nuovamente difficile per il commercio internazionale. Nacque inizialmente "Giandujot", un panetto dolce estremamente costoso e poco adatto al consumo di massa, che cinque anni dopo si trasformò nella Supercrema, un nome mitico che giocava con la passione per i supereroi americani che cominciavano a fare capolino anche in Italia, e che voleva raccontare "come una piccola crema - racconta spesso Giovanni Ferrero - fosse arrivata molto lontano, riuscendo ad abbattere il mito classista per cui cioccolato e gianduia fossero solo per i ricchi e destinati ad essere consumati solo durante le feste". Era iniziata la volata che avrebbe portato alla nascita del mito mondiale: nel 1964 arrivò la Nutella - con una ricetta leggermente rivista da Michele Ferrero -, che in meno di 20 anni riuscirà a conquistare i mercati asiatici tanto quanto quelli americani. 

Oggi, nel mondo della globalizzazione, la crema alle nocciole non è più un appannaggio esclusivamente piemontese se è vero che solo in Italia ne vengono prodotte svariate versioni e che le nocciole adatte a soddisfare il fabbisogno produttivo non possono essere matematicamente tutte raccolte in quel mitico spazio che sta tra il confine valdostano e quello lombardo. Ma quale che sia il suo destino odierno, il fatto che nocciole, cacao, gianduia e creme spalmabili siano la concretazione di due secoli straordinari è innegabile. Mescolati nei barattoli non troviamo solo frutta e zucchero, ma anche la spavalderia di Napoleone, la creatività degli antichi cioccolatieri torinesi, il progresso e l'industria che hanno - e stanno ancora - lentamente cambiando anche una città tradizionalmente ancien régime come Torino. Ogni cucchiaio sgusciato dal barattolo, ogni bambino che la ruba di nascosto e ogni nuovo dolce, rendono omaggio al viaggio, alla Storia e agli eventi. Grazie ai quali oggi siamo tutti più golosi.