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'Boris', da 'smarmella' a 'li mortanguerieri', i modi di dire entrati nel nostro quotidiano

Sono tante le espressioni coniate dalla serie. Ecco un decalogo delle più usate
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Il 16 aprile 2007. Una data storica per la serialità italiana. Per la prima volta, su Fox andava in onda Boris, una serie di tre stagioni tutta made in Italy e destinata ad un successo senza tempo. Che ora prova a fare poker con una quarta stagione.

Lo sgangheratissimo gruppo che deve realizzare una improbabile soap, anima un prodotto diverso da tutti quelli visti fino a quel momento. Forse inizialmente non viene abbastanza compreso, magari è un po' troppo avanti rispetto ai tempi, ma negli anni ha conquistato più generazioni a partire dalla sigla di apertura e chiusura, di Elio e le Storie Tese, che prende in giro quelle usate ancora oggi nelle fiction italiane, con i nomi e le figure dei personaggi che scorrono con una musichetta sdolcinata in sottofondo.

La serie scritta da Mattia Torre, Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, con un cast "all star" formato, solo per citarne alcuni, da Francesco Pannofino, Ninni Bruschetta, Alessandro Tiberi, Pietro Sermonti, Valerio Aprea, Giorgio Tirabassi, Caterina e Corrado Guzzanti, Antonio Catania e tanti altri attori noti nel panorama televisivo e cinematografico italiano, a distanza di 14 anni, è ancora su alcune piattaforme streaming e viene vista e rivista. Oltre ad essere entrata nella top 10 delle serie tv italiane più amate, ha condizionato il nostro modo di parlare: parole ed espressioni come "Genio!", "Dai, dai, dai", "Smarmella" e "A cazzo di cane", sono oramai di uso comune.

Boris, il vocabolario

"Dai, dai, dai!" è una delle espressioni ricorrenti. In particolare viene detta da René Ferretti (interpretato da Pannofino) e regista originario di Fiano Romano, de Gli occhi del cuore quando deve spronare attori e tecnici. Dall'esordio di Boris è entrata anche nel linguaggio comune di tanti romani e spesso va insieme a "Genio!".

"Smarmella" ci fa entrare direttamente sul set della soap. Voce del verbo "smarmellare" (ovviamente inventato), vuol dire "accendere la luce al massimo". Il concetto è usato a tormentone, dal direttore della fotografia Duccio Patanè (Ninni Bruschetta) poco incline a fare un lavoro di qualità e che preferisce illuminare le scene senza troppi fronzoli o, come dice lui, "smarmellando". Spesso si accompagna a "Apri tutto".

E poi c'è "Basito", termine che gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore infilano dappertutto. Tutti i personaggi finiscono basiti, al punto che uno degli sceneggiatori (Andrea Sartoretti) preme il tasto F4 della tastiera del suo pc per segnalare l'espressione ricorrente sul copione: "F4, va in automatico".

Ovviamente, in questo mini decalogo, non può mancare la frase che René dice ai suoi attori prima di iniziare a girare una scena: "A cazzo di cane". Un suggerimento degno delle grandi accademie di recitazione: il regista suggerisce di non pensare troppo a come recitare, alla qualità dell'interpretazione, facendo le cose di getto. Ma la cosa, non vale per tutti...

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L'attrice raccomandata

Ne Gli occhi del cuore ci sono attori e attrici veramente improbabili, ma c'è un'attrice che a René Ferretti proprio non va giù: Corinna Negri (Carolina Crescentini), è la protagonista femminile della fiction, ma la recitazione è altro da lei, però è stata raccomandata dal Dottor Cane, il direttore di rete. Memorabile la scena in cui il regista, guardandola recitare, dice "Cagna ... cagna maledetta".

Basta con la qualità

Nella terza stagione René Ferretti prova, per una volta, a fare un fiction diversa da Gli occhi del cuore, dal titolo Medical Dimension, una serie simile alle grosse produzioni americane come E.R. - Medici in prima linea, ma che al contempo vorrebbe raccontare i problemi della sanità italiana. Alla fine però, dopo mille problemi, il regista tornerà sui suoi passi, rivendicando la sua scelta di fare fiction brutte con una frase lapidaria: "A noi la qualità c'ha rotto er cazzo".

Stanis e l'italianità

Fra le teorie dell'improbabile protagonista della soap, Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), c'è la ferma idea che il problema dell'Italia sono gli italiani. E quando le cose sono "molto italiane", vuol dire che sono fatte male. Una teoria talmente radicata che lo porta a dire che persino William Shakespeare, ultimamente, è diventato un po' troppo italiano, al contrario del regista Wim Wenders che ha il pregio di essere "poco italiano".

Nell'episodio La mia Africa c'è una scena memorabile in cui Stanis chiama René da parte e gli dice "Non sento l'Africa". Una delle fisse di Stanis che però, anche questa, è entrata nel linguaggio comune.

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Il problema dei toscani

Stanis - va ricordato - si ritiene un attore di grandissimo talento, sprecato per una fiction italiana come Occhi del cuore. Ma c'è un motivo in particolare, che l'ha spinto a recitare in questa serie e lo rivela lui stesso, ad una giornalista durante una puntata della prima stagione di Boris: "Il vero grande merito di questa fiction è che non ci sono i toscani. Nessuno che dice 'la mi' mamma', 'il mi' babbo', 'passami la harne', 'la harta'. Perché con quella 'C' aspirata e quel senso dell'umorismo da quattro soldi i toscani hanno devastato questo Paese!".

Biascica

Uno dei personaggi più riconoscibili di Boris è il capo elettricista del set Biascica, interpretato da Paolo Calabresi, un 40enne romano un po' coatto e dai giri molto loschi. Nel film di Boris, fra le altre cose, scopriamo che ha un figlio che sia chiama Francesco Totti, Francesco Totti Biascica.

"Li mortanguerieri" è la frase distintiva di Biascica. Bestemmiando, Biascica scatena l'ira di Mariano Giusti (Corrado Guzzanti) e così opta per l'imprecazione alternativa.

Il tormentone

Boris prende spesso in giro banalità e pigrizie della tv italiana: una di queste è la diffusione dei "tormentoni" dei comici, che qualche anno fa andavano molto in voga. In Occhi del cuore 2, il comico (privo di talento) Nando Martellone (Massimiliano Bruno) ottiene una piccola parte proprio grazie al suo volgare tormentone "Bucio de culo", da lui esclamata a ripetizione nei suoi sketch. Viene chiamato sul set, nel ruolo del notaio: il suo compito è quello di condurre la cosiddetta linea comica della fiction, voluta dal delegato di rete Lopez, interpretato da Antonio Catania per aumentare l'audience della serie.

La Festa del grazie

La colpa dei testi scadenti di Occhi del cuore viene spesso data ai tre strapagati sceneggiatori (Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo e Andrea Sartoretti), che ritengono inutile impegnarsi per scrivere una fiction italiana. Per questo motivo non si sforzano mai di scrivere qualcosa di innovativo: se sono a corto di idee copiano da altre serie tv straniere. In una puntata vengono scoperti a copiare da una soap opera coreana, mentre in un'altra si inventano l'inesistente "Festa del grazie", italianizzazione della "Festa del ringraziamento" degli Stati Uniti.

E finalmente...

E per concludere, un'altra espressione nata sul set della fiction e spesso pronunciata da Duccio: "È coffee break signori". Ma la pausa del direttore della fotografia, non è esattamente a base di caffè.