VENEZIA - I cuori affamati di Saverio Costanzo battono insieme a quelli di cronisti e critici alla 71esima Mostra del Cinema. Dopo il successo di Anime nere di Francesco Munzi, applauditissimo e accolto con favore anche dalla stampa straniera, oggi è il turno del secondo film italiano in concorso, Hungry Hearts, con Alba Rohrwacher e Adam Driver, che ha ricevuto una calda accoglienza alla prima proiezione riservata agli addetti ai lavori. Dopo aver adattato il best seller La solitudine dei numeri primi di Giordano, Saverio Costanzo porta sullo schermo un altro romanzo. Si tratta di Il bambino indaco di Marco Franzoso, storia di una coppia di giovani innamorati allontanati dalla nascita del loro bambino. "Avevo letto il romanzo un anno e mezzo prima di iniziare a scrivere la sceneggiatura provando emozioni contrastanti. Da un lato mi respingeva la sua durezza e dall'altra mi affascinava", ci dice Costanzo. "Continuavo a pensarci e così dopo tutto quel tempo ho provato a scrivere il film senza rileggere il libro, solo con quello che era rimasto dentro di me. Non ho pensato molto, ho scritto guardando con tenerezza a questi tre personaggi e alla loro tragica vicenda. Mi sono ritrovato anche una storia d'amore, pur con un epilogo tragico".
[[ge:rep-locali:repubblica:94760315]]
Il film si concentra sul rapporto tra due giovani: Jude (Adam Driver) è americano, Mina (Alba Rohrwacher) è italiana. Si incontrano per caso a New York e il loro incontro è quasi un piccolo corto a sè, una pagina di commedia in un film drammatico e piuttosto duro. I due si innamorano, si sposano e hanno un bambino. Sin dai primi mesi di gravidanza Mina si convince che il suo sarà un bambino speciale. È un infallibile istinto di madre a suggerirglielo. Per preservarne la purezza Mina sceglie per lui alimenti naturali, totalmente vegani, non gli permette di uscire di casa per paura dell'inquinamento, lo isola e si isola da tutti. Jude, per amore di Mina, inizialmente la asseconda, fino a trovarsi un giorno di fronte ad una terribile verità: suo figlio non cresce ed è in pericolo di vita, deve fare presto per salvarlo. All'interno della coppia inizia una battaglia sotterranea fino ad un epilogo che nel libro viene proposto come punto di partenza, ma che nel film è un colpo di scena da non svelare. "È una storia d'amore di un padre, di una madre e di una nonna, o meglio di disagio dell'amore", spiega Saverio Costanzo.
[[ge:rep-locali:repubblica:94752728]]
"Quando ho incontrato Mina la prima volta ho provato una grande emozione", ci racconta Alba Rohrwacher, "il suo percorso mi incuriosiva e speravo per lei una possibilità in più. Alla fine la vita decide per lei, ma non potevo smettere di chiedermi cosa sarebbe accaduto se avesse avuto la libertà di cambiare".
Costanzo ha scelto di trasportare la storia del romanzo dall'Italia a New York dove ha vissuto per alcuni anni e dove ha iniziato il suo lavoro di regista con una docusoap sulla vita degli italoamericani di Brooklyn. "Scrivendo avevo la sensazione che questa storia non sarebbe potuta accadere in Italia per la tradizione familiare che ci appartiene. E subito ho pensato a New York", aggiunge. "Ho pensato che la reazione violenta di Mina potesse essere una reazione all'isolamento rispetto ad un paese straniero in cui si sente sola. Tutta questa sofferenza è stata anche la mia sofferenza di emigrato, all'epoca, e quella di molti altri".
E New York è una parte importante della storia sia quando appare che quando scompare. Nelle sequenze in esterni è una città che va avanti piuttosto inconsapevole di cosa accade alle persone che camminano sulle sue strade, mentre in quelle in interni (la casa dove vivono Mina e Jude) è un "fuori", pieno di rumore, inquinamento, stress, che lei ha deciso di tenere lontano dal figlio. Unico piccolo rifugio, per Mina, è il piccolo orto a serra che ha costruito sul tetto dell'appartamento. "Al di là della finzione cinematografica (erano verdure e piante finte perché quelle vere deperivano troppo velocemente)", ricorda Alba, rimproverata dal regista che voleva tenere lo spettatore all'oscuro dei piccoli trucchi del mestiere, "l'orto è veramente qualcosa di vivo per Mina. È un luogo fiabesco. Al di là della ricostruzione scenografica è bella l'immagine di questa serra come un'astronave appoggiata su un palazzo, con tutto il mondo fuori rispetto a questa navicella luminosa che protegge lei e il suo credo. Quando Mina ci va di notte per cibarsi delle sue erbe, le sue radici, è come fosse recitasse una preghiera".
In tempi in cui i fatti di cronaca inducono a interrogare esperti e alimentare analisi su cosa significa essere genitori oggi, al festival ci sono altri film che affrontano questi temi, tra cui I nostri ragazzi di Ivano De Matteo che passerà nei prossimi giorni alle Giornate degli Autori. Come può contribuire il cinema rispetto a questo tema? "Io credo che non possa fare nulla se non emozionare, raccontare", risponde Costanzo. "Un film può far emergere le nostre paure, far vivere allo spettatore qualcosa che ha dentro di sè ma che magari nega. Il cinema può provocare nella migliore delle ipotesi una catarsi. Provare delle emozioni sollecitate dal grande schermo e svelare in qualche modo delle parti di noi che vogliamo celare può farci diventare persone migliori o semplicemente farci sentire meglio".
[[ge:rep-locali:repubblica:94760315]]
Il film si concentra sul rapporto tra due giovani: Jude (Adam Driver) è americano, Mina (Alba Rohrwacher) è italiana. Si incontrano per caso a New York e il loro incontro è quasi un piccolo corto a sè, una pagina di commedia in un film drammatico e piuttosto duro. I due si innamorano, si sposano e hanno un bambino. Sin dai primi mesi di gravidanza Mina si convince che il suo sarà un bambino speciale. È un infallibile istinto di madre a suggerirglielo. Per preservarne la purezza Mina sceglie per lui alimenti naturali, totalmente vegani, non gli permette di uscire di casa per paura dell'inquinamento, lo isola e si isola da tutti. Jude, per amore di Mina, inizialmente la asseconda, fino a trovarsi un giorno di fronte ad una terribile verità: suo figlio non cresce ed è in pericolo di vita, deve fare presto per salvarlo. All'interno della coppia inizia una battaglia sotterranea fino ad un epilogo che nel libro viene proposto come punto di partenza, ma che nel film è un colpo di scena da non svelare. "È una storia d'amore di un padre, di una madre e di una nonna, o meglio di disagio dell'amore", spiega Saverio Costanzo.
[[ge:rep-locali:repubblica:94752728]]
"Quando ho incontrato Mina la prima volta ho provato una grande emozione", ci racconta Alba Rohrwacher, "il suo percorso mi incuriosiva e speravo per lei una possibilità in più. Alla fine la vita decide per lei, ma non potevo smettere di chiedermi cosa sarebbe accaduto se avesse avuto la libertà di cambiare".
Costanzo ha scelto di trasportare la storia del romanzo dall'Italia a New York dove ha vissuto per alcuni anni e dove ha iniziato il suo lavoro di regista con una docusoap sulla vita degli italoamericani di Brooklyn. "Scrivendo avevo la sensazione che questa storia non sarebbe potuta accadere in Italia per la tradizione familiare che ci appartiene. E subito ho pensato a New York", aggiunge. "Ho pensato che la reazione violenta di Mina potesse essere una reazione all'isolamento rispetto ad un paese straniero in cui si sente sola. Tutta questa sofferenza è stata anche la mia sofferenza di emigrato, all'epoca, e quella di molti altri".
E New York è una parte importante della storia sia quando appare che quando scompare. Nelle sequenze in esterni è una città che va avanti piuttosto inconsapevole di cosa accade alle persone che camminano sulle sue strade, mentre in quelle in interni (la casa dove vivono Mina e Jude) è un "fuori", pieno di rumore, inquinamento, stress, che lei ha deciso di tenere lontano dal figlio. Unico piccolo rifugio, per Mina, è il piccolo orto a serra che ha costruito sul tetto dell'appartamento. "Al di là della finzione cinematografica (erano verdure e piante finte perché quelle vere deperivano troppo velocemente)", ricorda Alba, rimproverata dal regista che voleva tenere lo spettatore all'oscuro dei piccoli trucchi del mestiere, "l'orto è veramente qualcosa di vivo per Mina. È un luogo fiabesco. Al di là della ricostruzione scenografica è bella l'immagine di questa serra come un'astronave appoggiata su un palazzo, con tutto il mondo fuori rispetto a questa navicella luminosa che protegge lei e il suo credo. Quando Mina ci va di notte per cibarsi delle sue erbe, le sue radici, è come fosse recitasse una preghiera".
In tempi in cui i fatti di cronaca inducono a interrogare esperti e alimentare analisi su cosa significa essere genitori oggi, al festival ci sono altri film che affrontano questi temi, tra cui I nostri ragazzi di Ivano De Matteo che passerà nei prossimi giorni alle Giornate degli Autori. Come può contribuire il cinema rispetto a questo tema? "Io credo che non possa fare nulla se non emozionare, raccontare", risponde Costanzo. "Un film può far emergere le nostre paure, far vivere allo spettatore qualcosa che ha dentro di sè ma che magari nega. Il cinema può provocare nella migliore delle ipotesi una catarsi. Provare delle emozioni sollecitate dal grande schermo e svelare in qualche modo delle parti di noi che vogliamo celare può farci diventare persone migliori o semplicemente farci sentire meglio".